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I libri dell’anno di minima&moralia: settima parte

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la settima lista: domani, 31 dicembre, pubblicheremo l’ultima puntata. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Iacopo Barison

Eccomi di Jonathan Safran Foer (traduzione di Irene Abigail Piccinini, Guanda), perché ho iniziato a leggerlo con innumerevoli pregiudizi, eppure l’ho proseguito e concluso a tempo di record. Ben consapevole dei suoi difetti, sono riuscito a isolarne i moltissimi pregi e alla fine mi ha contagiato col suo humor malinconico. Una specie di Judd Apatow misto a Franzen, che con Purity (traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi) entra anche lui nella mia top 3. Dopo l’enorme delusione di Libertà, infatti, ho apprezzato il modo in cui mescola suspence e buona scrittura, per una volta senza strafare.
Chiudo la mini-lista con un libro che ho (ri)letto, e che ritengo forse il migliore degli ultimi cinquant’anni. 2666 di Roberto Bolaño (traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi). Nessuna novità, certo, ma se ancora non l’avete acquistato, o se riposa sui vostri scaffali per via della mole, iniziatelo subito e lasciate che vi cambi per sempre.

Claudia Durastanti

Settimane dopo l’elezione di Trump, è quasi più difficile ripensare a quell’articolo in cui Mark Lilla evoca il fallimento della sinistra identitaria, per il quale dire «sono donna e sono nera» invece di dire «sono un essere umano» è un peccato mortale. Ma non c’è politica senza identità e se c’è una scrittrice bravissima, intelligente e dalla prosa dai tratti salingeriani che ha scritto un romanzo molto articolato su questioni di razza e di genere in America senza trasformarlo in un trattato moralista, è Helen Oyeyemi. Boy, Snow, Bird pubblicato da Einaudi (traduzione di Laura Noulian) è un racconto pieno di grazia che ha la struttura convenzionale della fiaba, ma non ha niente di troppo magico e distante, anzi: è una storia fin troppo presente sul bisogno di trasformazione.
Non avendo mai finito Moby Dick dopo diversi tentativi ad intervalli regolari, non ero sicura che acquistare la Melancolia della resistenza di Laszlo Krasznahorkai (traduzione di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli, Zandonai) sarebbe stata una gran mossa, poiché l’edizione inglese lo pubblicizza di fatto come un Moby Dick mitteleuropeo. Superato il primo capoverso di 174 parole, ho capito che non avrei avuto a che fare con un manuale sui cetacei ma con un’operetta bizzarra e simbolica che usa il pretesto di un circo nella campagna ungherese per parlare di una minaccia in arrivo che ridisegna la comunità, mescolando i fautori del disastro con i difensori dell’ordine come in una specie di Night Train to Munich, ma molto più triste. Un altro dei motivi per cui ricorderò il 2016 è il lyric essay, un genere ibrido che mescola poesia, saggistica e in alcuni casi anche illustrazioni, di cui ho scoperto due maestre, Anne Carson e Maggie Nelson: The Glass Essay e Bluets sono due bellissimi luoghi letterari da cui partire.

Natalia La Terza

Roberto Canella, Il nostro amore distruggerà il mondo (Sartoria Utopia, 2016). Un canzoniere fatto di spazi e corpi che tornano a ogni pagina: case e cortili, letti e cuscini; piedi e mani, braccia e ginocchia, dove l’amore è “masticare ortiche” e “un tuffo di schiena”. Roberto Canella cita Angelo Maria Ripellino e Guido Gozzano, Antonio Delfini e Cristina Campo, e crea una galleria di ritratti femminili semplici e precisi, dolci, a tratti dolcissimi, mai sentimentali. Un mondo abitato da ragazze che mandano “mail visionarie” e si nutrono di “crostatine mezze mangiate”, e di ragazzi che le osservano da vicino e da lontano, qualche volta amici, un’altra amanti, un’altra ancora sconosciuti: un posto dove si vuole rimanere.
Edoardo Albinati, Vita e morte di un ingegnere (Mondadori, 2012). In una pagina di questo libro, Edoardo Albinati si chiede “com’è possibile trasformare una storia vera in una vera storia, mi chiedo, la vita, la vita non è un romanzo e nemmeno un romanzo breve, forse assomiglia di più a un saggio pieno di ripetizioni, scritto maluccio”. Vita e morte di un ingegnere è scritto benissimo e riesce in tre compiti difficilissimi: raccontare la malattia di una persona che ci è cara, scrivere del rapporto tra un padre e un figlio, farsi la stessa domanda per 150 pagine – come rendere la nostra vita letteratura – e trovare una risposta ogni volta diversa e adeguata, delicata e spietata, scrivendole.
Gianfranco Calligarich, L’ultima estate in città (Garzanti, 1973 / Nino Aragno, 2010 / Bompiani, 2016). Un romanzo di un amore a Roma e un romanzo d’amore per Roma amato da Natalia Ginzburg. Arianna è uno dei miei personaggi letterari preferiti: fa solo le scale, usa i profumi come antidoti, se ne va in giro con un impermeabile di plastica rosso ed è fuori corso ad Architettura. Conosce “la notte come le sue tasche” ma non ha niente della femme fatale, è piuttosto sfuggente, eterea, eterna, come lo sono alcune amanti fedeli di Massimo Bontempelli e Micòl Finzi-Contini. Leo se ne innamora, insieme passano una lunghissima estate a Roma: un libro che continuo a regalare.

