librerie indipendenti

Di librerie e patatine fritte fredde

librerie indipendenti

Pubblichiamo un intervento di Giulia Marsilio apparso sul suo blog. (Fonte immagine)

di Giulia Marsilio

Io sono una libraia. Una libraia disoccupata, al momento. Ho fatto la libraia per anni, ho iniziato a 21 anni, ho continuato per due anni e mezzo, ho fatto la libraia ovunque, dalla libreria di casa mia, a una libreria indipendente di più di 150mq, in una libreria di catena in un ipermercato, in una piccola libreria indipendente di 70mq, ho un’esperienza in totale (basata sulle mie buste paga e su un calcolo degli anni, troppi, in cui una busta paga non l’ho avuta) di 6 anni e mezzo, non tanti, non pochi, non troppi, non abbastanza.

Io sono una libraia: sono stata una stagista libraia, ho fatto migliaia di pacchetti regalo, sono stata sgridata quando la carta regalo non era perfettamente tirata e faceva le grinze, sgridata quando ci mettevo troppo tempo a spuntare una bolla, sgridata quando non spinavo correttamente i libri; ho aspirato pavimenti, lavato bagni, vetrine, scrivanie e banchi cassa.

Sono stata una commessa libraia di quelle che non vi parlano quando entrate nelle librerie di catena, ma non perché gli state antipatici, semplicemente perché “dall’alto” gli spiegano che non è necessario, il cliente acquista comunque, da solo. Una volta ho avuto l’influenza, ed essendo in un ipermercato, il bagno era lontanissimo e io ero da sola in negozio, e ho vomitato nel sacco nero in magazzino; ho fatto una notte fino alle tre del mattino chiusa nel suddetto ipermercato per permettere ai tecnici di riparare la saracinesca rotta; mi sono sentita dire almeno 395 volte: “Ha coperto il prezzo, vero?”. Ho riassortito completamente il negozio, di mia iniziativa e sono stata elogiata perché le vendite si erano alzate, una cifra irrisoria, ma si erano alzate.

Sono stata una libraia manager, per pochissimo, vero, ho semplicemente accompagnato il malato agonizzante negli ultimi sei mesi di vita, ma sono stati i sei mesi in cui ho imparato di più in assoluto: ho compilato tantissimi fogli di Excel, ho imparato che senza i numeri, un libraio non conta nulla, ho sgridato stagisti per pacchetti con carta regalo con le grinze, ho sgridato colleghi quando ci mettevano troppo tempo a spuntare una bolla o a spinare una pila di libri, ho litigato con colleghi e poi pianto chiusa in ufficio, ho comunque aspirato pavimenti, lavato bagni, vetrine, scrivanie e banchi cassa.

Dopo è stata dura, il periodo più buio: non avevo più una libreria dove stare, libri da sistemare o vetrine da lavare, pacchetti non grinzosi da fare. Quel dopo lì non lo dimentico, ma vorrei. Mi sono sentita priva di energie, senza motivazione, avevo fallito e non riuscivo a farmene una ragione. Non mi sentivo più una libraia, non mi sentivo più niente: anestetizzata.

Sono una libraia, non so fare altro, non ho voluto imparare a fare altro. Ho fatto del mio meglio, ho amato il mio lavoro, per lui ho litigato con i miei genitori, con gli amici, a volte anche con mio marito, per lui ho lasciato l’università, per lui ho pianto, provato invidia, umiliazione, felicità e soddisfazione. Lo difenderò finché ho coraggio di farlo, perché è difficile da spiegare, ma una libreria è come una farmacia, ma per l’anima. Ci sono persone che entrano e ti dicono che sono tristi, che sono felici, che non leggono da anni, che leggono tantissimo, persone disperate perché loro figlio ha smesso improvvisamente di leggere e sta sempre attaccato a quello smartphone, mamme che scelgono libri in base al numero di pagine, padri che pagano e basta, mariti che aspettano fuori dalla vetrina e scelgono libri da lì.

