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I libri dell’anno di minima&moralia: quarta parte

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la quarta lista: seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Ivan Carozzi

ScherzettoDomenico Starnone (Einaudi 2016). La storia di un nonno dal nome morbido e ordinario, Daniele, e un cognome dove basta cancellare una ‘l’ per evocare una minaccia: Mallarico. Daniele è di origini napoletane ma vive da sempre a Milano, dove lavora come illustratore. È un nonno così cupo e insofferente verso Mario, il nipote quattrenne, da risultare scandaloso. Quindi un nonno non levigato, molto terrestre e vero: questa è la prima la ragione per cui mi sento di segnalare il libro. Le righe in cui nonno e nipote fanno una doccia insieme sono un’esplosione di luce, una festa, ma per il resto Scherzetto è un romanzo gotico che lascia un sapore molto amaro.
Braccio di Ferro ‘Ricchi premi per i solutori’ (Edizioni Bianconi)Un episodio di Braccio di Ferro che parte con un cruciverba e finisce tra i cannibali in Africa. Il piacere della lettura − quello in via di estinzione che Tommaso Pincio racconta in Panorama − è sempre più legato a ‘come’ io leggo. Se una sera sono solo, perfettamente solo, chiuso in un piccolo ristorante silenzioso, indisturbato, stretto in una relazione amorosa e quasi bavosa con il libro, allora questo Braccio di Ferro del 1972, acquistato usato al termine di una giornata di lavoro al computer, può diventare il motore di un’esperienza sublime, come effettivamente è accaduto e non accade più per tanti libri letti male e di fretta. Per fortuna a inizio 2016 ho letto Moby Dick (nella traduzione di Ottavio Fatica) con la stessa attenzione dedicata a Braccio di Ferro e con la differenza che l’esperimento è durato dieci giorni, ed è stato un lunghissimo sogno, uno dei più belli mai fatti (di cui non ricordo più nulla).
SuperondaValerio Mattioli (Baldini & Castoldi) è stato il libro che, alternato con Regni dimenticati di Gerard Russell, mi sono portato ovunque nello zaino ad agosto. A dispetto delle sue 600 pagine lo si può prendere e lasciare, senza che perda mai sapore ogni volta che lo si riapre. Voglio consigliarlo perché lo considero come un mazzo di chiavi che non smettono di aprire porte e percorsi possibili dentro un insieme di costellazioni infinito come quello della scena musicale, artistica e sociale italiana tra gli anni ’60 e ’70.

Andrea Cirolla

Angelo Casati, L’alfabeto di Dio, il Saggiatore. Più di uno scrittore, più di un poeta. Più di un sacerdote e più di un teologo. Angelo Casati è semplicemente uno degli ultimi uomini straordinari che il nostro tempo ci abbia concesso. Vive a Milano e questo sillabario, quanto gli altri suoi libri, non tanto parla prima ai non credenti che ai credenti: parla all’intelligenza delle persone, con umiltà e mitezza, strumenti della bella mente e del buon cuore che, per sacrificare il discorso alla retorica, lui è.
Anne Tyler, Una spola di filo blu, traduzione di Laura Pignatti, Guanda. Ma poi, qualsiasi suo romanzo. Anne Tyler ci ricorda che tutte le famiglie, felici e infelici, sono complesse a modo loro; e tutte le case. E che tutte, le famiglie e le case, con tutte le loro crepe, sono una via per raccontare il mondo.
Valentino Ronchi, L’epoca d’oro del cineromanzo, nottetempo. Se non vi fate fregare dal titolo, scoprirete che non è un saggio specialistico ma l’unione di due libri in versi precedentemente usciti senza distribuzione, meritoriamente riproposti da nottetempo. In versi, ma li si legge anche come una raccolta di racconti (Canzoni di bella vita) e come un romanzo (Anna e Mélanie), senza nulla togliere a «questa poesia di rara intensità e bellezza», come l’ha definita Giampiero Neri, tra i maggiori poeti del Secondo novecento italiano.

