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Libri contro muri

Pubblichiamo una recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Alias», su «Dentro» di Sandro Bonvissuto (Einaudi).

“Sandro Bonvissuto ha quarantadue anni, fa il cameriere in un’osteria romana ed è laureato in filosofia”: la brevissima presentazione sulla quarta di copertina di Dentro introduce subito alla stringatezza di questo autore che esordisce “più o meno” già maturo e direttamente nel bianco prestigioso dei supercoralli einaudiani. I quali già da un po’, a pensarci, non tiravano fuori qualcosa di così nuovo, buono e interessante. “Più o meno”, perché in fondo al risvolto la “bio” si allunga e scopriamo che un paio di anni fa Bonvissuto pubblicò per un piccolo editore una raccolta di racconti che non fu mai distribuita, di cui aspettiamo la riproposta: i tre racconti compresi nel suo quasi esordio sono infatti, in buona parte, piccole perle di misura e ponderatezza letteraria. Verrebbe da pensare a certo minimalismo che via Giulio Mozzi ha preso abbastanza piede qui da noi e di cui l’ultima e più convincente incarnazione è, a mio parere, quella di Giorgio Falco. Ma Bonvissuto è un quarantaduenne laureto in filosofia che lavora in un osteria romana e non mi stupirei se ci tenesse a rivendicare una certa indifferenza, o quanto meno indipendenza, rispetto a tendenze e combriccole editoriali magari preferendo ascrivere la sua asciuttezza di stile ad altre e alte sfere, persino filosofiche perché no.

Per esempio l’incipit de Il giardino delle arance amare, il più bello dei tre racconti qui compresi è indubbiamente kafkiano. Si tratta di un lungo brano sul carcere e comincia giustamente dalla carcerazione, la quale si svolge in un clima di dissolvenza totale dei riferimenti, sbriciolamento sensoriale del mondo “normale” che introduce in qualche modo al clima analitico, iperdescrittivo e straniante delle pagine che seguono (“Non avrei saputo dire da quanto viaggiavamo, forse un’ora, o forse meno, ma era una cosa che ormai non aveva piú alcuna importanza, perché intanto era sempre notte. Come prima. Come sempre quando è notte. Sarà perché la notte dal tramonto all’alba è tutta uguale; non è come il giorno quando, bene o male, ti rendi conto se è piú mattina o pomeriggio. La notte ha un altro tempo, senza fasi. La notte è notte. Non ha ore. O forse ha un’ora sola, un’ora lunga tutta la notte.”). Pagine che abbandonano abbastanza rapidamente l’accentuata tensione formale dell’inizio per distendersi in una lunga narrazione in prima persona della vita carceraria dove tuttavia, ancora, non è tanto in ciò che dice ma nel come, nella qualità del linguaggio e delle sue formule, che il narratore apre agli aspetti politici, sociali, esistenziali del carcere: e qui Bonvissuto potrebbe ringraziare Wittgenstein o forse addirittura il Socrate platonico per la sua capacità di scarnificare il linguaggio (e quindi l’esistente) a furia d’ironia, lasciandoci in mano soltanto la struttura ossea dei concetti che lo sostengono. Come spiegare altrimenti certi brevi stralci di poesia degli oggetti di schiacciante evidenza percettiva (“Non c’è niente di artificiale che incarni il concetto di nudità umana come una lampadina.”), o certi ragionamenti che a forza di elementarità, a furia di sottrarre, rimangono concentrati di forza argomentativa (“Se c’è una cosa che lascia assolutamente indifferente chi sta fuori, è proprio la sorte di un detenuto. È paradossale, ma gli unici a preoccuparsene sono gli altri detenuti. Un po’ come fanno i poveri, che sono gli unici ad avere pena per gli altri poveri. O i malati con gli altri malati. O i terremotati con gli altri terremotati. Ma in questo modo finisce che a preoccuparsi della condizione di qualcuno è proprio chi non può fare niente.”. Oppure: “Il carcere è pieno di gente cosí, è lí che li ammucchia il mondo. Fa impressione vederne cosí tanti insieme. Viene da pensare che sarebbe meglio lasciarli distribuiti in mezzo agli altri, perché trovare una pecora nera in un gregge di pecore bianche è normale, ma trovarsi davanti a un gregge fatto di sole pecore nere è invece qualcosa di terribilmente anomalo. Assurdo.”). Mi soffermo sulle citazioni per rispetto dello sforzo continuo di “mostrare” piuttosto che “dire” che accompagna le parole di Bonvissuto, e più sottilmente di “dire” nel “mostrare”.

