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I libri dell’anno di minima&moralia: seconda parte

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la seconda lista: seguiranno altre puntate, che potrete leggere nei prossimi giorni. Qui la prima puntata. (Fonte immagine)

Luca Alvino

Nella mia lista non poteva non esserci un libro di Philip Roth. Lasciar andare è il suo primo romanzo, ripubblicato quest’anno da Einaudi (traduzione di Norman Gobetti). Certo, la scrittura è ancora acerba, forse un po’ troppo accademica. Ma le tematiche a lui care ci sono già; i rovelli sui quali ha esercitato il frutto più alto della sua eloquenza rendono già pienamente godibile questo libro. Nemmeno James Salter poteva mancare nella mia top 3. Con L’ultima notte (traduzione di Katia Bagnoli, Guanda) Salter si confronta con la short story, rivelandosi in questo genere un autore altrettanto raffinato di quanto sia con il romanzo. È una raccolta di grandissimo pregio questa di Salter, con dei racconti da leggere e assaporare lentamente, che celano nel non detto la loro parte più preziosa. Ne La luce smeraldo nell’aria Donald Antrim (traduzione di Cristiana Mennella, Einaudi) dipinge dei personaggi perennemente in bilico. Lo sguardo dell’autore non indulge però sulla loro miseria ma si apre verso l’alto, laddove la luce si addensa e l’aria si fa rarefatta, a metà strada tra lo spazio terreno dei suoi squinternati protagonisti e quello fatato degli angeli.

Nicola H. Cosentino

Il 2016 letterario si è steso all’ombra della ragazza-albero di Han Kang. La vegetariana (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi) ha radici profondissime e una prosa illuminata. Racconta, in tre atti, le diverse opinioni sul perché la giovane Yeong-hye abbia smesso, all’improvviso, di mangiare carne. Kang scrive dell’ossessione pura, spesso dimentica delle sue ragioni, e di un principio di libertà applicabile a tutti i diritti, anche inesistenti, per cui sentiamo di voler combattere. Il nuovo romanzo di Mario Desiati, Candore (Einaudi), non è poi così diverso: ha un protagonista che nessuno comprende, forse neanche il lettore, e una rivoluzione involontaria che pulsa invisibile sotto l’avventura. La compie Martino Bux, che ama il porno con una dedizione lancillottesca e rompe tanti di quegli schemi che ogni tanto, mentre si legge, bisogna trattenersi dalla tentazione di ricomporli. È, per varie ragioni, il libro del 2016 a cui voglio più bene. Il ciclo della meraviglia lo chiude Ferito a morte, di Raffaele La Capria, che Mondadori ha ripubblicato in ottobre nei nuovi Oscar con la copertina pentagonale. È del 1961, ma sembra scritto da un futuro in cui la perfezione formale, in un certo senso, ha superato se stessa. Strappa questo posto ad altri mostri più recenti, per manifesta superiorità. 