Io l’ho vissuta la differenza tra il lavorare per sé stessi e lavorare in una catena, dove sei un numero. Io so cosa si aspettano dei clienti da una libreria indipendente e da una libreria di catena, ma quello che non accetto, che proprio non sopporto, è il fatto che si possa sminuire il lavoro degli altri e che uno non possa difendersi.

Succede questo: sotto un video di YouTube leggo ragazzine che dicono che in una libreria indipendente, la proprietaria, cito testuale, “ti prende per il culo, facendoti uno sconto del 15% dopo aver acquistato 100euro in libri, quando nelle altre librerie lo sconto te lo fanno a prescindere”. Ora, sono ragazzine, avranno sì e no 16 anni, ma quello che mi fa veramente sfiatare dalle narici, è che ci sono intere frotte di persone che la pensano così: nella mia carriera ho sentito centinaia di persone dirmi ” ma uno sconticino?”, persone che ti fanno la battuta “dai, so che tanto te lo puoi permettere”.

Bene, sappiate che non siete simpatici. La vostra battuta l’ho sentita migliaia di volte, non siete originali, non fate ridere. Io lo sconto non lo faccio, ancora di più se me lo chiedi. Lo sconto, una libreria indipendente, non se lo può permettere, e non farò il solito post con numeri noiosissimi snocciolati, che tanto non si capisce nulla lo stesso. Sapete perché non ce lo possiamo permettere? Perché, semplicemente, vi offriamo un servizio.

Faccio un esempio pratico: domenica sono andata al centro commerciale di Arese, era l’una, avevo fame e sono andata a prendermi da mangiare in un fast food: tempo necessario per procurarmi il cibo 10 minuti; tempo necessario per trovare un posto dove mangiare 20 minuti. Ho mangiato le patatine fredde, e le patatine fredde, lo sappiamo tutti, fanno schifo. Ma, attenzione, non mi sono lamentata. Abbiamo mangiato in due con diciassette euro, che mi aspettavo? Era comodo? No. È stato veloce? Direi di no. Era buono? Così così. Era economico? Sì, e quindi va bene.

Tre settimane fa sono andata a mangiare in un ristorante della mia città, prima mi sono seduta e poi ho mangiato, i piatti erano caldi, il cameriere mi versava il vino, ho passato una serata piacevole. Spesa in due: sessanta euro. La cosa vi sconvolgerà, lo so, ma leggete qui: non ho chiesto lo sconto, perché ho riconosciuto il lavoro e la professionalità di chi mi ha dato da mangiare quella sera. Ho apprezzato la ricerca delle materie prima, la passione di chi ci lavora. Era comodo? Si. È stato curato il servizio? Sì. Era buono? Molto. Era economico? Per il mio punto di vista, si, perché tra la mia richiesta e l’offerta che c’è stata, trenta euro a testa non mi è sembrata una cifra esorbitante.

Io sono una libraia, al momento disoccupata. Se andassi a comprare in una libreria non chiederei lo sconto, così come non lo chiedo al ristorante: se c’è il mese che posso permettermi il fast food vado al fast food, se c’è il mese che posso permettermi il ristorante vado al ristorante. Se c’è il mese che posso comprarmi un libro lo compro, altrimenti aspetto momenti migliori.

Ma non chiedo lo sconto al libraio indipendente, perché so quel tizio quella mattina si è alzato dal letto, è andato nella sua libreria, si è pulito le vetrine, si è pulito il bagno (che non usa solo lui, ma anche i clienti), ha passato l’aspirapolvere, ha fatto i conti delle fatture di fine mese, ha organizzato una presentazione, pagato l’albergo per l’autore che viene a presentare il suo libro (e sottolineerei suo), fatto una ricerca per quel cliente che vuole un libro particolare, ha letto le uscite editoriali delle prossime settimane, ha fatto un bonifico per iscriversi a un corso di aggiornamento, ha scelto il libro del prossimo gruppo di lettura, sperando che piaccia e che non glielo stronchino, ha scelto con cura la carta per fare i pacchetti per il prossimo Natale, ha infilato a uno a uno fili di cotone nelle tag per fare pacchetti personalizzati (almeno mille tag con mille campanellini).

