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I libri dell’anno di minima&moralia: quinta parte

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la quinta lista: seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Giuliano Battiston

Monumentale, erudito e avvincente come un romanzo d’avventura, il mio primo libro è Il ritorno di un re, di William Dalrymple (traduzione di Svevo D’Onofrio, Adelphi). Rievoca la storia della «prima, disastrosa intromissione dell’Occidente in Afghanistan», quando nel 1839 l’armata britannica invade la terra del Khorasan per insediarvi un sovrano fantoccio, Shah Shuja, al posto di Dost Mohammad Khan, che gli inglesi pensano stia per allearsi con i russi. È l’inizio del Grande Gioco. Una vicenda che contiene «echi distinti delle avventure neocoloniali dei giorni nostri». Quelle raccontate da Anand Gopal in No Good Men Among the Living. America, the Taliban and the War Through the Afghan Eyes (MacMillan). Il racconto della guerra afghana dal punto di vista di chi la subisce, senza patetismi. Infine Salafi-Jihadism. The History of an Idea (Hurst). Al netto dei limiti di un lavoro che nasce come tesi di dottorato, rimane fondamentale per capire il dibattito delle idee all’interno del movimento jihadista-salafita.

Daniele Bova

Se è vero che oggi il mondo è dominato da teorie e oggetti che sfuggono alla nostra portata intuitiva, Annientamento, il primo libro della Trilogia dell’Area X di Jeff Vandermeer (traduzione di Cristiana Mennella, Einaudi), è l’esemplificazione letteraria di questa percezione. La realtà è materia fluida, in costante transizione, e si presenta sotto forma di un terribile ecosistema oltre-umano che è il protagonista e allo stesso tempo l’ambientazione del romanzo.
Una delle voci filosofiche di questa temperie culturale è Quentin Meillassoux, tra i padri del cosiddetto “realismo speculativo”. Con Dopo la finitudine, che risale al 2006 (ma è stato tradotto in italiano solo nel 2012, a cura di Massimiliano Sandri per Mimesis Edizioni), Meillassoux cerca di recuperare un ambito di realtà che non abbia alcun legame con il soggetto pensante: per far questo appiattisce molti grandi filosofi su una prospettiva monodimensionale, ma arriva alla coraggiosa conclusione che il mondo è dominato dalla “necessità della contingenza”. In pratica, la fine dell’antropocentrismo e delle velleità umane di dominare il cosmo.
Il terzo libro che ho scelto è del 2016; Superonda di Valerio Mattioli (Baldini&Castoldi): un saggio che promette di svelare la storia segreta della musica italiana. Mi piace pensare che oltre agli scenari tetri e disumanizzanti preconizzati da alcuni scritti odierni, questo “vuoto di verità” che vuole essere lo Spirito dei nostri tempi ci lasci spazio per immaginare futuri utopici (come si auspica, altrove, anche Mattioli) o per storicizzare in maniera creativa eventi e correnti musicali: compito nel quale Superonda riesce alla grande.

Teresa Ciabatti

Non in ordine di importanza: Candore di Mario Desiati (Einaudi), romanzo bellissimo e poetico dove il porno è l0immaginario, l’esistenza alternativa dei pavidi, dei fantasiosi, ma anche dei timidi. Ecco perché tutti possono riconoscersi in Martino Bux che, messo sulla bilancia a inizio romanzo, quasi a stabilirne il peso nel mondo, viene valutato dai medici: “Questo ce l’ha tutte, non cresce più”, “Pure mezzo albanese”, e scartato per il militare. Peso nel mondo di Martino Bux: nullo.
La paranza dei bambini di Roberto Saviano (Feltrinelli) romanzo di formazione di un’età nuova che solo Saviano riesce a raccontare per la prima volta. La bellezza dei dettagli, residui d’infanzia nella guerra dei bambini, età massima 16 anni, minima 10. Vanno ancora a scuola, hanno i motorini, ma non l’età per guidarli. Le armi negli zainetti.
Infine La vita felice di Elena Varvello (Einaudi), romanzo perfetto che gira attorno a una scena primaria: agosto 1978, “l’estate in cui mio padre porta nei boschi una ragazza”. Su questo ricordo/immaginazione/paura diventa adulto Elia, il protagonista. Dove la crescita procede con la comprensione e il perdono, si chiama Ettore Furenti ed è mio padre.

