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I libri dell’anno di minima&moralia: ultima parte

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Pubblichiamo l’ultima parte della lista delle letture dell’anno dei collaboratori di minima&moralia, ringraziandoli per la partecipazione. Vi auguriamo buon anno e vi ricordiamo che a gennaio partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Valentina Aversano

Quest’anno ho letto più racconti del solito. Vi consiglio le tre raccolte che ho amato di più, quelle con più orecchie alle pagine:
Appunti da un bordello turco, Philip Ó Ceallaigh (traduzione di Stefano Friani, Racconti edizioni): il mio preferito è “Nel quartiere”, un film in circa settanta pagine. “Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto”.
La donna che scriveva racconti, Lucia Berlin (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri): per raccontare la scrittura di Lucia Berlin mi viene in mente solo una parola: meravigliosa. Non smetto di rileggere questa raccolta, io che in genere ho sempre fretta di passare al libro successivo.
Il paradiso degli animaliDavid James Poissant (traduzione di Gioia Guerzoni, NN editore): nelle storie di Poissant si passa dalla commozione al sorriso. E c’è quella tristezza bella che ti avvolge come una coperta e ti fa sentire meno solo.

Paolo Bonari

Dichiaro subito di essere d’accordo con Cesare Garboli, secondo il quale i libri “non bisogna adorarli”, e c’è da aggiungere che la relativa feticizzazione si è fatta molto spinta, nel tempo e nell’ambito social: tendiamo a considerare buono qualsiasi mezzo o mezzuccio letterario, secondo logiche di affastellamento da hard discount di scrittori socialmente e mimeticamente divinizzati, pur di differenziarci un po’ e pur di non differenziarci troppo gli uni dagli altri. Dichiaro anche che, al solo sentir parlare di “opere-mondo” e di “universi pynchoniani”, metto mano alla poesia, preferibilmente in prosa, e perdo ogni interesse (che non ho mai avuto) per gli interminabili commentarii dei “giovani critici” agli interminabili romanzi che risaneranno la Letteratura, nonché la Società tutta.
Il contemporaneo non mi preoccupa più di tanto, e mi fermo ad ascoltare il passato che ripiomba e rimbomba sul presente, perciò conoscere i miei “libri del 2016” significherà aspettare fino al 2046 di quel film di quel cinese, e stare a vedere quali anniversari celebrerò. Nel frattempo, di nascosto, ricordo la morte di Piero Chiara del 31 dicembre 1986, scegliendo uno dei suoi romanzi meno noti e più tardi, forse il suo migliore, perché il più indefinito, il più indeterminato: Vedrò Singapore? (“Un bisbiglio, che udii distintamente, mi rispose: “Torna alle onde del Lago Maggiore””.)
Trent’anni ci separano anche da L’avventura in Valtellina del Mario Soldati ottantenne, invecchiato, millesimato: si compie alla perfezione quel suo “diario con personaggi”, come da definizione di Geno Pampaloni, e si registra la nostra nostalgia per gli anni in cui una banca, in questo caso la Popolare di Sondrio, si impegnava a organizzare e finanziare un soggiorno del genere per scopi artistici.
Adelphi ha cominciato nel 2014 a pubblicare i romanzi di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, il duo francese che, al modo (e meglio, forse, purtroppo) dei nostri F&L, ha frequentato i territori del poliziesco e del noir: già presenti sul mercato italiano, ma in vecchissime edizioni, sono stati di nuovo e magnificamente tradotti e l’ultimo, di qualche mese fa, è La donna che visse due volte (traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco), un titolo che non dovrebbe suonare nuovo – io, però, devo ancora leggerlo e consiglio, perciò, di recuperare in qualche modo (ma senza venire a chiederli a me) tutti e sette i volumetti di B&N dedicati al ciclo di Sans Atout, ovvero di François Robion, il ragazzo che investiga e risolve casi misteriosi in giro per la provincia francese, andando dall’isola d’Oléron all’Alvernia alla costa bretone. Furono pubblicati nella riedizione de “Il giallo dei ragazzi”, la storica collana mondadoriana attiva dal 1970 al 1984 che la stessa casa editrice provò a rinfrescare con una serie di uscite primaverili sul finire degli anni Ottanta e a cavallo dei Novanta, cioè all’epoca in cui, attorno ai dieci anni d’età, ero più diligente e non mi perdevo le novità editoriali.