Daniele Manusia

Quest’anno ho perso mio padre dopo una malattia fisica e mentale. Il primo libro che consiglio mi è stato regalato da un amico vero che anche se non ci ha pensato direttamente forse sapeva che questo libro mi avrebbe aiutato (a modo suo, la letteratura non è self-help, anzi spesso è il contrario: è stimolante perché indelicata), è il romanzo autobiografico di Donald Antrim La vita dopo (traduzione di Matteo Colombo, Einaudi). Nel 2016 si è parlato molto dei suoi racconti, ma questo è un piccolo capolavoro di profondità sui legami familiari e sulle estensioni psichiche che possono avere, oltre ad avere pagine meravigliose di racconto puro (la storia dello zio pazzo; la giacca che la madre, stilista e insegnante di moda, aveva creato con una farfalla gigante tridimensionale sulla schiena, che la scrittura di Antrim rende viva come una scena di battaglia in un romanzo storico).
Ho letto molti fumetti quest’anno, forse per la brevità. Non tutti i fumetti sono paragonabili alla letteratura, ma Killing and Dying di Adrien Tomine rompe le distinzioni di genere. Sono pochi racconti, ed è quasi un peccato che Tomine sia un (ottimo) artista anziché solo un (ottimo… grande?) scrittore. Almeno 2 racconti – quello che dà il titolo alla raccolta e Go Owls – sono indimenticabili per me a mesi di distanza da quando li ho letti.
Per ragioni lavorative leggo molto sport, quest’anno ho sviluppato una nuova passione per le MMA e ho letto (in realtà lo sto finendo di leggere) un libro interessante sul combattimento tra uomini: Il professore sul ring di Jonathan Gottschall (traduzione di Giuliana Olivero, Bollati Boringhieri), un professore di letteratura inglese di quarant’anni che per scrivere questo libro – e capire davvero cosa significa mettere a repentaglio la propria salute per combattere – ha iniziato ad allenarsi e a prendere pugni. Il libro comincia descrivendo il rito del duello nell’ottocento, poi passa alla cultura dell’onore in carcere, poi ai racconti autobiografici di Gottschall. La visione di fondo è machista in senso antropologico e deterministico e non mi sento di condividerla, ma è senz’altro un approccio interessante e non banale.

Pierfrancesco Matarazzo

Tre libri in un anno di letture, tre stati d’animo che ho vissuto intensamente. Partiamo dal più ritmato: Il Passaggio di Pietro Grossi, Feltrinelli. Scorrendo le prime pagine, ho capito di trovarmi al cospetto di una sfida. Per il protagonista di questa storia (Carlo) che deve fronteggiare il principale fantasma del suo passato (suo padre) in mezzo ai ghiacci della Groenlandia, per Grossi che si confronta con l’opera di autori che della sfida estrema hanno fatto il loro marchio di fabbrica (penso a Ernest Hemingway e Jack London) e per il lettore che si trova immerso in una narrazione dove il flusso vorticoso degli eventi pretende di convivere con bolle di assenza dove ascoltare sé stessi.
Passiamo al più folle: Il Cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, minimum fax. Uno studio comparato sulle giravolte linguistiche e sulla pulizia stilistica al limite della paranoia, 450 pagine in cui è il “come è scritto” più che il “cosa è scritto” a fare davvero la differenza. Un testo con cui è importante litigare, fatto di parole tridimensionali che l’autore fa continuamente ruotare davanti agli occhi attoniti del lettore. E infine il più atteso: Eccomi di Jonathan Safran Foer, Guanda (traduzione di Irene Abigail Piccinini). A undici anni da Molto forte incredibilmente vicino, Safran Foer consegna ai suoi affezionati lettori una storia in cui l’eccezionale, sempre presente nei suoi lavori, diventa quotidiano e per questo più difficile da identificare e preservare. Attraverso la storia di una famiglia, Safran Foer passa dalla descrizione dei segreti della mente di un personaggio all’altro, trasformando ogni sospiro in un baratro di attese e piccole ripicche, fino a farci arrivare al punto in cui non si è più disponibili a fare due chiacchiere con se stessi.