Michele Dantini

Giorgio Agamben, Altissima povertà, Neri Pozza
Hugo Ball, Cristianesimo bizantino,traduzione di Piergiulio Taino, Adelphi
Erwin Panofsky, Il problema dello stile nelle arti figurative e altri saggi, traduzione di Enrico Filippini, Abscondita

Tre libri molto diversi da loro, separati da decenni e che tuttavia, smentita l’attendibilità delle cronologie, dialogano tra di loro ruotando attorno a un unico problema: l’utopia religiosa, il Regno che nasce in assenza di eserciti, polizie e magistrature e che tuttavia si preserva per l’intimo assenso di ciascuno di noi. Usciamo di metafora: il punto, negli anni che seguono la prima guerra mondiale per Ball; nella Germania di Weimar per Panofsky; in Italia, Europa, Occidente oggi per Agamben, è la crisi della democrazia liberale intesa in primo luogo nei suoi istituti di rappresentanza. Come sfidare la teologia politica, cioè immaginare forme non statuali di comunità? È un problema riproposto di recente anche da Michael Walzer nelle sue ricerche sulla storia ebraica, con riferimento al rapporto ivi sussistente tra cittadinanza e esodo. Quale (e se) l’efficacia costituente del Sacro?

Marco Filoni

Fra i libri letti negli ultimi tempi (o perlomeno fra quelli usciti quest’anno) che più ho amato dovrei dire Le otto montagne di Cognetti per Einaudi, Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen per Neri Pozza (nella traduzione di Luca Briasco) e Le ragazze di Emma Cline per Einaudi (nella traduzione di Martina Testa). Ma visto che se ne è parlato molto (a ragione!) e certamente qualcun altro li consiglierà qui, ne indico altri tre – e così son sei! Una ragazza lasciata a metà di Eimear McBride, tradotto da Riccardo Duranti per il piccolo editore Safarà. Esce da noi in contemporanea all’osannato in patria The Lesser Bohemians e racconta un’adolescente irlandese al femminile con grazia rara. Imperdibile anche Tim Wu, che con il suo The Attention Merchants (Knopf) ci mette in guardia da Facebook, Google e dagli altri monopoli digitali: fate attenzione, dice, perché questi sono i più grandi mercanti dell’attenzione della storia e vogliono distrarci per poi venderci quello che vogliono loro. Infine un divertissement piacevole e interessante: Breve storia della pioggia di Alain Corbin per Edb (traduzione di Valeria Riguzzi): l’autore è immenso e qui fa la storia sociale, culturale, politica, bizzarra e curiosa del meteo. Così, se fuori piove, sapete cosa leggere.

Alessandro Leogrande

Tra i libri più belli che ho letto nel 2016 c’è sicuramente K. o la figlia desaparecida di Bernardo Kucinski (traduzione di Vincenzo Barca, Giuntina). In K. Kucinski racconta della scomparsa (nel 1974, nel pieno della dittatura militare brasiliana) della sorella Ana Rosa e del marito Wilson Silva, militanti di una formazione guerrigliera decimata da una repressione durissima che si serve del terrorismo di Stato e delle delazioni interne. Ma, nell’avvicinarsi a questa materia ancora incandescente, Kucinski decide di percorrere una strada diversa da quella della denuncia di ciò che è stato o da quella del semplice recupero di una memoria storica che rischia di scomparire. Al centro di K. non ci sono Ana Rosa e il marito, e non c’è neanche l’autore, che si ritrae dietro le retrovie del racconto imbastito. Al centro del romanzo (ché K. è un romanzo, e fin dal titolo sono evidenti le ascendenze) vi è proprio K., il padre di Ana Rosa (e di Bernardo) che prova a dissipare le nebbie della desaparición di sua figlia. E lo fa attraverso il recupero frastagliato di frammenti famigliari, e di legami famigliari intorno a quei frammenti, mentre intorno la gente scompare.
Ricordo anche Fragole e sangue. Diario di uno studente rivoluzionario di James Simon Kunen (traduzione di Anna Rusconi e Carla Palmieri, Sur), diario esilarante, scritto da chi era in prima linea, dei giorni dell’occupazione della Columbia nel 1968.
Tra gli autori italiani: il fluviale, totale, zibaldonesco Lettori selvaggi di Giuseppe Montesano (viaggio all’interno dei nostri idoli e traumi culturali); il reportage narrativo di Angelo Ferracuti da una Sardegna silente e sconosciuta, Addio (Chiarelettere); il saggio di Adriano Prosperi, La vocazione (Einaudi), in cui si scava attraverso le confessioni autobiografiche dei membri del primo partito-principe della storia occidentale: i gesuiti; il romanzo di Simona Vinci, La prima verità (Einaudi).

