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Lì dove mancano le parole. Scrittori al Baobab

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Il Dubbio.

di Gaja Cenciarelli

Che lì c’è – anzi, c’era – il Baobab lo capisci subito perché in fondo a via Cupa si vede una macchia scura. Quando arrivo io, poco prima delle sette di sera, i volontari stanno servendo la cena. C’è molta gente che conosco tra le persone che riempiono i piatti, qualcuno di loro lavora nell’editoria. Le persone fanno la fila un paio di volte, forse più. Una donna allatta al seno un neonato sotto una tenda. Due ragazzi di colore appena arrivati mi sorridono e mi dicono ciao.

I locali che prima erano il centro di accoglienza per i rifugiati sono stati restituiti al legittimo proprietario, che ha fatto causa al Comune di Roma e l’ha vinta. Fino a un’ora prima ha diluviato: saranno comunque probabilmente costretti a dormire all’aperto. La gente che incontro ha storie terribili: le donne sono state violentate, salvo quelle in stato di gravidanza. Fuggono dalle bombe, gli uomini sono stati torturati, tutti hanno attraversato a piedi il deserto. Anche ieri sono arrivate altre decine di persone, conoscono il Baobab e vengono direttamente qui.

Noi siamo qui – noi, i “Piccoli Maestri”, convocati da Carola Susani – per testimoniare il nostro sostegno ai volontari che si occupano dei rifugiati e che hanno chiesto agli scrittori di andare a dare un segno, dopo la serata organizzata dal cinema italiano. Mi guardo intorno e una delle cose che mi colpisce è la stragrande maggioranza di uomini rispetto alle donne. Me ne chiedo vagamente il motivo ma non sono sicura di voler trovare una risposta.

La Questura ci ha dato uno spazio dalla parte opposta della strada rispetto al Baobab: proprio sotto le mura che cingono il Verano, con un generatore di elettricità che puzza di benzina, e un microfono di fortuna. Questa contiguità con il cimitero mi fa pensare a I morti di Joyce: chi sono veramente i morti? Poco prima che inizi il reading, arriva il medico: «C’è sempre un gran casino, qui, quando arriva il medico», commenta una delle volontarie. Saluta tutti, conosce tutti. Dice, indicando un uomo sdentato e poco in sé: «Con quello è meglio che non ci parliate».

Scuote la testa, sorride. Sono tutti giovani i volontari, nell’accezione italiana di “giovane”: ovvero dai venti ai cinquant’anni. Parcheggiate davanti al piccolo palco, una sfilza di roulotte. I rom cucinano, si diffonde odore di cibo. Non ci sono punti di riferimento, né monumenti, tranne le croci e gli angeli che svettano al di sopra delle mura del Verano, a ricordarci che questa è Roma.

Non è una delle sedi istituzionali e rassicuranti in cui, generalmente, si organizzano certi eventi. È uno spazio grigio e anonimo, tutto strada e macchine, il pubblico è in piedi, disposto in un semicerchio irregolare, davanti al palco. Ci sono pochi migranti ad ascoltare, i più stanno mangiando e poi non capiscono la lingua. A un certo punto, verso la fine della serata, Carola Susani mi chiede se sia possibile tradurre qualche testo. Sono stata sciocca a non pensarci prima: avrei potuto raccoglierne due o tre e tradurli in inglese. Questo è il posto in cui mancano le parole. Per stanchezza, o perché nominare l’orrore è complicato. Servono attenzione, cura, il rischio è sminuire.

Mi chiedo se queste persone possano nutrirsi delle parole che gli stiamo portando invece che di quei piatti che tengono in mano. Mi rispondo di no e contraddico in un istante tutto quello in cui ho sempre creduto. Per i Piccoli Maestri parla anche Emiliano Sbaraglia, che insegna in Senegal ormai da tempo: «Queste persone non sono felici di lasciare la loro terra, la loro famiglia, le loro radici. E, di contro, alle tante affermazioni populiste sulla falsariga dell”aiutiamoli a casa loro’, in realtà nessuno si sta muovendo per aiutarli a casa loro, cosa di cui questa gente sarebbe ben felice».

Ormai è tardi, è buio, gli ultimi scrittori in scaletta si affidano alla luce del telefonino. Leggiamo Michelangelo, Szymborska, Pascarella, Munro, Morante, Lussu, Pinocchio. Legge anche Francisco, uno dei frequentatori del Baobab, che propone, nel suo italiano tremante, una poesia della Szymborska: Figli dell’epoca. “Che ti piaccia o no, / i tuoi geni hanno un passato politico, / la tua pelle una sfumatura politica, / i tuoi occhi un aspetto politico. / Ciò di cui parli ha una risonanza, / ciò di cui taci ha una valenza/ in un modo o nell’altro politica. ”

Andrea Costa, coordinatore del Baobab Experience, conclude la serata ringraziandoci. Lo chiamano “il padrone di strada”. La sua battaglia, come quella di tutti i volontari, è accogliere in modo dignitoso la gente che arriva a chiedere aiuto: «Tuttora Roma non è in grado di garantire una sistemazione decorosa a questi rifugiati». Mi viene in mente, tra le mura del Verano e I morti di Joyce, che il brano de La Storia di Elsa Morante che ho scelto si conclude con “Sono tutti morti”.

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