Carlo Mazza Galanti

Antoine Volodine, Terminus radioso (66thand2nd, traduzione superlativa di Anna D’Elia): se n’è parlato parecchio, un romanzo eccentrico come tutti quelli di questo scrittore, forse il suo più bello, forse il suo capolavoro, o meglio il capolavoro del post-esotismo. Tra fantapolitica e psichedelia, weird, xenoletteratura, folie littéraire: ma anche coinvolgente. Suggerisco di accompagnare con il bel testo “programmatico” dello stesso autore, di prossima uscita presso lo stesso editore, intitolato Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undici.
Richard Matheson, Tutti i racconti (trad. vari): quattro corposi volumi pubblicati da Fanucci nell’anno della morte di M. (2013), ormai disponibili solo in formato digitale. Quest’anno mi è capitato di leggerli sistematicamente, non tutti ma una buona parte, e sono giunto alla conclusione che Matheson è uno dei maggiori scrittori di short stories del novecento. I suoi racconti sono un serbatoio sterminato di temi, immagini, situazioni, motivi, trame a cui ha attinto chiunque, che ha alimentato senza sosta l’immaginario americano (e non) del secondo novecento fino ai giorni nostri. Quella di Stephen King al confronto è un’immaginazione gracile. In particolare nel primo volume, quello dei primi anni ’50, Matheson sembra davvero uno scrittore in stato di grazia.
Ted Chiang, Storie della tua vita (traduzione di Christian Pastore): appena ripubblicato da Frassinelli in occasione del film di Denis Villeneuve (Arrival) che a uno dei racconti qui compresi si ispira, confesso che al momento di scrivere non l’ho ancora finito ma di sicuro è un libro che corrisponde perfettamente al mio criterio di stupore e alterità. Ci sono racconti lunghi e racconti brevi, diversi di questi premiati con Nebula, Locus, Hugo. Non mancano punte di sci-fi piuttosto nerd (o hard), che per alcuni saranno ostiche ma l’impressione è che i linguaggi scientifici siano sempre usati dallo scrittore nei limiti delle loro potenzialità letterarie e metaforiche, insomma mai gratuitamente né maldestramente. Nel loro piccolo alcuni di questi racconti mi sembrano delle pietre miliari. Stupefacenti.

Tomaso Montanari

Vorrei che ogni italiano in età di votare leggesse Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav, di Wu Ming 1, uscito nello Stile libero di Einaudi nell’autunno di questo 2016. Basato su una documentazione minuziosa, e analiticamente ripercorribile anche dal lettore più scettico, questo libro davvero importante riesce a consegnare la vicenda della Val di Susa all’epopea nazionale: sì, proprio quella che dal Risorgimento arriva alla Resistenza. Era ora: le mille battaglie per il territorio avevano drammaticamente bisogno di potersi riconoscere anche in una dimensione epica, e dunque universale. Un viaggio che non promettiamo breve dimostra, infatti, che la storia del Tav non va etichettata con la dicitura ‘Grandi Opere’, ma va rubricata alla Q: perché riguarda direttamente la questione della democrazia. La morale è che chi dice no, non lo fa per la sindrome NIMBY (Not In My Backyard), ma perché ha capito che è in gioco il grande cortile universale dei diritti della persona. Ma il libro è infinitamente più di questo.
Il libro che forse mi ha fatto più pensare tra quelli che ho letto quest’anno è Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica: una lunga, bellissima intervista di Christian Raimo a Luigi Manconi (minimum fax). Manconi fa politica più di tutti i segretari di partito messi insieme, e la fa nell’unico modo in cui bisognerebbe farla. Cioè intanto parlando e scrivendo con limpidezza ed esattezze cartesiane: o, meglio, pascaliane. E poi partendo dalle biografie delle persone: anzi dai loro nomi, dai loro corpi, dalle loro facce. Quando il nome, e il resto, sono quelli di Stefano Cucchi si capisce forse cosa possa (debba) voler dire fare politica: cioè, modestamente, cambiare il mondo per la quota che ci spetta; e anche un po’ oltre. Ho letto questo libro mentre lavoravo su Caravaggio, e ho cambiato il mio modo di guardare ai suoi quadri. Se gli alberi si giudicano dai frutti, ebbene questo libro è un albero davvero raro.
E per quanto riguarda, appunto, la storia dell’arte, l’evento editoriale del 2016 è, in verità, del novembre 2015, quando Feltrinelli ha finalmente ripubblicato uno dei grandi classici del secondo Novecento: Il gran teatro montano. Saggi su Gaudenzio Ferrari di Giovanni Testori. Si deve all’amore e all’implacabile erudizione di Giovanni Agosti questa edizione davvero critica: cioè corretta e adeguata, accompagnata dal fondamentale corredo iconografico originale e da molti preziosi materiali di Testori sull’artista più «totalmente umano» della storia, e sull’incredibile monumento cui dette forma, il Sacro Monte di Varallo (un mistico, magico lembo di Lombardia diventato Piemonte). Un saggio come si potevano scrivere nel 1965: decollando con le ali offerte da Roberto Longhi, ma in direzioni diversissime dalle sue. Un saggio che tiene insieme filologia, ricerca storica, illuminazione poetica e struttura narrativa. Un saggio come quelli che dobbiamo tornare a scrivere.