Federico Iarlori

Innanzitutto Dark Paris Blues (traduzione di Tania Spagnoli, Clichy) di Régis Jauffret, autore di culto in Francia, ingiustamente ignorato in Italia – cosa aspettano a tradurre Microfictions, il suo capolavoro? Vivisezionando la notte bianca di una coppia in crisi a zonzo per Parigi, l’autore ci regala una fotografia cruda, surreale e per questo molto riuscita della miseria sessuale della nostra società, schiava del consumismo e del denaro. Poi la raccolta di racconti Le cose che non facciamo di Andrés Neuman (traduzione di Silvia Sichel, Sur), un piccolo gioiello di leggerezza e di precisione stilistica, talmente equilibrato e piacevole che sembra scritto da qualcuno che ha assunto per osmosi le Lezioni americane di Calvino. Infine, il saggio di Colin Wilson L’outsider (traduzione di Thomas Fazi, Atlantide), un catalogo ragionato degli artisti e dei personaggi letterari più sfigati della cultura moderna, da Van Gogh allo straniero di Camus, dal digiunatore di Kafka all’idiota di Dostoevskij, allo stesso Tolstoj. Una lettura obbligata per chi sta sempre dalla parte dei perdenti.

Stefano Liberti

Perché ha un ritmo che ti tiene incollato a ogni pagina. Perché racconta i cartelli del narcotraffico messicano meglio di qualunque saggio, perché a monte c’è una ricerca di anni che lo rende opera di straordinaria attualità e testimonianza (nonostante gli avvertimenti finali d’uopo per cui “qualsiasi analogia con persone realmente esistite eccetera eccetera”.), Il cartello di Don Winslow (traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi) è di gran lunga il libro che più ho amato quest’anno. Derive di Pascal Manoukian (traduzione di Francesca Bononi, 66thand2nd) racconta tre storie di immigrazione in Francia che si intrecciano e si sfaldano, con uno stile asciutto mai banale, a tratti rude ma sempre scevro dal pietismo di certa narrazione di cosiddetto impegno civile. Infine, Isole minori (E/O) dell’amica Lorenza Pieri, un romanzo di rara delicatezza, che racconta magistralmente – suscitando risate e lacrime – una saga familiare nel contesto di un’Italia che cambia e di un’isola minore (il Giglio) colpita suo malgrado da due grandi eventi nel giro di quarant’anni – uno largamente noto, l’altro svelato proprio nel libro.

Giordano Meacci

Allora. La prima verità di Simona Vinci (Einaudi). Una scrittura magnifica; un romanzo che è fatto di tutti i romanzi che lo compongono (e anche qualcuno di più). Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué): il libro che consiglio senzatregua da mesi: e sempre con grande gioia (fantasmi, collezionisti di serpenti, un universo reinventato, la condizione umana per tràmite scritto: tutto per un grandissimo esordio romanzesco). Infine, leggete (o rileggete) tutta la saga della Tribù Malaussène di Daniel Pennac. Sarà un modo per entrare (o rientrare) in famiglia. Con il dipiù che la famiglia, appunto, è quella – straordinaria – di Belleville.

Marco Montanaro

Ciondolare tra i saggi raccolti in Perdersi di Charles D’Ambrosio (traduzione di Martina Testa, minimum fax) significa seguire i solchi di una scrittura profonda, alle prese, soprattutto, coi riflessi pavloviani del discorso pubblico occidentale. Una profondità, però, tutt’altro che dedita all’abisso, quanto razionale e poetica, come per un Orfeo tornato dall’Ade senza indulgere nel suo, di tic: con Euridice ancora al seguito. Tre linee narrative ricorrenti (il rapporto col padre, quello col fratello schizoide e con l’altro suicida) fanno di quest’opera quasi un romanzo.
Le cose che non facciamo è una raccolta di racconti che Andrés Neuman e Sur edizioni hanno assemblato, con intelligenza, appositamente per il mercato italiano (traduzione di Silvia Sichel). Dentro c’è di tutto, come in una busta a sorpresa: amore, follia, morte delle persone amate, picchi surrealistici e persino una serie di dodecaloghi per la stesura di racconti (che l’autore chiama, a ragione, “saggi ludici”). Per il sottoscritto è un libro magico: ogni volta che lo apro, anche a caso, mi regala qualcosa di inedito, una colomba bianca che se ne sta appollaiata sul mio dito di lettore trasformato in mago, a mia volta, dalla scrittura di Neuman.
A proposito di editoria intelligente, infine, va segnalato il cofanetto, approntato da NN Editore, che contiene i tre volumi della trilogia della pianura di Kent Haruf. Sui romanzi si è detto già tutto: un’epopea di asprezze e tenerezze ambientata nella cittadina immaginaria di Holt. Il cofanetto, l’idea stessa di un regalo così prezioso per i lettori, con tanto di mappe dei luoghi della città creata da Haruf, mi pare sublime.