Quindi, caro cliente, caro lettore che compri dieci libri in un anno, cara ragazzina che compri un libro ogni cambio di lustro, vuoi lo sconto? Però ti piace il pacchetto personalizzato? Però ti piace quando arrivi e trovi il libro particolare che non trovavi da nessun’altra parte? Però ti piace che se non lo trovi te lo facciamo arrivare in due giorni e senza chiederti l’acconto? Però ti piace venire alle presentazioni e mangiarti l’aperitivo della migliore pasticceria della città? E berti il prosecco o la Coca Cola in vetro anziché in bottiglia di plastica?

E sì, hai ragione, piacerebbe anche a me. Ma siccome sono libraia (e anche se disoccupata, lo sarò fino alla morte, anche se farò un altro lavoro, sarò sempre una libraia) io non me lo posso permettere, e vado al fast food a mangiarmi le patatine fritte fredde.

Commenti
15 Commenti a “Di librerie e patatine fritte fredde”
  1. Sergio Garufi scrive:

    bel pezzo, brava, il bookseller pride. poi con un cognome così era destino che finisse a vendere libri. ed è vero, si è librai anche se disoccupati, così come io sono uno scrittore non praticante.

  2. aa scrive:

    temo che con un approccio alla professione così rivendicativo lei rimarrà disoccuoata per molto. lava I bagni e fa I pacchetti? fa parte del lavoro che ha scelto. quando lo farà meglio o avrà più fortuna affiderà la pulizia del bagno a un filippino. nel frattempo spero che sarà meno lamentosa. non aiuta.

  3. Elisabetta scrive:

    Bellissima lettera. Peccato leggere un commento di una persona con evidenti problemi di comprensione di testo, che di tutto il testo ha solo compreso “lavare i bagni” e che si lamenta. Chissà cosa capirà leggendo un romanzo con trama complessa.
    Un abbraccio e un imbocca al lupo a Giulia

  4. Licia scrive:

    Non vedo il senso del commento di aa, mi chiedo se abbia letto lo stesso articolo che ho letto io…in cui mi sono ritrovata moltissimo essendo libraia anch’io.
    Francamente, visti i servizi che le librerie offrono, chiedere uno sconto mi sembra un insulto e quando alcune persone mi dicono che lo compreranno dove lo pagano il 15% in meno, non so strozzarle o mettermi a ridere…
    Considerato che la maggior parte delle persone compra pochissimi libri all’anno, non credo che pochi euro facciano la differenza nel bilancio annuale.
    Se si vede il libro come una zucchina, una persona lo può comprare pure al supermercato, per me, è fondamentale avere quel qualcosa in più che mi offre il negozio, il commesso competente, il confronto, lo spazio fisico in cui muovermi e vedere il libro, il carattere unico di ogni libreria e le tante piccole cose che in realtà costano molto di più di quei due euro di differenza.
    Per me i libri non sono zucchine. E mi va bene spendere per questo.

  5. Sandro Rocchi scrive:

    Ho comprato una discreta quantità di libri in vita mia. Non ricordo di aver mai chiesto esplicitamente uno sconto. L’ho accettato quando me lo hanno applicato spontaneamente, certo. In verità non ho mai associato all’acquisto di un libro la necessità di richiedere uno sconto. Non sono Creso, ovviamente, e non vado gettando i soldi per strada, anzi.. Epperò ho sempre pensato, forse ingenuamente, che un libro quasi non sia una merce, un prodotto, trattabile, negoziabile; e quindi costa quanto c’è scritto sull’etichetta, punto. Davvero non ci avevo mai pensato… ma pensa che matto..!

