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I libri dell’anno di minima&moralia: terza parte

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la terza lista: la prossima settimana seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Lorenzo Alunni 

Se dovessi scegliere tre fra i libri usciti in Italia nel 2016, comincerei da Satantango di László Krasznahorkai. A diciotto anni dall’uscita è arrivato in Italia grazie a Bompiani e alla bella traduzione di Dóra Várnai. È un libro che, come gli altri dello scrittore ungherese (in particolare il capolavoro Melancolia della resistenza), ci fa capire come l’apocalisse non sia un evento immaginabile per un futuro più o meno lontano, ma una condizione permanente della nostra quotidianità.
E poi Bussola di Mathias Énard (gran traduzione di Yasmina Melaouah, E/O). Il narratore è un musicologo viennese che, gravemente malato, passa una nottata a ripensare ai suoi tanti viaggi in Medio Oriente e al suo difficile amore per Sarah. Bussola non raggiunge forse i vertici di Zona, ma, per esempio, le pagine sulla notte passata da Franz e Sarah fra le rovine di Palmira valgono da sole tutta la nostra attenzione per questo libro. Soprattutto in tali tempi tragici per il Medio Oriente.
Infine, un libro di ricette. Ebbene sì. Si tratta di Pop Palestine. Viaggio nella cucina popolare palestinese (Stampa Alternativa), di Fidaa IA Abuhamdiya e Silvia Chiarantini, foto di Alessandra Cinquemani. Prima di un viaggio in Palestina, l’estate scorsa, immaginavo che mi sarei trovato di fronte a situazioni politicamente ed emotivamente difficili, ma non che mi sarei innamorato della cucina palestinese: questo libro riesce a intrecciare le due cose con una sorta di calorosa (e calorica) leggerezza. E poi, voglio dire, quel budino di latte e riso con il succo di melograno, ragazzi… 

Filippo Belacchi 

Nel corso degli anni ne ho sentite talmente tante sul pasticciaccio – letture, saggi, conclusioni, riflessioni – che sapevo tutto, ma non sentivo niente. Mentre a settembre è successo che ho finalmente scoperto la “sudicia avvenenza” della sua lingua; mai mi era venuto in mente che per sentire dovevo ascoltare. Ogni giorno, in auto, a volte Gazzoli, altre Gifuni, ascolto Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana. E mi accade, tra le curvature emotive di questa lingua di statura dantesca, di sentire, di capire cosa voglia dire essere italiano; se qualcuno mi chiedesse dov’è casa, dove cioè la mia patria, penso che indicherei proprio quelle pagine, quel pasticciaccio.
Undisputed Truth, di Mike Tyson, un libro che Charles Dickens avrebbe sicuramente inserito tra i testi irrinunciabili. A toccarmi sono state le prime parti, l’infanzia nell’arena bestiale di Brownsville, i tratti del viso effeminati, la voce da ragazzina e una madre che quando non barcolla, ubriaca, fa delle cose con degli sconosciuti nella penombra della stanza da letto. Il costante senso di straniamento, la diffidenza e poi la rabbia immedicabile. L’incontro con Cus D’Amato (“Non rideva mai, non aveva neppure un muscolo felice sul volto), che lo trasforma in un antisupereroe, the baddest motherfucker on earth, ma dentro resta e resterà sempre quel ragazzino spaventato con la morte nel cuore. Pieno di aneddoti belli e strazianti, come questo: a dieci anni va in discoteca “con quelli più grandi”, già appassionato di piccioni, non torna a casa a cambiarsi  (da buon sociopatico neppure ci pensa) e arriva sporco di guano e catrame; tutti lo guardano e cominciano a ridere. Mike non sa che fare, allora si mettere ridere con loro, ma dentro sente di affogare nella vergogna e vorrebbe morire. Gesù, che tenerezza!
Bella e curiosa mostruosità. Pynchon, Carver e Jimi Hendrix che fanno un figlio: il romanzo pubblicato a puntate su Reddit dal misterioso _9MOTHER9HORSE9EYES9. C’è tutto: LSD, Treblinka, il progetto MKULTRA, esperimenti su prigionieri ignari, le flesh interfaces, tunnel di carne umana, viva, che condurrebbero dall’altra parte sulle “sabbie d’oro”, dove scrutare gli orribili piani che Dio ha in serbo per l’uomo. Guardare Stranger Things potrebbe aiutare a farsi una pallida idea di che bestia si tratti.