Il secondo e il terzo racconto sono ricordi d’infanzia, dove l’essenzialità della scrittura s’impegna a cogliere pezzi di un altro mondo “altro” (“Quando penso a qualcosa che mi è successo allora, penso a qualcosa che sembra accaduto a qualcun altro, perché l’infanzia è davvero l’unico momento nel quale siamo stati un altro”). Ma al di là della chiara fisionomia stilistica di questo libro, sarebbe tradirne le intenzioni non riconoscerne gli obiettivi. Bonvissuto, oltre a semplificare filosoficamente il mondo che osserva, vuole in qualche modo modificarlo, mettervi mano: è uno scrittore animato da una palpabile tensione etico-politica, oltre che conoscitiva. Allora ecco un’ultima citazione, sempre dal carcere: “Nonostante le apparenze, il  muro non è fatto per agire sul tuo corpo; se non lo tocchi tu, lui non ti tocca. È concepito per agire sulla coscienza. Perché il muro non è una cosa che fa male; è un’idea che fa male. Ti distrugge senza nemmeno sfiorarti. Lí dentro ho visto anche gente piangere davanti ai muri, davanti alla caparbia ostilità della materia. Perché, se funzionano, i muri sono tutti del pianto. Il muro di recinzione è certo una cosa ostile all’umanità. E costruire un muro è fare una cosa contro. Perché ormai è chiaro che i muri non possono essere a favore. E purtroppo non esistono muri fatti contro qualcosa, perché i muri sono sempre fatti contro qualcuno, contro gli esseri viventi. Quando costruite un muro dovete saperlo che sarà certamente contro qualcuno anche se non sapete contro chi.”. Anche quando si legge, o si scrive, un libro credo bisognerebbe domandarsi se quelle parole sono “a favore” o “contro”. Se mettono muri o se li smantellano. Molti libri ci seducono con le loro suggestive (e spesso inconfessate) architetture concentrazionarie. Molti meno, come questo, con le loro discrete, ma potenti, promesse di felicità.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
6 Commenti a “Libri contro muri”
  1. cartaresistente scrive:

    Il prossimo libro che leggerò. Già sul comodino.

  2. davide calzolari scrive:

    idem io

  3. Stef scrive:

    L’apparentamento stilistico con Mozzi e Falco finirà per farmi desistere dal comprare quella che ho paura sia l’ennesima opera sul vuoto dei tempi moderni che di quel vuoto si compiace, narrando di persone comuni, scontate, dalla vita ripetitiva, bla bla bla.
    Credo che il minimalismo non abbia nulla di innovativo, che al contrario sia una specie di bluff editoriale del quale rimarrà poco e nulla. Come lettore mi lascia indifferente, o peggio ancora mi trasmette tristezza. Probabilmente non è il caso di Bonvissuto, ma solo il sospetto che possa esserlo basta a farmi desistere.

  4. Alessandro scrive:

    La palese povertà di stile viene chiamata minimalismo. Un libro pieno di sentenze, alcune se ne leggono anche in questa recensione. Vorremmo recensori più colti, è importante il loro ruolo nell’indirizzare l’attenzione dei lettori su libri, autori e collane che suscitano, ma non meritano simili deferenze.

  5. davide calzolari scrive:

    io credo lo leggerò cmq;ad ogni modo:

    gente bisogna far libri,possibilmente romanzi,con storie un po piu robuste(attenzione,non dico accattivanti)sennò la gente col cavolo che entra in libreria

    o se ci entra cerca solo wilbur smith,connelly,quella roba li

    ben che vada,stephen king e dan brown

    continuiamo a fissarci solo sullo stile,sul linguaggio,e come diceva nanni moretti,”continuiamo a farci del male!:)”lo dico con ironia,ma temo sia così

  6. Se vien da Falco è da comprare e leggere subito.

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