  6. giulia salvucci scrive:

    il libro è la macchina spazio/temporale. un battito di ciglia e… sei in un’altra dimensione spaziale, in un altro tempo. la più grande invenzione umana! quanto vuoi pagarla? non meno di una ferrari che ti fa soltanto correre a 300 all’ora?! e invece sì! costa un centesimo, millesimo decimillesimo….! quasi quanto le patatine fredde che fanno schifo. e ci chiedi pure lo sconto?
    mi sa che non hai la testa per guidare questa meravigliosa macchina spazio/temporale, comunemente detta LIBRO. comprati uno smalto!

  7. Rodolfo scrive:

    Evidentemente questa libraia non ha saputo cogliere la nicchia e differenziarsi adeguatamente dalle librerie di catena (che l’altro apparte Giunti sono tutte in crisi) e da Amazon. Marketing intelligente, comunicazione ad hoc soprattutto digital, esperienze d’acquisto particolari, valori aggiunti insomma, non solo presentazioni, tra l’altro offerte anche dalle catene, e gruppi di lettura. Poi vedrà che se la “ragazzina” andrà altrove verrà qualcun altro.

  8. Andrea scrive:

    Mi permetto di rilevare che il paragone tra librerie indipendenti e ristoranti di qualità porta ad un fraintendimento di fondo che non giova a chi cerchi una terapia per rianimare l’agonizzante mondo della distribuzione libraria. Il ristorante blasonato non ti offre solo un servizio migliore ti offre sopratutto un prodotto qualitativamente diverso. Nella distribuzione libraria invece, che venga acquistato in librerie raffonate o in librifici di massa, il prodotto è sempre lo stesso: stessa copertina, stesso numero di pagine, stessa qualità della carta, stesso corredo bibliografico. Un Philip Roth acquistato su Amazon o nella libreria sotto casa, è sempre lo stesso Philip Roth, la qualità del prodotto non cambia. Un hamburger di Mc Donald invece non è lo stesso hamburger di una paninoteca artigianale, quello che cambia e che rende disponibile il consumatore ad una maggiore spessa, è sopratutto la qualità del cibo che viene ingerito. E allora la domanda diventa questa: questo fantomatico servizio che viene offerto dalle librerie indipendenti è davvero così necessario da indurre il consumatore a pagare di più per avere lo stesso prodotto? La mia esperienza mi dice che in molti casi il servizio offerto dalle librerie indipendenti è del tutto inutile…. cosa me ne faccio dei bagni puliti e della carta regalo? Perché dovrei pagare i consigli non richiesti e non graditi di un libraio che, essendo un libraio, non ha tempo per leggere i libri che pur vende? Paradossalmente chi più avrebbe bisogno del servizio di un libraio non è il lettore “forte” che sa già cosa vuole e dove trovarlo, ma la ragazzina di 16 anni che chiede lo sconto (e giustamente chiede lo sconto perché ha 16 anni non lavora e non ha uno stipendio). Da una parte abbiamo il lettore forte che potrebbe pagare di più ma non ha bisogno dei servizi del libraio dall’altra abbiamo il lettore estemporaneo che potrebbe aver bisogno dei servizi del libraio ma che abituato o necessitato a chiedere lo sconto. Come se ne esce? Esistono solo 2 possibili soluzioni per salvare le librerie in stato terminale: dotarle di prodotti qualitativamente migliori rispetto a quelli acquistabili in una catena, oppure trasformarle in centri di aggregazione culturale, dove ciò che viene acquistato non è un prodotto e neppure un servizio ma la partecipazione ad una comunità, il sentirsi dentro un esperienza che va al di là del libro e che crea scambi,legami, condivisione e anche, perché no, uno status…