Christian Caliandro

Luciano Funetta, Dalle rovine (Tunué): un esordio spiazzante e allucinatorio, in grado di fondere abilmente i generi e di virare decisamente in direzione distopica e apocalittica, attraverso una lingua ricca, densa, interessante. Margo Jefferson, Negroland. A memoir (Pantheon Books):  l’autrice ripercorre la vicenda della “borghesia nera” statunitense tra anni Cinquanta e Sessanta, riconsiderando stereotipi radicati e intrecciando autobiografia e storia collettiva, critica sociale e narrazione; ne viene fuori un’indagine spietata e lucida del classismo, dello snobismo e dei meccanismi di auto-discriminazione propri dell’élite di colore. cheFare (a cura di), La cultura in trasformazione (minimum fax): un volume collettivo che indaga da molteplici punti di vista le trasformazioni che l’idea stessa di ‘cultura’ e di lavoro culturale stanno affrontando a partire dalla crisi, rivolgendo particolare attenzione alle dimensioni della collaborazione e della comunità, e prendendo le distanze da interpretazioni superficiali e da chiavi di lettura meramente “imprenditoriali”.

Giulio D’Antona

Il primo libro che vorrei consigliare è un memoir, Giorni selvaggi di William Finnegan (traduzione di Fiorenza Conte, Mirko Esposito e Stella Sacchini, 66thand2nd). Mai avrei pensato di poter leggere settecento pagine sul surf, anche ricche in particolari tecnici, con così tanta facilità. È un libro meraviglioso, scorre come un romanzo e passa in rassegna, quasi candidamente, cinquant’anni di americanità visti dal punto di vista dell’onda. Il secondo è La luce smeraldo nell’aria di Donald Antrim (traduzione di Cristiana Mennella, Einaudi), una raccolta di racconti “vecchio stile”, composta ed educata che restituisce alla letteratura un autore tanto necessario quanto complicato e fa venir voglia di tornare ai fondamentali della scrittura — e cioè: scrivere, e basta. Il terzo è Una vita come tante di Hanya Yanagihara (traduzione di Luca Briasco, Sellerio), un romanzo che intreccia le vicende di quattro amici a New York, raccontate attraverso la crescita e le vicissitudini della vita adulta. Il punto d’incontro tra la complessità di una saga familiare russa e l’asciuttezza del contemporaneo americano.

Alessandro Grazioli

Quest’anno, per ragioni diverse, ho approfondito un’esplorazione in mondi editoriali diversi dalla letteratura e saggistica tout-court. Molto per curiosità e un po’ per formazione, che non si smette mai e c’è sempre bisogno di confronto, ho consolidato la mia parte di libreria dedicata alle pubblicazioni sull’editoria, con una serie di libri che sono usciti o che erano già usciti e ho letto: dal carteggio tra Sciascia e Laterza in L’invenzione di Regalpetra (Laterza) a L’Einaudi in Europa di Munari (Einaudi) a Editori vicini e lontani di De Michelis (Italo Svevo) e Il volo oscuro del tempo di Carlos Barral (il Saggiatore) a Ginevra Bompiani e al suo Mela zeta (nottetempo). Per me l’editoria è fatta per gran parte di incontri, e l’incontro con questi libri ha reso il mio anno più interessante.
E poi il mondo della letteratura di viaggio che ogni anno sempre di più è una mia passione in costruzione, colpa di quegli scrittori grandi che sono stati viaggiatori veri. Dopo aver letto Fermor non mi sono più fermato, e sono passato Dalla montagna sacra di Dalrymple (traduzione di L. Santini, Bur Rizzoli), Lungo la via incantata di Blacker (traduzione di Mariagrazia Gini, Adelphi) fino a L’avventura di Ulisse di Cuisenier (traduzione di Licia Taverna, Sellerio), un universo intero da esplorare.
Ma l’esplorazione più meticolosa quest’anno l’ho riservata all’editoria per bambini. Sono sempre stato uno zio che ha regalato molti libri ai suoi nipoti, ma ora sono un padre che ne sceglie molti per sua figlia ed è bello vedere quanto sia sconfinato l’orizzonte di qualità che l’editoria per l’infanzia sa proporre, che siano tattili come i Chi si nasconde? (Edizioni Usborne) o inventino lingue, come Tarari Tararera di Emanuela Bussolati (Carthusia). E così come mia moglie sta lì e cerca e legge e monitora i libri per mia figlia, io sto lì a sfogliarli un attimo prima con una e un attimo dopo con l’altra e capisco che tra noi tre quello che ha più da imparare e scoprire sono proprio io.

