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Lì dove finisce il discorso comincia la violenza

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di Evelina Santangelo

Dunque, da una parte c’è uno scrittore che, in merito alla vicenda che lo vede imputato per istigazione a delinquere, pronuncia in aula e scrive (nel suo libro-difesa La parola contraria) parole di questo tipo: «Io, se istigo, istigo alla lettura. Al massimo alla scrittura». «L’accusa contro di me sabota il mio diritto costituzionale di parola contraria. Il verbo sabotare ha vasta applicazione in senso figurato e coincide con il significato di ostacolare. I pubblici ministeri esigono che il verbo sabotare abbia un solo significato. In nome della lingua italiana e del buon senso nego il restringimento di significato».

Dall’altra, c’è un pubblico ministero, Antonio Rinaudo, che chiede per De Luca 8 mesi di reclusione con argomentazioni serrate di questo tenore: «Mi pare inevitabile che le parole di De Luca (“sabotaggi e vandalismi sono necessari per comprendere che la Tav è nociva”) siano dirette a incidere sull’ordine pubblico…». «Quando il signor De Luca parla, le sue parole hanno un peso specifico rilevante, soprattutto sul movimento No Tav». «Se, come ha chiesto la difesa, avessimo trovato qualche riferimento diretto alle sue pubblicazioni per esempio nelle perquisizioni degli arrestati saremmo qui a celebrare un processo per concorso nei reati commessi».

Affermazioni e argomentazioni, da una parte e dall’altra che, accostate, potrebbero benissimo evocare certi dialoghi surreali, grotteschi, kafkiani.

Da una parte, dunque, c’è uno scrittore che difende la libertà della parola, la sua irriducibilità, meno che mai entro griglie giudiziarie. Dall’altra c’è la legge che segue una logica ferrea conseguenziale tra parole e azioni.

Chi scrive non condivide i metodi di una parte del movimento No Tav, e ne condivide solo in parte le ragioni, come non sottoscriverebbe le dichiarazioni rilasciate da Erri De Luca all’«Huffington Post» nel settembre del 2013, ma questo poco importa.

Quel che importa invece è la natura dell’accusa rivolta a Erri De Luca in quanto scrittore e poeta, perché, a quanto pare, se a pronunciarle fosse stato il «barbiere di Bussoleno» sarebbero state perdonate, come sono perdonate quotidianamente parole di violenza inaudita (come «e ora mandiamo le ruspe sui campi» o «sparare ai barconi») e feroce, non solo perché rivolte contro i più indifesi ma anche perché pronunciate a fini propagandistici, per ottenere e alimentare consenso, non per creare scandalo, dissenso, e spesso immense solitudini, come è sempre accaduto alle parole scomode di poeti, scrittori e spiriti liberi.

Eppure non ci vorrebbe molto a comprendere un paio di considerazioni fatte da una delle menti più lucide del nostro Novecento, Hannah Arendt, quando dice che: «La violenza è muta», che «la violenza comincia laddove il discorso finisce», quando spiega che: «Il declino delle nazioni comincia con il venir meno della legalità, o perché vi è un abuso delle leggi da parte del governo in carica o perché viene messa in dubbio o contestata l’autorità della loro fonte».

Perché è proprio questo il punto. Il «discorso» in Val di Susa è finito, o si è fatto di tutto per farlo tacere, nel momento stesso in cui dinanzi a una comunità che (a torto o a ragione) si difende, come ha spiegato il sociologo Marco Revelli, e si difende pacificamente, con marce, fiaccolate, presìdi, con una resistenza passiva, dunque, che coinvolge intere comunità montane di migliaia di persone, con in testa i sindaci, il governo nazionale risponde con ottusità, violenza: imponenti dispiegamenti di forze dell’ordine, ruspe, lacrimogeni… O con la logica dei contentini: un tavolo di confronto come L’Osservatorio presieduto da chi ha tutto l’interesse a difendere le ragioni delle aziende coinvolte a vario titolo nel progetto, escludendo la maggior parte dei sindaci No Tav.

Il «discorso è finito», come sempre finisce – e come dimostra il prevalere a un certo punto di azioni violente antecedenti oltretutto le parole di De Luca (cui dunque si dovrebbe attribuire il dono di una forza di persuasione retroattiva…) –, quando la politica non è più in grado di comprendere le ragioni di intere realtà, non ha più l’autorevolezza per chiedere fiducia, persuadere, e dunque fa ricorso alla forza.

