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I libri dell’anno di minima&moralia: sesta parte

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la sesta lista: seguiranno altre puntate. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Raoul Bruni

Tra i libri letti quest’anno mi fa piacere segnalare L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti (a cura di Francesca Fornari, Adelphi), che ci consente di approfondire la nostra conoscenza di uno dei più grandi poeti europei del secolo scorso, il polacco Zbigniew Herbert. Molto meno noto, ma altrettanto, se non più grande dei connazionali Milosz e Szymborska, Herbert affida alle sue liriche dell’ultimo periodo uno straordinario ritratto dell’artista da vecchio, particolarmente prezioso per il lettore italiano, dato che contiene indimenticabili istantanee di località del Belpaese.
Rimanendo nell’area dell’Europa orientale, quest’anno ho letto con un po’ di ritardo il sorprendente romanzo-labirinto di Georgi Gospodinov Fisica della malinconia (a cura di Giuseppe Dell’Agata, Voland), certamente tra le opere narrative europee più interessanti uscite negli ultimi anni. Voland ha il merito di diffondere autori di quest’area geografica, sempre più letterariamente essenziale, ancora semisconosciuti in Italia: penso anche al rumeno Mircea Cartarescu, di cui sto leggendo l’imponente trilogia romanzesca Abbacinante (la traduzione dell’ultimo volume, L’ala destra, è uscita quest’anno a cura di Bruno Mazzoni).
Tra i molti titoli italiani che sarei tentato di citare, lascerei da parte i nomi più celebrati, già opportunamente ricordati da altri, per consigliare una piccola, pregevolissima plaquette del poeta trevigiano Antonio Turolo, A parte il lato umano (Valigie rosse). Turolo rielabora storie di più o meno ordinario isolamento in versi che si sarebbe tentati di definire come poesia nonfiction, se quest’ultima etichetta non fosse ormai inflazionata dalla narrativa italiana recente.

Liborio Conca

“Come una grande festa, ognuno con un tris di libri”. Bene il mio primo libro 2016 racconta di un uomo che alle feste proprio non ci voleva andare, Il’ja Oblómov, frutto dell’invenzione artistica di Ivan Goncarov. A un certo punto del romanzo Il’ja, perso nell’apatia e nel disinteresse per quello che accade fuori della sua stanza (tutto gli sembra effimero, anche se un tempo non doveva essere così) ha una conversazione con il suo amico Andrej Stolz. Questi gli cuce addosso persino una parola su misura: oblomovismo. “O io non ho capito questa vita, o essa non vale nulla; ma io non ho mai visto né  conosciuto niente di meglio, nessuno me lo ha mostrato. Tu apparivi e scomparivi come una cometa, luminosa, veloce, e io, dimentico di tutto, mi spegnevo…», confessa Il’ja. Oblómov è uscito nel 1859 ma è ancora disponibile nelle nostre librerie.
Perdersi (traduzione di Martina Testa, minimum fax) è uno dei libri più belli che abbia letto non solo quest’anno, è un libro dolcissimo e malinconico. Ha del miracoloso il modo in cui Charles D’Ambrosio scrive personal essays occupando la scena ma al tempo stesso insegnandoci come si svanisce completamente, a non essere insomma egoriferiti, a suscitare ampie dosi di empatia, pur svelando dettagli ultra intimi sulla sua vita.
Infine L’amante di Wittengstein di David Markson (traduzione di Sara Reggiani, Edizioni Clichy). L’ho letto l’estate scorsa. Credo sia importante leggere un libro al momento giusto. Un libro-fiume, un lungo monologo che ci porta nella mente turbata di Kate. Il suo è un vagabondare intellettuale e pieno di sentimento. “Di tanto in tanto le cose vanno a fuoco. Non parlo di quando io stessa do loro fuoco, bensì di quando succede per cause naturali. E così a volte accade che piccoli frammenti di materia percorrano in volo grandi distanze o raggiungano altezze vertiginose”.