Francesco Guglieri

Daniele Del Giudice, I racconti (Einaudi). In tempi come questi, in cui la marginalità sociale della letteratura spinge molti giovani autori alla contro-reazione (a mio parere reazionaria, di ripiegamento) di una scrittura muscolare o finto-visionaria, la “linea chiara” di Del Giudice è ancora la migliore e più nitida lezione di cosa sia un’etica della scrittura.
Paul Mason, Postcapitalismo (traduzione di Fabio Galimberti, il Saggiatore). Si può non essere d’accordo con molti dei presupposti di Mason, si possono anche rigettarne le conclusioni: non importa, perché comunque Postcapitalismo è una lettura piena di spunti e illuminazioni, uno sguardo sul presente avanzato e sul capitalismo dell’informazione che rimette in moto i neuroni.
Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo (Sartoria utopia). Canella è un amico, ma non credo di peccare di conflitto di interesse o giudizio poco lucido. Ha raccolto in questo volume la sua produzione poetica degli ultimi dieci anni a tema amoroso, dando vita a un canzoniere sentimentale di lacerante bellezza, di rabbia e svagate dolcezze: “a volte i fogli leggeri / ti tagliano le dita / e vedi il sangue / ma non la ferita”.

Tiziana Lo Porto 

Quando Garth Risk Hallberg è venuto in Italia a presentare Città in fiamme (traduzione di Massimo Bocchiola, Mondadori), il libro l’avevo letto due volte, in inglese prima, poi in italiano. Dalla casa editrice mi hanno chiamato chiedendomi: ti andrebbe di fare un djset dopo la presentazione? Ho detto sì sì e ho messo in fila tutta la musica che c’è in quel libro, e altra musica newyorchina del ’77. In macchina, dall’albergo al posto della presentazione, con Hallberg abbiamo parlato dei sogni della sua protagonista e di come deve essere complicato essere figli di Patti Smith.
Isole minori, Lorenza Pieri (E/O). Prima ancora che uscisse aveva già un suo posto nel mio scaffale sentimentale, lo scaffale che vedo seduta sul divano di casa con sopra i libri delle mie persone preferite. Poi il libro di Lorenza è uscito, l’ho letto, ed era bello e anche più belle di tutte le mie aspettative. Dentro ha quarant’anni di storia d’Italia, un’isola e la storia piena di struggimento di due sorelle, che a tratti somiglia alla mia. Adesso è tra Corri, coniglio di John Updike e Sentieri nel ghiaccio di Herzog.
Attilio Bertolucci, Opere (I Meridiani Mondadori). Da un po’ di compleanni è nella pila dei libri accanto al letto, a portata di braccio. Ogni tanto lo prendo, apro a caso, e leggo quello che mi spetta. Quest’anno l’ho portato con me un fine settimana di mare fuori stagione e l’ho letto tutto, da capo a fondo. Poi è finito, l’ho guardato e ho pensato: bene, adesso ti rileggerò.  