Certo che fa paura la parola di Erri De Luca, e non perché letteralmente istigatrice di atti violenti, ma perché la difesa di posizioni No Tav espressa da un intellettuale dà peso specifico, rilevanza, riporta sul piano del «discorso»posizioni che si vorrebbero liquidare semplicemente come forme di eversione, come espressione di quattro teste calde armate di cesoie, pietre o molotov… E questo, mentre i fatti sinora accaduti inchiodano la politica alle proprie responsabilità, alla scelta di una linea repressiva del tutto ottusa in un contesto come quello delle proteste della Val di Susa.

La colpa dunque di Erri De Luca è di riaver aperto un varco al «discorso», per quanto duro, oppositivo, e a suo modo scandaloso. E condannare uno scrittore per le sue parole e, in particolare, per «il peso specifico rilevante delle sue parole» significa, di fatto, dare ragione a chi non crede più nelle parole, ma crede piuttosto nel sabotaggio muto delle azioni violente.

Non ritengo che in questa vicenda ci sia soltanto in gioco la libertà di espressione. Qui c’è in gioco qualcosa che ha a che vedere con la natura di questo Paese, i confini del diritto e dell’espressione del dissenso,confini troppe volte impunemente violati, e con violenza inaudita proprio da parte delle istituzioni e delle forze dell’ordine. Qui c’è in ballo qualcosa che ha a che vedere, ancora una volta, con la verifica su che razza di Paese è quello in cui ci troviamo.

Ed è sintomatico il fatto che il pm Rinaudo abbia evocato a difesa delle proprie ragioni il serpente istigatore dell’Antico Testamento, non tenendo conto, o tenendo ben conto, del fatto che lì la Legge che s’istigava a violare era una Legge divina, assoluta, insindacabile, brutale, no la legge di uno stato di diritto.

«Comunque vada il caso giudiziario, ho potuto spiegare le mie ragioni», dice Erri De Luca. E basterebbe solo questa frase per comprendere la dimensione abnorme, assurda, se non grottesca, di questo processo a parole che possono suscitare un forte dissenso, ma attengono a quell’ordine del «discorso» che segna sempre il confine tra la civiltà e la violenza muta.

Commenti
8 Commenti a “Lì dove finisce il discorso comincia la violenza”
  1. spago scrive:

    Le parole di De Luca non sono un’azione di sabotaggio o di vandalismo e neppure rappresentano la fase precedente l’azione, la fase di concreta pianificazione di un atto criminale. Se qualcuno ascoltandole passa a commettere questo atto ne è lui responsabile e non De Luca.

    De Luca ha parlato, scritto, manfestato idee e opinioni. Ma non c’è alcun automatismo che porta da queste parole ai fatti. Esiste la possibilità che seguano fatti o meno, perchè esiste una decisione che l’ascoltatore di tali parole può prendere. Dal momento che chi le ascolta e passa o non passa dalle parole ai fatti può decidere, è anche responsabile lui delle sue scelte.

    Al contrario mettere in galera qualcuno, ma anche dargli una multa, è un’azione. Non si tratta di parole, critiche, insulti, contestazioni, etc.. ma di un fatto preciso che implica l’uso di una forza coercitiva per recludere una persona contro la sua volontà.

    Quindi De Luca non ha usato alcuna forza coercitiva, non ha compiuto alcuna aggressione fisica, se tale aggressione fisica c’è stata è stata perpetrata da altri, che possono pure essere stati influenzati dalle sue parole, ma non ne sono stati certo costrett a commettere reati e quindi restano responsabili di sè stessi.. e in tutta risposta lo Stato vuole aggredire De Luca, passando dalle parole ai fatti, e pure con notevole violenza (8 mesi di reclusione sono una notevole violenza).

    Mi permetto di dire che l’aggressore è lo stato e che a De Luca, se mai, spetta solo il diritto di difendersi da questa aggressione, come meglio crede.

  2. rigel 6 scrive:

    De Luca nell’intervista è molto chiaro nel spiegare cosa significa “sabotare la Tav”, la sua difesa in tribunale è da vecchio vigliacco

    “Forse esagera, ma in macchina i due ragazzi arrestati avevano caricato molotov…
    (sorride ironicamente) …Sì, pericoloso materiale da ferramenta. Proprio quello che normalmente viene dato in dotazione ai terroristi. Mi spiego meglio: la Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo.