  9. Giulia scrive:

    Gentile Andrea, il tuo commento mi piace e trovo sia scritto in maniera non offensiva, e per questo ti rispondo,perchè la discussione mi pare interessante e gli argomenti che sollevi meritano una risposta. Hai messo moltissima carne al fuoco. Per prima cosa, rispondo a quello che più mi è rimasto impresso del tuo intervento: “Un Philip Roth acquistato su Amazon o nella libreria sotto casa, è sempre lo stesso Philip Roth, la qualità del prodotto non cambia”; è vero, probabilmente per un Roth è così, ma per un autore classico? Una edizione Newton&Compton della Bronte, non è la stessa cosa di un’edizione Fazi, è lì che sta anche il lavoro del libraio, scegliere la migliore edizione da presentare alla sua clientela per offrire, come dici tu, “un prodotto qualitativamente diverso”. Lo stesso si può dire di libri di saggistica che trattano il medesimo argomento, così come libri per bambini di filastrocche classiche: ci sono edizioni con illustrazioni di pregio, e altre meno.Sulla narrativa generalista, il lavoro che fa un libraio sul catalogo è minuzioso, anche se ovviamente il cliente finale non se ne accorge, ma è giusto che sia così, siamo noi che dobbiamo fare questo lavoro di ricerca, fa parte del servizio che vi offriamo. Con questo rispondo alla tua domanda: “E allora la domanda diventa questa: questo fantomatico servizio che viene offerto dalle librerie indipendenti è davvero così necessario da indurre il consumatore a pagare di più per avere lo stesso prodotto?” Dal mio punto di vista si, ma ovviamente io sono di parte, però proverò ad argomentare la mia tesi con degli esempi che vadano oltre alla pulizia dei bagni e ai pacchetti regalo, che volevano essere degli esempi molto banali della cura con cui molti, non tutti, attenzione, si approcciano al nostro lavoro. Scelta del catalogo, lavoro di promozione sul territorio, organizzazione di eventi culturali e corsi, flessibilità negli orari di apertura, ricerche specifiche per i clienti lo richiedono. Tu chiedi: “Perché dovrei pagare i consigli non richiesti e non graditi di un libraio che, essendo un libraio, non ha tempo per leggere i libri che pur vende?” Questa domanda non mi è chiara, perchè un libraio solo perchè è libraio, non dovrebbe avere tempo di leggere i libri che vende? Anzi, è vero proprio il contrario: quando si inizia la professione, una delle prime cose che ti insegnano a fare è lo spolvero: ciò significa spolverare fisicamente gli scaffali, ma non in maniera passiva, attiva-mente: lo spolvero serve a vedere quali e quanti titoli si hanno in libreria, imparare a conoscerli e decidere quali consigliare ai clienti. Tu non paghi il libraio, tu paghi il libro. Il prezzo di copertina non lo fa il libraio, lo fa l’editore. Perchè i libri in edizione rilegata Mondadori sono arrivati a costare 23 euro? Semplice, perchè così quando vi fanno lo sconto del 15%, vi sembra comunque di pagarlo il giusto. Ma non è così: per la qualità che offre, 19,55 euro sono comunque un esagerazione: la carta è diventata carta velina, le colle si spaccano alla prima apertura, gli errori di stampa sono sempre di più e gli inchiostri spesso svaniscono. Il commercio ci insegna che nessuno regala nulla; se fanno lo sconto del 15% (quello massimo stabilito dalla legge), hanno comunque il loro tornaconto, è inevitabile. Solo che continuando a comprare dove lo sconto è diventata la regola e non più l’eccezione, si alimenta questo mercato dell’effimero, e ci perdiamo tutti.
    Concludo chiarendo un’ultima cosa, altrimenti diventa un post e non una risposta: non è vero che il lettore forte non ha bisogno del consiglio del libraio, spesso si scoprono libri che uno non avrebbe mai preso in considerazione. E proprio perchè la ragazzina di 16 anni ha bisogno di essere guidata nella lettura, io vorrei che capisse che spesso, non sono quei 3 euro risparmiati a giustificarla a pensare che il libraio che non le fa lo sconto la prende in giro. E’ questo che ferisce, il fatto che se non facciamo lo sconto, ci siano persone che pensano che le stiamo truffando, quando la realtà è ben diversa.
    Questo argomento andrebbe sviscerato ulteriormente, ma non vorrei annoiare.
    Grazie a tutti per le risposte.