Filippo D’Angelo

Pensate al libro più spietato che avete mai letto: in confronto a The Case of Mr. Crump di Ludwig Lewisohn, sarà stato come sorbirsi un romanzo di Liala. Pubblicato in Francia nel 1931, a lungo censurato negli Stati Uniti, Il caso Crump (traduzione di Paola Pace, Elliot 2015) è un’insostenibile, salutare discesa negli inferi della coppia. Un libro per molti versi precursore dell’ormai notissimo Stoner.
Gli Stati Uniti di domani: un paese in preda alla guerra civile, devastato da catastrofi ecologiche, sottomesso a una dittatura che relega le donne fertili al ruolo di schiave procreatrici. È lo scenario apocalittico immaginato nel 1985 dalla canadese Margaret Atwood in The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella, traduzione di Camillo Pennati, Ponte alle Grazie 2004), un capolavoro della narrativa d’ispirazione femminista che potrebbe piacere anche a sadici lettori di sesso maschile.
Durante sei notti consacrate al rito purificatorio del donsomana, un dittatore africano ascolta il resoconto della propria vita sanguinaria dalla voce di un ambiguo, ironico cantastorie. En attendant le vote des bêtes sauvages dello scrittore ivoriano Ahmadou Kourouma è un magnifico affresco dell’Africa postcoloniale. Non solo il più grande romanzo africano in lingua francese, ma uno dei più bei libri pubblicati alla fine del secolo scorso (in italiano: Aspettando il voto delle bestie selvagge, traduzione di Barbara Ferri, E/O 2014).

Graziano Graziani 

La vegetariana di Han Kang (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, Adelphi) perché è una narrazione livida e inquietante, che esplora dei rimossi del contemporaneo.
Angeli minori di Antoine Volodine (traduzione di Albino Crovetto, L’Orma) perché inventa mondi e mi ricorda un po’ Wilcock, magari più nordico e cerebrale.
Il Cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (minimum fax) perché adoro i cinghiali e Corsignano è una memorabile invenzione.

Fabio Guarnaccia

Ecco un libro (Il grande slam, traduzione di Nicola Manuppelli, Mattioli 1885) che ho acquistato senza sapere nulla dell’autore (Charles Webb), ma per la citazione in quarta: “So abbastanza bene perché sono un artista”, comincia, “e cioè perché è l’unico modo che ho per sigillare e mettere da parte il passato”. In quel momento mi è sembrata la ragione migliore sul perché scrivere, anche se il protagonista è un pittore che dipinge solo arance. Hebe HuartTraslochi (traduzione di Maria Nicola, Calabuig) l’ho scoperta leggendo Zambra, pertanto non finirò mai di ringraziarlo per avermi fatto incontrare una maestra dell’essenziale, del dettaglio restituito con semplicità, capace di raccontare la vita ricreandola dal niente. Poi c’è Mappa del nuovo mondo (traduzione di Barbara Bianchi, Gilberto Forti, Roberto Mussapi, Adelphi) in cui il poeta Derek Walcott da forma a quelle verità fuggevoli che intravediamo di tanto in tanto con la coda dell’occhio. Ma lo fa da negro con i capelli rossi nato nelle Indie occidentali, alla periferia dell’Impero britannico, lavorandole, cioè, con una lingua capace di farle splendere come tronchi sbiancati dal mare. Secondo Josif Brodskij, Walcott ha creato l’epica dei Caraibi.