Francesco Longo

Le annate letterarie sono fatte di novità, riedizioni, e soprattutto repêchage individuali. Chi non ha mai letto Curzio Malaparte può restare fulminato da Il ballo al Kremlino (Adelphi 2012). Il protagonista è l’aristocrazia comunista e la splendida decadenza russa della fine degli anni Venti. È un romanzo anche se sono reali personaggi, luoghi e avvenimenti. Malaparte racconta sale da ballo, “due piccoli piedi famosi, per cui tutta Mosca delirava”, si aggira in una Russia di cieli immensi e rosei, abitata da ufficiali zaristi con uniforme senza spalline, dove si mangia caviale fresco e si parla molto di Lenin e di Maiakowski. Tennis, pattinaggio, club dei canottieri; e gli occhi tristi degli operai sui sedili dei tram. Nel libro si intravede il crollo dell’Europa intera, attraverso lo stile di uno dei più dotati scrittori italiani del ‘900: “Il cielo splendeva verde come un prato. D’ora in ora l’erba cresceva nel curvo prato del cielo, e il tenero bagliore dell’erba si rifletteva nei muri, nei vetri delle finestre, nel selciato delle strade, nei visi della gente”.
Per capire la attuale crisi europea un libro perfetto è Il mondo di ieri di Stefan Zweig (traduzione di L. Paladino, Garzanti 2014). È il racconto autobiografico in cui rievoca l’infanzia e l’adolescenza luminosa a Vienna, immerso nella cultura: “scorgere Gustav Mahler per strada era un evento da riportare l’indomani ai compagni come un trionfo personale e quando un giorno fui presentato a Johannes Brahms e questi mi diede un cordiale buffetto sulla spalla, rimasi per qualche giorno sconvolto da quel prodigio inaudito”. La vocazione letteraria e l’amore per l’Europa lo rapiscono presto e lo portano a vivere a Parigi, Berlino e Londra. Poi il cielo europeo si fa cupo, tutto è stravolto dallo scoppio della guerra. L’amarezza non spegne mai la speranza di Zweig che prima di morire ascolta e trascrive la voce morale dell’Europa, prima di Hitler: “l’Europa intera mi apparve condannata a morte dalla sua stessa follia, l’Europa, la nostra sacra patria, culla e tempio della civiltà occidentale”.
In una intervista recente lo scrittore di thriller Michael Connelly ha detto: “Non sarei mai diventato uno scrittore se non avessi letto il tredicesimo capitolo de La sorellina di Raymond Chandler. Quel capitolo è poesia pura e ancora oggi, prima di iniziare un romanzo ambientato a Los Angeles, devo rileggerlo». Chandler è un classico. Qui c’è il burbero e sentimentale Philip Marlowe che indaga su un uomo scomparso, tra donne con occhi vuoti e labbra sdegnose e interni delle stanze odorano di tappeti vecchi. Il vero motivo per cui vale la pena leggere La sorellina (traduzione di Ida Omboni, Feltrinelli 2013) è Los Angeles: “Oltrepassai le chiassose insegne al neon, e le facciate false, dietro di esse, le rosticcerie, fatte di sputo, che parevano palazzi, sotto le luci brillanti e colorate, i ristoranti circolari per automobilisti, gai come circhi equestri, con le servette vivaci, dagli occhi duri, i banchi luminosi e le cucine unte e sudaticce, che avrebbero avvelenato un rospo”.

Michele Martino

Il libro che ho letto più volte quest’anno, ogni volta ad alta voce, è Il circo delle nuvole, scritto e illustrato da Gek Tessaro per Lapis edizioni. L’ho comprato lo scorso Natale dopo averlo visto «animato» dall’autore in un teatro di Roma. Se ancora non ci siete andati, andate a vederlo: vi sembrerà, con qualche differenza, di ammirare dal vivo Le mystère Picasso di Clouzot. Se non lo avete letto, leggetelo (anche ai vostri figli): «Si spegne la luce, la notte è arrivata, si può dare inizio alla matta sfilata». Come secondo libro del 2016 scelgo uno dei romanzi, pubblicati dall’Orma, di Annie Ernaux, che tratta la sua materia dolente consapevole «che il romanzo è impossibile». Dico Il posto (traduzione di Lorenzo Flabbi), perché ci ricorda come la nostra vita spesso sia forgiata da qualcuno che ha vissuto prima di noi (o per noi), e come ogni storia ne richiami sempre un’altra. Per terzo – anche se non dovrei, perché è uscito per 66thand2nd dove lavoro – metto Giorni selvaggi di William Finnegan (traduzione di Fiorenza Conte, Mirko Esposito, Stella Sacchini): il racconto di una vita filtrato da una passione (per il surf), oltre che uno sguardo in filigrana alle metamorfosi del concetto di violenza, in America e ovunque. Un libro dell’èra Obama, non solo perché comincia sulle onde delle Hawaii, ma perché torna al passato con un atteggiamento di fiducia nel futuro. Vediamo un po’ che succede adesso.