Adriano Ercolani

Lettori Selvaggi, Giuseppe Montesano (Giunti Editore). Il nuovo libro di Giuseppe Montesano è, fuor di enfasi, monumentale. Sia nella mole (quasi duemila pagine) che nell’intento: un monumento eretto alla Bellezza. Un esaltante viaggio filocalico dai Veda a Simone Weil, dal Tao Te Ching a Bob Dylan, dal Qohélet a Ornette Coleman, passando per Buddha ed Eschilo, Eraclito e Teresa d’Avila, Dante e John Donne, William Blake e Kalidasa, Lewis Carroll e Glenn Gould. Le più alte voci dell’arte di tutti i tempi accostate in un tour de force speculativo. Un’alchimia culturale degna di un intellettuale neoplatonico del Rinascimento.
La felicità possibileDuilio Cartocci (Cultura della Madre). In tempi oscuri infestati da ignoranza e razzismo, un libro come quello di Duilio Cartocci è brezza fresca nel deserto. Non è un mero manuale “per vivere felici”, bensì un tentativo, non banale, di mostrare le possibili connessioni tra la visione dell’Advaita Vedanta (colonna filosofica della tradizione induista) e le più avanzate scoperte della neurofisiologia occidentale. Guide filosofiche dell’autore nel suo percorso sono Baruch Spinoza e il maestro indiano Shri Mataji Nirmala Devi. Un ottimo viatico per una meditazione consapevole sull’esistenza.
Il papà di DioMaicol&Mirco (Bao Publishing). Maicol&Mirco è un autore meravigliosamente paradossale, esilarante per senso del tragico, assurdo per eccesso di logica, blasfemo per sete spirituale, i cui deliri seguiamo fedelmente da anni con filologica ossessione. Il Papà di Dio (in libreria a gennaio 2017) è un vero e proprio trattato di gnosi luciferina a fumetti. Per chi già apprezza l’autore, il libro è una summa imperdibile. Ma a tutti consigliamo di meditare profondamente su le sue tavole rosso sangue. Ovviamente, solo dopo che la diuresi acuta indotta dalle sue battute fulminanti si sia placata.

Giorgio Fontana

Il libro che più mi ha colpito quest’anno è un classico contemporaneo che colpevolmente e incredibilmente non avevo ancora letto: Austerlitz di Sebald (traduzione di Ada Vigliani, Adelphi): come fare i conti con il proprio passato attraverso una lingua magnetica, vigorosa, mai banale. Un vero capolavoro – e la parola stavolta non è usata a caso.
Molto bello anche Una vita come tante di Hana Yanagihara (traduzione di Luca Briasco, Sellerio): quasi mille e cento pagine di amicizia e amore, con un’attenzione straordinaria ai corpi. (Spesso la narrativa si dimentica dei corpi, delle pulsioni, del dolore fisico: non questo libro, che mi ha ricordato per certi versi l’ultimo Tondelli).
Infine, una breve raccolta di saggi di uno dei miei autori preferiti, La politica dell’impossibile di Stig Dagerman (traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea). Contiene un’etica profonda per gli autori: “Lo scrittore deve sempre partire dal presupposto che la sua è una posizione incerta, che l’esistenza della letteratura è minacciata. Per questo è costretto ad andare sempre in cerca dei punti deboli della sua difesa e, con assoluta spietatezza, dare la caccia alle quinte colonne che si nascondono dentro di lui e fucilarle senza alcuna pietà, anche se sa che gli sarà difficile vivere senza di loro.”

Pierluigi Lucadei

Un po’ romanzo, un po’ memoir, Sylvia di Leonard Michaels (traduzione di Vincenzo Vergiani, Adelphi) racconta con eleganza e imprudenza due esistenze percorse da una maledizione, disperatamente destinate ad una fine annunciata. Sullo sfondo dei primi anni Sessanta nel Greenwich Village, tra bevute colossali in compagnia di Jack Kerouac e serate uccise ascoltando il jazz cubista di Charles Mingus, Sylvia e Leonard si esercitano a brillare anche quando sono tetri, ricercano compulsivamente un sesso sempre più insoddisfacente, si amano, si sposano, si detestano e non mantengono nessuna delle promesse che si sono fatti. Il risultato è il libro più struggente dell’anno, un libro che, a sentire in giro, ha colpito chiunque abbia avuto la fortuna – e l’ardire – di leggerlo. Nel podio, sotto Sylvia, ci sono Numero Undici, il romanzo con cui Jonathan Coe è tornato ad uno smalto che sembrava perduto (traduzione di Maria Giulia Castagnone, Feltrinelli), e A Calais, reportage di Emmanuel Carrère (traduzione di Lorenza Di Lella e Maria Laura Vanorio, Adelphi) su uno dei più autentici inferni contemporanei, la Giungla sulla Manica.