Gianni Montieri

Giordano Meacci, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax). Meacci ha scritto un romanzo che contiene molte cose, e molte di queste ci arrivano come domande. Domande sul senso della vita e della morte, su dove si vada dopo o su dove si rimanga per l’inevitabile continuo del destino. È un libro sull’amore e sul cosa significhi essere umani, per questo Meacci ha creato un nuovo linguaggio, una lingua terza che è conoscenza e abbandono.
Don DeLillo, Zero K (traduzione di Federica Aceto, Einaudi). DeLillo ha costruito una sorta di casa del linguaggio. Ci porta in un posto che sta oltre le parole, e allo stesso tempo ci dice che le cose non esistono, che potrebbero sparire se non siamo in grado di nominarle. E vede il tempo presente e ci mostra il futuro, che in fondo è già qui, ma non tutti sono in grado di capirlo. DeLillo parla di noi, anche stavolta.
Simona Vinci, La prima verità (Einaudi). La prima verità è un libro coraggioso. Un libro che è narrativa pura, memoir, reportage, storia di fantasmi; che si muove tra il confine sottile tra follia e quella che chiamiamo normalità. Confine che si assottiglia e cambia se cambiamo contesto sociale o periodo storico. Nell’orrore del lager di Leros i “matti” inventeranno una propria forma di comunicazione, una specie di salvezza.

Marco Peano

Mai come nel 2016 mi sono imbattuto in così tante e dolorose storie d’amore. Con chiunque parlassi, Sylvia (traduzione di Vincenzo Vergiani, Adelphi) era una lettura imprescindibile: la fisiologia della coppia scandagliata da Leonard Michaels nel suo «memoir romanzato» possiede qualcosa di implacabilmente autentico.
Ma se devo immaginare tre titoli rappresentativi dell’anno quasi concluso, comincio da marzo: il mese in cui – in contemporanea con gli Stati Uniti – BAO ha dato alle stampe Patience, la nuova graphic novel di Daniel Clowes tradotta da Michele Foschini. Stavolta l’autore di Chicago ha messo a punto una vicenda in cui i viaggi nel tempo s’innestano in un fatto di sangue che a sua volta dà l’innesco a una storia di vendetta, e tutto quanto rimanda a un amore strappato. La cosa più incredibile è che gli si crede dalla prima all’ultima pagina.
A inizio settembre, invece, per Humboldt-Quodlibet è uscito Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani: una ricognizione degli spazi vuoti e degli spazi illusoriamente pieni a opera di Giorgio Vasta e del fotografo Ramak Fazel. Il primo ha esplorato le forme della mancanza attraverso i nitidissimi affreschi dei deserti (siano essi di sale o esistenziali); il secondo, grazie all’appendice fotografica «Corneal abrasion», ha dimostrato come l’occhio sia il più ingannevole dei testimoni. I due, coadiuvati dal personaggio-editore Giovanna Silva, hanno messo in scena una nuda verità, e cioè che il deserto coincide col cannibalismo affettivo.
Infine, a dicembre, quando ormai ciò che era stato detto sull’amore sembrava per sempre consegnato alla Storia, è arrivato uno dei libri forse più attesi degli ultimi tempi (almeno da chi, come me, segue l’autore da anni): Il nostro amore distruggerà il mondo, la struggente, necessaria e travagliatissima silloge – mi piace usare questa parola – di Roberto Canella, pubblicata da Sartoria Utopia, casa editrice milanese diretta da Francesca Genti e Manuela Dago. Un libro imperdibile per chiunque abbia dei sentimenti.
Ricapitolando: un fumetto, un reportage narrativo e un libro di poesie. Perché quando l’oggetto è la perdita, qualunque forma – se supportata da uno sguardo esatto – acquista un senso compiuto.

Valentina Pigmei

GodBody di Theodore Sturgeon (traduzione di Marina Sirka Mosur, Atlantide Edizioni) è il libro più sacrilego dell’anno. Scritto nel 1985 e mai uscito in Italia prima d’ora, parla di sesso, chiesa, corpi, amore. “Fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”. Altro che The Young Pope!
La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri). Di gran lunga più bel libro di racconti letto quest’anno, un libro perfetto che è simile alla vita vera (e per questo doloroso e bellissimo). Lancinante.
Gli Argonauti di Maggie Nelson (traduzione di Francesca Crescentini, il Saggiatore). Un saggio in forma di frammenti amorosi su maternità, filosofia, transgenderismo, vita e morte. Praticamente tutto. Capolavoro. 

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