Oscar Iarussi

Trittico di amori per congedarsi dal 2016.
Il principio della carezza di Sergio Claudio Perroni (La Nave di Teseo), storia celeste e impalpabile, nella quale volteggia e prende corpo una passione “inguaribile”. Un lavavetri sospeso nel vuoto sulla sua “gondola”, come beffardamente è denominato il ponteggio mobile, vede lei di là da una finestra e ne è subito incantato. È una donna che sembra fuggita da un film di Cassavetes: sola, bella e delusa. Racconto sul tremore e lo stupore della prima volta, alla luce del dialogo nitido tra due personaggi in cerca di amore. Una lingua perfetta.
Candore di Mario Desiati (Einaudi). Incipit folgorante: “Le amavo tutte”. Trent’anni di vita italiana attraverso il porno, delizia e tormento del protagonista Martino Bux, un giovane pugliese sfaccendato a Roma. “Alle ragazze con cui uscivo cominciai a mostrare Taxi Driver, soprattutto la scena di De Niro che al primo appuntamento porta Cybill Shepherd in un cinema a luci rosse”. Gli danno tutte del “porco”, eppure l’ossessione erotica di Martino riserva un’innocenza felliniana, e il suo desiderio onnivoro è uno struggente tentativo di fermare il tempo, di non diventare adulto (adultero, parliamone).
Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout (traduzione di Susanna Basso, Einaudi). In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quell’intimità inattesa e serrata molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. La grazia e l’inquietudine di una voce tra le più preziose della letteratura Usa, che riflette il dilemma della scrittura, la sua potenza/impotenza perché “la vita mi lascia sempre senza fiato”.

Clemente Lepore

Città in fiamme, Garth Risk Hallberg (traduzione di Massimo Bocchiola, Mondadori). Immergersi nella New York di fine anni ’70 attraverso una serie di storie che s’intrecciano e s’inseguono. I soldi, la droga, le relazioni interpersonali, il mondo dell’arte, la musica punk sono i grandi fili conduttori di questo romanzo. E poi ci sono personaggi (apparentemente) secondari che illuminano Città in fiamme. Come Carmine Cicciaro, l’emigrato di origine italiana, il custode di una tradizione “artigianale” tramandata di generazione in generazione, il simbolo di un passato che sta per essere spazzato via.
Motel life, Willy Vlautin (traduzione di Gioia Guerzoni, Fazi). C’è qualcosa di malinconico e disperato in questo romanzo che fila via veloce con il suo linguaggio semplice, minimale, icastico. La strada e i motel fanno da sfondo alle vicende di due fratelli tormentati dai fantasmi del passato e dagli incubi del presente. È una storia di disagio e precarietà esistenziale, ma anche di sentimenti delicati e legami forti. 
I demoni
, Fëdor Dostoevskij (traduzione di Rinaldo Küfferle, Mondadori). L’ho ripreso in mano a distanza di 12 anni. Ne avevo 18 quando l’ho letto la prima volta. E ancora mi travolge per la sua forza, per la capacità di Dostoevskij di scavare nelle contraddizioni che si annidano all’interno di ogni persona. Impossibile dimenticare la descrizione di Kirillov, l’ateo “perfetto”, colui che fa del suicidio una scelta consapevole e filosofica. Impossibile dimenticare la figura di Stavroghin, il nichilista che vorrebbe porsi al di là del bene e del male e che infine si fa annichilire dal vuoto che ha generato con le sue azioni.