Andrea Pomella

Il romanzo che più mi è piaciuto in questo 2016 è L’altra figlia, di Annie Ernaux (traduzione di Lorenzo Flabbi, L’orma). Narra in poche pagine di come un’antica, luttuosa rivelazione familiare trovi senso solo dopo essere passata, molti anni dopo, attraverso la prova suprema della scrittura. Andai a sentire Annie Ernaux nel 2014 all’Accademia di Francia e ci fu una cosa che mi colpì: lei ha una voce dolcissima quando parla e una lancinante quando scrive.
Un’autentica scoperta è stato il libro di racconti di Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri). Berlin è scomparsa nel 2004. Viveva in una roulotte, dopo aver trascorso una vita travagliata in cui era stata tutto e il contrario di tutto, e scriveva storie che hanno per protagonista un’umanità emozionante, sciupata e vitale. Per me, un nuovo modello di realismo.
Poi ci sono le Lettere alle amiche di Céline, pubblicate da Adelphi con la traduzione di Nicola Muschitiello. È una raccolta di lettere indirizzate a sei donne frequentate fra il 1932 e il 1935, in cui Céline sembra farsi carico della propria sgradevolezza umana, di un risentito disinteresse per gli avvenimenti della sua epoca e per la sua stessa fama di scrittore. Ne scaturisce la lunga, a tratti comica, confessione di un uomo rabbiosamente lucido e alla perenne ricerca di qualcosa che assomigli all’amore.

Evelina Santangelo

Le mie tre scelte, tra le tante possibili.
Rossella Milone, Il silenzio del lottatore (minimum fax). «La prima cosa che faceva Valerio, quando andavamo di là, era aprire le tende. La sorella di Manuela le chiudeva, lui le spalancava. Facevano questo tutto il pomeriggio, senza scomporsi… Erano due modi di interpretare la luce… che raccontavano le loro diverse aspettative sulla vita». Racconti belli per l’esattezza e la sensibilità della scrittura che lavora come una doppia vista capace di cogliere i movimenti umani e affettivi più intimi.
Melania G. Mazzucco, Io sono con te. Storia di Brigitte (Einaudi). «Lei cammina. In verità, non è il verbo giusto. Per mettersi in cammino bisogna avere una direzione, e lei non ne ha». Quel che rende abbastanza unico questo libro è il modo in cui la Mazzucco si mette in ascolto di una delle tante vite degli invisibili approdati nel nostro Paese riuscendo a rendere prossimo quel che è più distante da noi.
Valeria Luiselli, La storia dei miei denti (traduzione di Elisa Tramontin, laNuovafrontiera). «Sono l’impareggiabile Autostrada. Solo il miglior battitore d’asta del mondo… posso imitare Janis Joplin dopo il secondo giro, so far stare in piedi un uovo di gallina, so fare il morto a galla». Un romanzo iperbolico irriverente scanzonato. Un omaggio al dono affabulatorio: quell’alchimia d’immaginazione ed esattezza espressiva capace di sospendere l’incredulità.