Nicola Ruganti

Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, Giordano Meacci, (minimum fax).
A Corsignano, un paese tra Umbria e Toscana – luogo inventato con un nome perduto, l’antico nome di Pienza – si incontrano uomini e donne di un paese dell’appennino e anche dei cinghiali partecipano alla storia. Giordano Meacci è facitore di mondi e in questo romanzo ha costruito un universo appenninico attraverso cui il lettore si commuove, ride e segue un’avventura segnata da funerali, matrimoni mancati, divorzi, disturbi della personalità, adolescenti che ricordano lo strano periodo dell’infanzia a Corsignano, e il film L’uomo che uccise Liberty Valance raccontato per raccontare l’amore. Intorno alla vicenda degli umani il paesaggio non è deserto, ma è animato da Apperbohr, un cinghiale che ha imparato a conoscere i linguaggi dell’uomo e che si interroga sulle domande ultime; che con un magnetico fatalismo accetta la sua condizione insuperabile di cinghiale. Non possiamo infine dimenticare che Meacci ha sceneggiato, insieme a Francesca Serafini, un film intenso e inaggirabile, Non essere cattivo di Claudio Caligari. È in chiave olistica che si intrecciano il mondo del cinghiale e quello di Ostia; tutto si tiene, i personaggi assumono voce propria, prendono vita e si mantengono presenti, oltre la morte o la fine del libro, che siano sull’Appennino irsuto o sulle spiagge romane a non finire.
Cinema Zenit 3, Andrea Bruno (Canicola edizioni).
Le segnalazioni sono due: la prima alla casa editrice Canicola che dal 2005 produce i fumetti e i disegni dei migliori fumettisti nazionali e internazionali, che lavorano con il segno e l’immaginario contemporaneo; la seconda all’album grande formato Cinema Zenit 3. L’autore è Andrea Bruno. Con Brodo di niente e Sabato tregua aveva già reso disponibili al pubblico le proprie visioni. Con questo volume, l’ultimo di 3, il fumettista catanese ferma il tempo. Cinema Zenit 3 si legge come si guardano i quadri. Si divora come i più bei fumetti d’avventura. È una storia di segni e di trama: il nero e il bianco, le macerie e la straniera. Anna passa i confini, entra nella città straniera; è la protagonista di una ballata straniante nell’intreccio, avventurosa nelle immagini.
Una piccola casa editrice, Bébert edizioni di Bologna, ha una collana di cinema che si intitola “24 fotogrammi per secondo – 24fps”. Nel 2014 hanno pubblicato Armonie contro il giorno. Il cinema di Béla Tarr di Marco Grosoli, un approfondimento critico su tutta la produzione cinematografica di Béla Tarr. Mi pare un buon accompagnamento alla lettura di Satantango di László Krasznahorkai, pubblicato da Bompiani (traduzione di Dóra Várnai, 2016). L’attraversare la campagna ungherese, la fine del comunismo, lo spettro del fallimento della storia nel 1985, attraverso lo sguardo del romanzo o quello del film di Béla Tarr aiuta a non perdere di vista il nostro tempo e il suo spirito. Bébert edizioni colmerà i vuoti di approfondimento su Pedro Costa, regista radicale e necessario; Michael Guarneri ha scritto Questi fiori malati, il cinema di Pedro Costa. Lo aspettiamo nel 2017.