Paolo Pecere

Libri come lunghe camminate con pernottamenti imprevisti, in luoghi inattuali, linguisticamente impervi, per tornare cambiati. Regni dimenticati di Gerald Russell (traduzione di Svevo D’Onofrio, Adelphi) racconta la storia di civiltà religiose alternative e parallele ai monoteismi oggi dominanti: Mandei, Yazidi, Zoroastriani, Drusi (che riveriscono Platone e Pitagora), Samaritani, Copti e Kalasha, forse discendenti degli antichi Greci nell’odierno Pakistan. È un saggio e un libro di viaggio, che ci porta nelle case degli ultimi eredi di quelle tradizioni, dal Medio Oriente agli Stati Uniti.
Sulla stessa via di un passato culturale incompreso in immagini e usi ricorrenti, Paura reverenza terrore di Carlo Ginzburg (Adelphi) mi ha portato a Mimesis di Eric Auerbach (traduzione di Alberto Romagnoli e Hans Hinterhäuser, Einaudi). Racconto avvincente di come la letteratura, dalla Bibbia a Virginia Woolf, ha rappresentato la realtà in diverse forme. Auerbach lo scrisse a Istanbul, in fuga dal nazismo senza i suoi libri, costretto a procedere a memoria salvando l’essenziale. Dono inestimabile.
Io e Mabel di Helen MacDonald (traduzione di Anna Rusconi, Einaudi) è stato già consigliato, quindi un altro classico appena finito: Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Breviario definitivo sulle illusioni dell’amore e sul potere salvifico della narrazione. Ritratto di una società che apparentemente non vive più. Poi, all’improvviso, ne Il tempo ritrovato, da un foro nella porta spiamo il signor di Charlus, nascosto in un hotel della Parigi sotto le bombe della Grande Guerra, che passa il tempo facendosi frustare. L’inattualità è la nostra attualità privata delle sue amnesie.

Vanessa Roghi

Quest’anno ho letto e amato moltissimo La trilogia dell’oppio di Amitav Gosh (traduzione di Norman Gobetti e Anna Nadotti, Neri Pozza) L’ascesa e la caduta di Canton, il colonialismo inglese che usa l’oppio per aprire nuove strade commerciali, la guerra dei boxer vista dal punto di vista degli indiani. Ho trovato assonanze e inquietanti coincidenze con un altro libro amatissimo, Il cartello di Don Winslow (traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi Stile Libero). Che ho letto mentre guardavo la serie Narcos, tassello di un’epica tutta contemporanea che è quella degli spacciatori.  Sempre di esplorazioni e spie travestite da monaci, di mappe geografiche e spazi sconfinati parla Il grande gioco di Peter Hopkirk (traduzione di Giorgio Petrini, Adelphi), un libro di qualche anno fa che non avevo mai letto, che racconta fra le altre l’incredibile storia dei tentativi di conquista dell’Afghanistan da parte di inglesi e russi, una storia lunga almeno tre secoli che getta un’ombra lunghissima sul nostro presente.
Anche L’impostore di Javier Cercas (traduzione di Bruno Arpaia, Guanda) è fra i libri letti e amati. La storia di un uomo qualunque che dopo la guerra si inventa un passato da deportato e anche per questo diventa voce e volto dell’antifranchismo. Il libro racconta i meccanismi della memoria e come in Anatomia di un istante esplora il difficile rapporto che la Spagna ha con il suo passato recente. Ma il libro più bello del mio 2016 è stato Io venia pien d’angoscia a rimirarti di Michele Mari (Einaudi), un diario intimo del fratello di Giacomo Leopardi nel quale si osserva la nascita della passione del poeta per la Luna. Poi ci sono i gialli di Michel Bussi pubblicati da E/O. Tutti.

Antonio Sgobba

Julian Barnes, Il rumore del tempo (traduzione di  Susanna Basso, Einaudi). Come si vive in una società in cui chi ha il potere sa tutto di chi non ce l’ha? La domanda ci riguarda, Barnes risponde raccontando tre episodi della vita di Shostakovich. Il compositore non si oppone apertamente al regime sovietico; ma all’ideale fanatico della trasparenza contrappone una vita ostinatamente opaca: «Essere un vigliacco richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio»
David Graeber, Burocrazia, (traduzione di F. Saulini, Il Saggiatore). Nessun regime ha mai governato rinunciando alle strutture burocratiche. I sogni totalitari vengono realizzati dalla tecnologia e ci troviamo tutti alle prese con nuovi burocrati impegnati a pesare, misurare, calcolare tutto di noi. «Dobbiamo trovare il modo di spiegare che cosa non ci sta bene di questo processo e parlare con franchezza della violenza che lo circonda».
Emanuele Arielli, Farsi piacere: la costruzione del gusto (Raffaello Cortina editore). Ma come possiamo farci piacere uno stile di vita che non ci piace? Questo saggio ruota proprio attorno alla domanda: che cosa significa modificare se stessi? Arielli ci ricorda che per trasformare i propri gusti è necessario un lavoro di distacco da sé fatto di finzione e autoinganno, questo lavoro è una pratica di libertà: «un esercizio di autonomia con cui aggiriamo noi stessi».

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