Rossella Milone

La donna che scriveva racconti, Lucia Berlin (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri). Donne alle prese con lavanderie a gettoni e indiani scorbutici; ragazze giovanissime che scappano da cliniche messicane dove si abortisce in clandestinità; insegnanti gay e suore fuori dal comune; domestiche alle prese con i piccoli drammi quotidiani: i racconti di Lucia Berlin sono di quanto più vicino ci sia alla vita. Piccoli quadri cangianti, in cui una luce un po’ brumosa, mette in primo piano un’umanità talmente scarna da poterne vedere l’osso. Lucia Berlin è una narratrice senza uguali: una donna che vuole vivere prima di scrivere, e che trova nella scrittura il senso pieno di ciò che la vita le ha gettato addosso. Lo sguardo implacabile, pieno di accogliente attenzione all’essere umano, la rende una scrittrice dalle capacità empatiche e di analisi più interessanti degli ultimi tempi, messi al servizio di una tecnica narrativa abilissima, attraverso cui ogni storia scintilla al pari di un bellissimo segreto.
Un bene al mondo, Andrea Bajani (Einaudi). Un bambino solo se ne va in giro col suo cane fidatissimo, un amico irrinunciabile, prezioso, grazie al quale riesce a guardare il mondo, prendere il buono, superare il brutto. La cosa strana e affascinante, però, è che il suo non è un cane comune, ma è un dolore: un dolore a cui il bimbo mette il guinzaglio, fa fare i bisognini, che nutre e che coccola. Questa è una storia delicatissima e piena di grazia, in cui in ogni pagina si nasconde il mistero dell’infanzia in trasformazione, di una vita che deve imparare a gestire il buio e cambiarlo nella luce del mattino. Andrea Bajani ha dato vita a un piccolo gioiello archetipico, una storia che richiede il coraggio di tornare indietro, scoprire le origini, accettarle. Attraverso un lirismo disciplinato in cui ogni parola ha la missione di svelare un prodigioso potere evocativo, lo scrittore dà vita a una narrazione in cui chiunque è costretto a trovare qualcosa di se stesso e del proprio fidato, fedele dolore.
Trilobiti, Breece D‘J Pancake (traduzione di Cristiana Mennella, minimum fax). Il passato ritorna come un fossile minuscolo, che contiene, però, il segreto di un’intera terra. In questi superbi dodici racconti, il passato ha l’aspetto rossigno delle colline assolate e aride del West Virginia, una terra durissima, piena di pietre e avvallamenti, curve, burroni, macigni e grotte carsiche. D’J Pancake compie il miracolo di scrivere come parla la sua terra, attraverso la sabbia, i fossili, la dura legge del presente che schiaccia gli uomini. La nuova traduzione di Cristiana Mennella, restituisce a queste storie tutta la dignità epica di questi personaggi: uomini e donne soli, pressati dalle fatiche di un’esistenza spesso incomprensibile. Vite disagiate, messe in ombra da piccoli e grandi fallimenti, dallo sforzo di cercare nuove strade di riscatto, anche se il riscatto spesso è una chimera più fragile di un grumetto di sabbia. In ogni racconto, però, Pancake sa regalarci anche un ulteriore prodigio, quello di scorgere nella sabbia una piccola, dolce promessa che regala a ciascun lettore la bellezza inaspettata di una preziosa scoperta.

Nico Morabito

I libri attesi contando i secondi, i libri consigliati da persone care, i libri che vanno letti perché vanno letti. E poi? Per esempio la gioia infantile della scoperta (prima dei premi, dei discorsi, del clamore). Ecco il mio 2016.
Parigi è un desiderio, Andrea Inglese (Ponte alle Grazie): per essersi fatto scegliere, malgrado io abbia smesso di leggere libri con Parigi nel titolo il giorno in cui sono venuto a viverci, e malgrado io non abbia nulla in comune con l’io narrante; per aver illuminato certi spigoli ancora bui di una città che peraltro non esiste: “Non c’è nessuna ‘Parigi’ che viene a salvarti dalla tua razione di Parigi”.
Chanson douce, Leïla Slimani (Gallimard): per la precisione rigorosa e millimetrica nel rendere il malessere della protagonista, un malessere che torno a sentire addosso mentre scrivo queste righe, un malessere perfettamente in sintonia con l’ultimo biennio francese.
Il diciottesimo compleanno, Riccardo Romagnoli (Transeuropa): per avermi riconciliato con la mia lingua madre e le sue infinite combinazioni; per il tempo trascorso su singole frasi, a rimirarne contorni e profondità; per l’esaltazione febbrile dei giorni di lettura. Rarità, da ricordare.