Vanni Santoni

Tutti si aspetteranno che cominci con L’ala destra, terzo volume di quell’Abbacinante di Mircea Cărtărescu che ha scagliato il romanzo su territori nuovi. Ma si tratta un’opera pubblicata in Italia nell’arco di otto anni e la cui lettura è per me iniziata l’anno scorso: mi sposto allora poco lontano, verso un altro libro che ha spostato l’asse del romanzo, e lo ha fatto nel 1985, sebbene in Italia esca solo oggi da Bompiani, per la traduzione di Dóra Várnai. Sto parlando di Satantango, capolavoro dell’ungherese Lázló Krasznahorkai, ed ecco il primo consiglio. Lorenzo Alunni ci era arrivato ancora prima, qui.
Visto che Satantango ci porta in una realtà rurale in eschaton, viene facile spostarsi nel post-apocalisse del secondo consiglio: Terminus Radioso di Antoine Volodine, uscito per 66and2nd, su cui non mi dilungherò avendone già scritto qui, se non per elogiare la traduzione di Anna D’Elia. Un libro che viene a ribadire la grande condizione del romanzo francese, cosa che, oltre a permetterci di citare un altro titolo meritevole, Bussola di Mathias Énard (E/O), se affiancata a ciò che accade in zona carpatica – vale la pena, oltre a Krasznahorkai e Cărtărescu, citare anche il bulgaro Gospodinov, col suo Fisica della malinconia – fa pensare che davvero il pallino del romanzo, dopo decenni di egemonia americana, sia tornato su questo continente.
America che ci porta al terzo titolo, Absolutely Nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel (Quodlibet/Humboldt). Ciò che differenzia questo libro dagli altri, pur ottimi, compagni di collana, è il modo in cui la scrittura di Vasta prende il sopravvento, costringendo le immagini a romperla in oblò di sicurezza per un lettore trasportato in un deserto che è specchio del rapporto ultimo tra l’anima e il mondo, e primo segnacolo di una solitudine a venire per l’autore – il quale però la prende con un’accettazione che assomiglia quasi all’ironia, tratto così inusuale in Vasta da richiedere un ‘guardiano della soglia’: Spike, bracchetto fratello di Snoopy che vive, appunto, nel deserto. Per chi ne vuole di più, c’è qui una lunga intervista all’autore.

Francesca Serafini

Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Strout(traduzione di Susanna Basso, Einaudi) è un romanzo – bellissimo – da usare anche come manuale di scrittura: “se mentre scrive questa storia sentirà che sta proteggendo qualcuno, si ricordi: c’è qualcosa che non va”. Chi scrive deve essere spietato, sempre. Come fa Simona Vinci in La prima verità (Einaudi): un’opera in più parti che fa venire in mente la battuta di una serie tv di qualche tempo fa su Superman: “Clark è quello che sono” (nel libro, la parte dichiaratamente autobiografica), “Superman, quello che posso fare” (la parte di finzione, un romanzo storico sull’isola dei “matti” di Leros: ecco che cosa possono fare i grandi autori col proprio dolore rendendolo universale). Con questo romanzo Simona Vinci si è aggiudicata il Campiello 2016. Non ha avuto la stessa fortuna il racconto “Louise” di Truman Capote (arrivato secondo in un concorso scolastico: ma vorrà pur dir qualcosa se ci ricordiamo della vincitrice, Dorothy Doyle Gavan, solo per la parolaccia con cui l’apostrofò Capote per sublimare la delusione), pubblicato da Garzanti nella raccolta Dove comincia il mondo (traduzione di Vincenzo Mantovani). Una testimonianza delle prime prove di Capote scrittore, a cui forse ancora mancava qualche colpo della frusta di cui ci parla in Musica per camaleonti, ma il cui “dono” è già perfettamente riconoscibile in racconti come “Questo è per Jaime”.

Alessandro Zaccuri

Il labirinto della parola di Simone Beta (Einaudi) è uno dei libri da cui più ho imparato quest’anno. È un attraversamento dell’antichità classica compiuto nel segno dell’ambiguità che compete al sogno, all’enigma, alla dizione oracolare. Un’interpretazione originalissima che, aiutando a decifrare la mentalità grece e latina, rende ancora più evidenti i processi dell’espressione letteraria. Allo stesso modo, la nuova versione del Libro dell’amico e dell’amato di Raimondo Lullo approntata da Federica D’Amato (Qiqajon) non è soltanto un tributo al grande mistico medievale di cui ricorreva nel 2016 il settimo centenario della morte, ma anche e specialmente la riformulazione di un testo irrinunciabile per profondità e bellezza. Si deve alla voce di un’altra eccellente traduttrice, Federica Aceto, la resa italiana di La donna che scriveva racconti (Bollati Boringhieri), il volume che raccoglie il meglio della produzione di Lucia Berlin, magnifica narratrice finalmente accolta nel “canone americano”.

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