  10. barbara scrive:

    Sono una lettrice cosiddetta forte. Il mio libraio è indipendente e se chiude credo potrei meditare suicidio. Lo chiamo il mio pusher. Se esce un testo che sa che mi interessa me lo tiene da parte (lo fa con molti clienti), sui classici e le nuove traduzioni fornisce ottimi consigli. Legge la gran parte dei libri che vende, su quelli che acquisto e non ha letto chiede parere. Mi è capitato di entrare in una libreria di catena e di uscire senza aver comprato nulla. Per di più ora molte di queste librerie hanno lavoratori – e non è certo colpa loro – cui cambiano settore ogni due per tre per cui non hanno tempo di acquisire competenze sui libri che hanno sottomano. No, comprare Roth in libreria o su Amazon non è la stessa cosa. Il prodotto è lo stesso tuttavia Amazon non è in grado di interloquire con te sui pregressi del Roth. E pure questo è un piccolo piacere.

  11. Andrea scrive:

    Giulia (e Barbara) è chiaro che se ci troviamo qui è perché facciamo tutti parte di quella setta anacronistica e un po’ snob con vaga reminescenza berlusconiana potremmo definire il popolo dei libri. Ed è altrettanto chiaro che per tutti i membri della setta le librerie sono dei luoghi sacri… a me è capitato anche di commuovermi entrando in una libreria, probabilmente era un periodo in cui c’era in me un eccesso di sentimentalsimo ma fatto sta che mi si sono inumiditi gli occhi. La discussione non è sul rapporto simbolico e direi erotico che ci lega alle librerie, la discussione è sul senso delle librerie oggi, sulla necessità di preservare templi e cattedrali di un epoca che è (forse) tramontata, sui meriti che vanno riconoscuti alle orde barbariche di Amazon e affini, e sulla possibilita’ remota che barari e civilizzati possano trovare una forma di convivenza e di reciproco rispetto.
    Se proprio vogliamo accostare le librerie a qualcosa direi di mettere da parte i ristoranti e guardare alle agenzie matrimoniale che – al pari delle librerie- non godono di buona salute, un po’ perché il matrimonio è caduto in disuso e un po’ perché esiste oggi quel mondo vasto e inarrestabile che passa sotto il nome di web. Ebbene il servizio che offre una libreria è lo stesso servizio offerto da un agenzia matrimoniale: la promessa quanto mai ambiziosa di metterti tra le mani qualcosa/qualcuno di cui ti innamorerai. Ora la domanda diventa: è mai possibile che un consulente, per quanto preparato, possa dirmi di chi debba innamorarmi? Il colpo di fulmine che scatta tra un uomo e una donna, come tra un lettore e il libro, è un evento del tutto fortuito che nasce da motivazioni spesso irragionevoli… posso anche dirti che a me piacciono donne more, con occhi chiari e capelli corti ma poi magari mi innamorero’ di una donna bionda, con occhi scuri e capelli lunghi. E allora mi chiedo: davvero il libraio può mettermi davanti agli occhi il mio destino, il libro che mi cambierà la vita e di cui mi innamorò ? Purtroppo ho qualche dubbio che sia cosi. Infinite sono le vie che portano al libro della tua vita…. ma quasi mai sono vie che passano per i consigli, sia pur saggi, del libraio. Sempre ammesso che sia possibile racchiudere il proprio gusto personale in categorie comunicabili, e anche su questo ho qualche dubbio, resta da stabilire se il libraio ha la capacità rabdomantica di estrarre dal chiacchericcio del marketing editoriale quel libro che aderisce esattamente alle categorie del mio gusto. Può non essere lusinghiero ammetterlo ma io a 42 anni ancora non ho capito esattamente qual’è il mio “tipo” di donna e il mio “tipo” di libro… mi risulta un po’ stano che possa averlo capito il mio libraio… se pero’ voi conoscete librai che hanno queste doti divinatorie vi prego di segnalarmeli.