Marco Rizzo

Mi sono innamorato di Purity, ho compatito Annagret e persino Andreas, mi sono immedesimato in Tom. Ho atteso il nuovo libro di Jonathan Franzen con grandi aspettative, mantenute: vi ho trovato il piacere della bella scrittura (grazie anche all’ottima traduzione di Silvia Pareschi) e di una trama ancora più matura e soprattutto più legata alla contemporaneità dei precedenti capolavori. Purity (Einaudi) è una storia di segreti e complotti, privati e non. Non è segreta, invece, la storia di Monika Ertl, “la ragazza che vendicò Che Guevara”, come sintetizzò il titolo di una recente biografia uscita per Nutrimenti. Ma Rodrigo Hasbún con Andarsene (traduzione di Giulia Zavagna, Sur) riesce a prenderla e trasformarla in un’avventurosa tragedia familiare. Uno degli esordi più sorprendenti del 2016, per me. La famiglia e il rapporto con il padre sono al centro di La terra dei figli (Coconino), apparentemente la meno “gipiana” tra le graphic novel di Gipi, in realtà leggibile a strati. Ci sono il bianco e nero e i tratteggi che creano atmosfera quanto gli acquerelli, c’è l’eredità di una storia familiare (come in S. e in unastoria), c’è il futuro prossimo dilaniato (come in Appunti per una storia di guerra) ma soprattutto c’è una maestria in ogni vignetta che rende questo libro un manuale su come si racconta a fumetti. E c’è anche una satira sociale nemmeno troppo velata, su concetti come comunità, divinità e modernità.

Valerio Valentini

Leonardo Sciascia, Porte aperte (1987)
Piacere che va distillato con cura, Sciascia. Sia per poter rimuginare su tutto ciò che di allusivo la sua prosa sempre piana sempre contiene, sia per il conforto che dà il sapere che ci sono ancora, ogni volta, tante sue cose da scoprire. Non più di un paio di libri all’anno, dunque. E tra quelli letti nel 2016, Porte aperte è stato una rivelazione: ammesso che sia lecito parlare di uno “Sciascia minore”, queste cento e rotte pagine – in cui su una trama noir s’innestano riflessioni sui paradossi della macchina della Giustizia e sulle piccole umane tragedie di chi l’amministra – sono senza dubbio tra le cose più notevoli che tra tutta questa sterminata supposta minorità si possano trovare.
Federico De Roberto, I Viceré (1894)
Ho finito di leggerlo, questo classico ingiustamente sottovalutato, e mi sono accorto di averlo così tanto amato per mille ragioni. Ma soprattutto ho finito di leggerlo, e mi è venuto da chiedermi perché – accidenti! – nessuna insegnante, al Liceo, mi abbia mai obbligato a studiare questo libro meraviglioso. Poi, la folgorazione: una bella petizione su Change.org: “Via I Malavoglia dai programmi ministeriali, e dentro I Viceré”. Se non firmate siete complici.
Walter Siti, Il contagio (2008)
Riconoscenza e invidia, nei confronti di Walter Siti. La riconoscenza è per aver detto, nel Contagio, tutto (o quasi) quello che si doveva dire – e con rigore, e con passione sincera – su un argomento tanto importante quanto immancabilmente evocato a sproposito nelle analisi post-elettorali di questi anni: le periferie e il loro disagio. La riconoscenza, poi, è anche per aver fornito un manuale minimo d’orientamento in quell’universo così interessante da scoprire, da capire, per chi approda per la prima volta a Roma: le borgate. L’invidia, fondamentalmente, è per gli stessi motivi.

Commenti
3 Commenti a “I libri dell’anno di minima&moralia: sesta parte”
  1. Fubarbarico scrive:

    Anche io ho amato Oblomov. Ho scritto un articolo sul romanzo nel mio blog. Date un’occhiata:

    https://lacasadelpigro.it/oblomovismo-eroe-pigro/

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