    Dunque sabotaggi e vandalismi sono leciti?
    Sono necessari per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile.”

    “Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa”.
    (intervista Hufftington Post 2013)

    Ripeto De Luca è solo un vecchio vigliacco, abbia il coraggio di prendersi la responsabilità di quello che dice e farsi quei pochi mesi di domiciliari se proprio crede in quello che pensa o torni a farsi i servizi fotografici con Vanity Fair senza darsi arie da guerrigliero.

  3. behemoth scrive:

    @ Rigel 6.

    Cosa vuol dire “vecchio vigliacco” e “coraggio di prendersi la responsabilità”?
    Un esempio di uno scrittore che ha coraggio e si prende la responsabilità?

    “se proprio crede in quello che pensa o torni a farsi i servizi fotografici con Vanity Fair senza darsi arie da guerrigliero”. Che vuol dire? Che lo rispetteresti se facesse il guerrigliero “veramente” (senza darsi arie) con il bazooka e un gruppo armato oppure che in quanto scrittore affermato dovrebbe pensare semplicemente alla vendita di se stesso?

  4. Margherita scrive:

    Nello “stato di emergenza” , quando lo spazio della politica come dialettica e confronto viene soppresso o ridotto ai minimi termini , lo Stato si sente legittimato a esercitare il monopolio di una violenza “cieca” , giustificata dalla necessità inderogabile di imporre il rispetto di decisioni del potere centrale assurte a dogmi di fede, che non possono essere messe in discussione, tanto meno da parte di chi ne subisce direttamente le conseguenze: i cittadini, l’ambiente, i territori. Ma questa, direbbe Popper, è la logica delle società chiuse e antidemocratiche. E’ in corso un processo di disumanizzazione della vita dei cittadini, i cui interessi legittimi sono ormai subordinati ai supposti interessi “strategici” dello Stato, delle banche, delle aziende multinazionali, dalle trivellazioni in mare al progetto del ponte sullo stretto di Messina, dalle regole europee sul formaggio fatto con il latte in polvere al trattato transatlantico con gli Usa.

  5. Vicky scrive:

    @spago

    Ricordo che nel Codice Penale esiste il reato di “istigazione a delinquere”; ovvero, “chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati è punito, per il solo fatto dell’istigazione”. Se io affermo che “Tizio vai a rapinare le vecchiette” ho esercitato la mia libertà di parola, come De Luca ho parlato, scritto, manifestato idee e opinioni, ma non ho obbligato Tizio a scippare nessuno, Tizio poteva anche non farlo. Sta di fatto che il io sono colpevole di istigazione a delinquere, perché ho invitato qualcuno a commettere un reato. Quindi, secondo il sistema giudiziario, De Luca è colpevole.

    @behemoth

    Semplicemente che De Luca non ha avuto coraggio di sostenere le sue idee, ma ha fatto la classica “ritrattazione” tipica del politico nostrano.

    Come scrive rigel6, De Luca ha spiegato chiaramente più volte cosa intendeva con “sabotare la Tav” affermando che il vandalismo è lecito, così pure le molotov), mentre in tribunale ha detto che “non lo hanno capito”, “hanno frainteso”, insomma quando scriveva sabotare non intendeva proprio “sabotare” nel senso comune che ha la parola sabotare. *facepalm*

    Sia chiaro che io personalmente sono contraria alla Tav, come a tante altre grandi opere, ed Erri De Luca mi piace anche come scrittore, proprio per questo trovo che questa difesa in tribunale sia stata veramente una marcia indietro: se affermi qualcosa o ammetti che hai sbagliato o difendi fino in fondo le tue parole.

  6. spago scrive:

    @Vicky io non ho fatto questione di cosa c’è scritto nel codice – potrei dire che parlare in generale non confiura propriamente una istigazione a delinquere e che l’istigazione a dleinquere va interpretata in senso limitato se no diventa una potenziale ragione per arrestare a destra e a manca in modo incontrollato, e che limpostazione deve essere sempre in dubio pro reo – ma di cosa sarebbe giusto. Il codice è pieno di leggi che considero totalmente immorali, violente, assurde.. disobbedire è spesso una cosa giusta e ammirevole.

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