Sara Marzullo

Donald AntrimLa luce smeraldo nell’aria (traduzione di Cristina Mennella, Einaudi)
Lucia BerlinLa donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri)
Giordano MeacciIl Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax)

C’è un uomo che cammina per Manhattan con un enorme mazzo di fiori, vuole raggiungere sua moglie, ma il mondo sta iniziando a cadere a pezzi e lui non sa se riuscirà ad arrivare prima che sia troppo tardi: ci sono immagini come questa in La luce smeraldo nell’aria, in cui la limpidezza della lingua di Donald Antrim e la sua capacità di raccontare gli uomini mentre crollano suggeriscono che che non ci sono strategie di sopravvivenza, se non l’ostinata volontà di essere intensamente umani. È ostinazione la parola del 2016: Lucia Berlin ha lavorato ovunque, ha cambiato città e scritto quando poteva e adesso, finalmente, anche se tardi, una selezione dei suoi racconti migliori è arrivata anche in Italia. Poi c’è un libro, quello di Meacci, atteso da dieci anni, e che si rivela un oggetto strano e felice: l’unico posto in cui la luce accetta di estinguersi.

Gabriele Santoro

L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky (traduzione di Scilla Forti, Keller editore). Baba Dunja è personaggio straordinario, la catastrofe nucleare di Chernobyl non le impedisce di tornare nel paese natio. La piccola comunità di Černovo ricrea un proprio microcosmo, che sembra ignorare le radiazioni. Ad Alina Bronsky riesce il miracolo letterario di far vivere un luogo morente con la poesia, la forza, la malinconia e l’umanità di Baba.
Un papa de sang, Jean Hatzfeld, Gallimard. È il quinto libro del giornalista e scrittore nella sua opera fondamentale necessaria a comprendere che cosa è stato il genocidio ruandese. La capacità di ascolto di vittime e carnefici. Inviato da Libération nel 1994, con una salda esperienza da corrispondente di guerra alle spalle, in Ruanda dopo la violenza genocidiaria. In questo libro prendono la parola i figli di sopravvissuti e degli assassini. Come si ricostruisce il tessuto sociale lacerato e si convive con i fantasmi di un passato tragico così recente?
Uno scrittore in guerra, Vasilij Grossman (traduzione di Valentina Parisi, Adelphi). «Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità». Grossman sul fronte Est Europeo narra in presa diretta la quotidianità della seconda guerra mondiale. Inviato speciale di «Krasnaja zvezda» (Stella Rossa), il giornale dell’esercito sovietico che seguì per oltre mille giorni su quasi tutti i principali fronti di battaglia: l’Ucraina, la difesa di Mosca e l’assedio di Stalingrado. «Si dimostrò il più acuto e attendibile testimone oculare di quanto avvenne nelle linee sovietiche dal 1941 al 1945», scrivono i curatori del testo, che si basa sui suoi taccuini di guerra, Antony Beevor e Luba Vinogradova con la traduzione di Valentina Parisi.

Nadia Terranova

Approfitto dell’invito di minima&moralia per dire di tre libri del 2016 di cui non ho avuto modo di scrivere, e di cui mi spiacerebbe se fossero persi perché sono imperdibili. Il primo è Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso, la storia del rapporto tra una madre e una figlia, e la storia del rapporto tra quella figlia e il marito. Cosa c’è di unico? La scrittura. Un’acqua cheta sotto la quale sobbolle acqua vulcanica, l’esplosione delle relazioni umane dietro dialoghi in apparenza sobri, scarni, e invece in crescendo. Il secondo è Americana di Luca Briasco, pubblicato da minimum fax, per ritrovare la letteratura statunitense con cui abbiamo e abbiamo avuto a che fare, per accogliere, lasciarsi sorprendere e litigare con il punto di vista di uno dei più importanti editor e traduttori di letteratura straniera in Italia. Il terzo: Primo Levi di fronte e di profilo, di Marco Belpoliti per Guanda, un libro straordinario, molto atteso, semplicemente fondamentale e che resterà.

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