Bianca Maria Sacchetti

Direi assolutamente Leonard Michaels, Sylvia (traduzione di Vincenzo Vergiani, Adelphi 2016). Dolore allo stato puro, tanta verità e rischio altissimo di immedesimazione, perché Sylvia, la protagonista, è sì pazza e morbosa ma ama in un modo che dopo tutto è universale. Lei, anzi loro declinano, esasperano e degenerano, fino all’ultimo respiro, ciò che può nascondersi in ciascun rapporto incapace di resistere alla malattia infestante e di separare l’amore dall’ossessione, la passione dalla morte. Due coniugi in una corsa fatta di angoscia e affanno, costantemente fuori sync rispetto a un’America che invece spera e diviene libera.
Luca Aversano e Jacopo Pellegrini, Mille e una Callas, Voci e Studi (Quodlibet 2016): perché non è l’ennesimo libro su Maria Callas ma più un “crocicchio” per vari esperti che ci aiutano a decifrare il fenomeno Maria Callas, inteso come donna-artista dalle mille anime ma soprattutto come eredità Callas, ovvero l’inestimabile lascito, di cui il melodramma è solo uno dei mille beneficiari.
Consiglio poi i versi di Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso (Einaudi 2006), antologia in grado di sfiorare, anzi toccare il concetto di limite e coniugare la prosa giornaliera piccola piccola con l’inconscio collettivo, in un’altalena continua di dettagli e altezze, di polveri, umori e vertigini senza tempo.

Alberto Sebastiani

Vittorio Catani, Il quinto principio, Meridiano Zero, 2015
Uscito la prima volta nel 2009 per Urania, Meridiano Zero ha riportato in libreria questo gioiello della fantascienza italiana contemporanea. Una storia ambientata nel 2043, articolata, complessa, avventurosa, per quanto i personaggi non risultino sempre adeguatamente approfonditi. Classismo esasperato, tecnologia pervasiva, soprusi dell’alta finanza, spettacolarizzazione della violenza, impossibilità della rivoluzione, fenomeni naturali catastrofici sono ingredienti di un romanzo che racconta un futuro criticando chirurgicamente il presente.
Valerio Evangelisti, Il sole dell’avvenire. Nella notte ci guidano le stelle, Mondadori, 2016
Terzo capitolo della trilogia dedicata alla storia italiana dall’800 alla seconda guerra mondiale e alla Resistenza nel microcosmo della Romagna, il romanzo racconta l’ascesa del fascismo, le responsabilità della sinistra in quel momento storico, la distruzione chirurgica delle conquiste del movimento operaio, la resistenza attraverso personaggi affascinanti, portatori di prospettive oblique e attori di fazioni diverse. Avvincente, inquietante, per riflettere non solo sul passato.
Davide Reviati, Sputa tre volte, Coconino Press – Fandango, 2016
Microstoria e macrostoria nel complesso romanzo a fumetti di Reviati, in cui si affronta lo sterminio nazista di Sinti e Rom attraverso l’esperienza di un giovane romagnolo e del suo incontro con gli “zingari”. Racconti che si intrecciano, vicende lontane, letterarie, storiche e umane che si snodano tra disegni graffianti, illustrazioni e tavole a fumetto classiche, che si susseguono in ordine non necessariamente cronologico, che si muovono tra realismo e fantastico, mostrando quanto sia difficile separare sempre realtà e finzione. 

Nicola Villa

Quest’anno ho provato puro piacere leggendo Il fattore Borges di Alan Pauls (traduzione di Maria Nicola, Sur): in tempi di moda delle biografie, e soprattutto delle biografie letterarie in cui il biografo si specchia nella vita e racconta tutto il processo creativo, finalmente un saggio di un letterato vero che affronta Borges nel modo in cui un accademico si sognerebbe. Un labirinto letterario e culturale reso anche dalle note ricchissime e allo stesso livello del testo.
Ogni libro di Byung Chul Han, filosofo coreano-tedesco, sembra il tassello di un più ampio discorso coerente e organico sulle conseguenze della trasformazioni radicali che stiamo vivendo con le nuove tecnologie. Anche l’ultimo Psicopolitica (traduzione di Federica Buongiorno, nottetempo) è prezioso per capire, al di là delle rassegne sociologiche, che cos’è la società del controllo psicopolitico che non ci impone divieti ma anzi ci chiede di esprimerci, commentare, di “essere liberi” mentre invece ci controlla e ci monetizza. Infine Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi) mi sembra il romanzo più importante di quest’anno. Leggendolo si sente il respiro della grande letteratura, senza manierismi, senza postmoderno. Storia di un rapporto padre-figlio difficile e di un’amicizia fraterna, e finalmente la montagna sempre troppo spesso maltrattata anche nei romanzi di finzione dai fanatici del new age e dai dannunziani.

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