  12. Giovanna scrive:

    Andrea……
    Per metterla in forma molto intellettuale, per te “non c’è trippa per gatti”, non solo in libreria, ma nemmeno nelle agenzie matrimoniali….

  13. Andrea scrive:

    Giovanna il problema dell’offerta libraria come dell’offerta sessuale non è l’assenza ma l’eccesso di trippa… quanto maggiore è la trippa tanto maggiore è il rischio di non poter scegliere. Paradossalmente l’eccesso di possibilità e’ altrettanto pericoloso che la sua assoluta mancanza. È la stessa differenza che c’è tra il trovarsi in mezzo ad un incrocio e in mezzo al deserto: nell’incrocio hai solo 4 possibili vie di salvezza, nel deserto le vie diventano infinite, ma se le possibilità di scelta aumentano le possibilità di salvezza si riducono. Non sempre ad una maggiore libertà corrisponde un maggiore beneficio. È in questo caotico spazio di libertà che si gioca il futuro delle librerie ( e quello della mia vita sessuale)….

  14. Giovanna scrive:

    In una libreria indipendente non C’ è mai un “eccesso di offerta” bensì una promozione di quello che le libraie amano, ritengono meritevole e anche di ciò che personalmente non viene apprezzato ma che altri frequentatori -lettori premiano ed apprezzano. Da qui un grande interscambio culturale. (Ops , grande non è la parola giusta, vista la crisi delle librerie)
    L’eccesso di offerta è on-line , ma per dirla più giustamente, l’induzione all’acquisto di quello che conviene al mercato, vedi i consigli che l’algoritmo ti propone, senza valutazione di qualità e utilità .
    Beato te che ancora credi di scegliere liberamente.

  15. Paolo scrive:

    Più per pigrizia che per necessità, in passato ho spesso comprato libri online: amazon, feltrinelli, ibs, libreria universitaria, abebooks… Da pochi anni, però, ho praticamente smesso, e se devo comprare un libro preferisco un libraio piccolo, o anche se devo “farmelo regalare” dico “dai un’occhiata in quella libreria o in quell’altra”. Alla fine è una differenza simile tra l’ipermercato e il negozio specializzato. Mi sono poi accorto che questa “politica dello sconto” si può traslare anche ad altri mestieri, perchè alla fine chiedere uno sconto “a prescindere” assomiglia a voler pagare di meno il lavoro di qualcun altro, o a non volergli riconoscere i mezzi di cui ha bisogno per lavorare. Ci sono tante aziende che, per esempio, usano sul pc programmi scaricati e craccati, non pagano gli straordinari, eccetera: il concetto è sempre lo stesso, cioè che se non ti prendi il tempo per comprendere (non dico a fondo ma anche a grandi linee) il lavoro di qualcuno, spesso finisci per sottovalutarlo. Io faccio il videomaker e spesso sento dire (e vedo) gente che pensa che le telecamere crescano sugli alberi, che un video si faccia un due minuti e che attrezzatura da centinaia (o migliaia) di euro sia “superflua”, come anche le competenze di un professionista. Ecco perchè, anche in questo caso, chiedere “uno sconto” non fa bene al professionista e al mercato, e forse nemmeno a chi compra. Se mi chiedi uno sconto, allora è legittimo che anche il mio lavoro sia più arronzato.

Aggiungi un commento