Luca Briasco

Ho riflettuto, e a lungo, prima di scegliere i miei tre libri del 2016. Cercavo un criterio comune, che mi permettesse di selezionarli tra i tanti in più che hanno lasciato comunque un segno profondo. Alla fine, ho optato per due romanzi accomunati dalla forza e dalla convinzione con cui osano, aprendo e dissodando territori nuovi, e per un classico della critica, riletto a distanza di decenni dalla prima volta.
Dunque: Garth Risk Hallberg, Città in fiamme, Mondadori, traduzione di Massimo Bocchiola, che ci porta nella New York degli anni Settanta e del blackout, tra punk, squatter, antichi e nuovi ricchi, aspiranti scrittori in cerca di gloria, e riesce a fondere, in un colosso di mille e più pagine, una totalità di visione quasi ottocentesca e una struttura mobile e complessa, capace di accogliere e ospitare il caos della contemporaneità.
Simona Vinci, La prima verità, Einaudi Stile libero: un viaggio nei meandri della follia che utilizza ogni possibile forma narrativa, spaziando dalla fiction al saggio, dalla poesia al racconto autobiografico. Una scrittura densa e potente, senz’ombra di pietismo, capace di svelarci la labilità dei confini tra “sanità” e “malattia” e la loro coesistenza nel nostro DNA culturale ed emotivo.
Infine, Itaca e oltre, di Claudio Magris, Garzanti: una raccolta di microsaggi che esplora opere e autori fondativi del Novecento, soffermandosi in particolare sulla grande letteratura mitteleuropea. Trent’anni fa, dopo averlo letto, mi precipitai in libreria e comprai una quindicina di romanzi, spaziando da Novalis a Joseph Roth, da Musil a Canetti. Quest’anno l’ho ripreso in mano perché mi guidasse nella stesura del mio Americana, che è costruito in modo non dissimile. Se mi sarà riuscito di trasmettere ai miei lettori almeno una piccola parte dell’entusiasmo e del desiderio di conoscenza che Magris aveva scatenato in me, potrò dire che Itaca e oltre è il mio libro dell’anno.

Stefano Ciavatta

Un anno di letture. Libri sulle città anzi sulle metropoli, una delle poche cose sexy al mondo: I segreti di Manhattan di Philip Lopate, (traduzione di A. Buzzi, il Saggiatore), Miami di Joan Didion (traduzione di Teresa Martini, il Saggiatore), Le città ideali di Fabio Isman (Il Mulino), NY l’isola delle colline di Mario Maffi (Feltrinelli), Un’educazione milanese di Alberto Rollo (Manni).
Libri sulle vite interrotte, ammaccate, disperse come quella di mio padre: La vita dopo di Donald Antrim (traduzione di Matteo Colombo, Einaudi), Caustico lunare di Malcolm Lowry (traduzione di Vincenzo Mantovani, Mondadori), Il velo nero di Rick Moody (traduzione di Licia Vighi, Bompiani), Come stare soli di Franzen (traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi, con il saggio sull’alzheimer che prima avevo fastidio a leggere), In movimento di Oliver Sacks (traduzione di Isabella C. Blum, Adelphi).
Libri sulla città dove vivo e perdo il tempo: Fiato d’artista di Paola Pitagora (Sellerio), Quando Roma era un paradiso di Stefano Malatesta (Skira), Il mito di Roma di Andrea Giardina e André Vauchez (Laterza), Il sacco di Roma di André Chastel (traduzione di Marisa Zini, Einaudi).
Libri fatti di appunti e block notes: Americani di J.J. Sullivan (traduzione di Francesco Pacifico, Sellerio), Il cervello di Alberto Sordi di Tatti Sanguineti (Adelphi), Porno di carta di Gianni Passavini (Iacobelli).

Antonia Conti

I piccoli e grandi traumi che segnano la vita di persone comuni. Ne marcano il percorso, acquistano profondità nel ricordo, nelle relazioni, nel rapporto con gli oggetti. Nei racconti di Andre Dubus tanto più i gesti sono minimi tanto più gli effetti sono rivelatori. Voli separati, tradotto da Nicola Manuppelli, in libreria per Mattioli. Otto storie sul «peccato di un uomo» in cui «non c’è niente per cui provare vergogna, niente di innaturale», nemmeno quando la storia comincia così: «ho tenuto i bigodini tutto il pomeriggio, il giorno in cui hanno ucciso Sonny Broussard sulla sedia elettrica».
Frammentario, ellittico, esile e divagatorio. Io, Charlotte Rampling, scritto dall’attrice con Christophe Bataille (tradotto da Camilla Diez, 66thand2nd) è un libro inclassificabile che ha l’enorme pregio di fare del pudore l’espressione più intima della scrittura. Nel circuire, lambire, affrontare e resistere a un dolore, c’è tutta la verità e l’importanza delle cose che a un certo punto non possono più essere taciute.
Se al ritorno dagli Stati Uniti, dall’indimenticabile Absolutely Nothing di Giorgio Vasta e Ramak Fazel, vorrete rimettervi in viaggio con Quodlibet/Humboldt, guardate a Nord e non perdete (ma perdetevi in) Tutta la solitudine che meritate di Claudio Giunta e Giovanna Silva. Grazie M.P. per avermi allungato silenziosamente questo libro. Grazie S. per aver detto: “so di gente che ha comprato un biglietto per l’Islanda appena lo ha finito”, perché l’ho cominciato la sera stessa.

Flavia Gasperetti

Ricordo bene che la mia prima lettura dell’anno è stata Io e Mabel di Helen Macdonald (Einaudi 2016, traduzione di Anna Rusconi). Ricordo che lo cominciai piena di pregiudizio per via del tema, la falconeria. Ho un’antipatia idiosincratica per le tesi di dottorato rigurgitate dentro le opere di narrativa ma mi sbagliavo, quanto mi sbagliavo. Mi ha riconciliato con tutto, con la non-fiction, con i memoir del lutto, con la mistica del paesaggio naturale tanto cara agli inglesi e, sì, pure con la falconeria.
L’anno si è invece chiuso con una nuova scoperta, l’irlandese Eimear McBride. Ho letto entrambi i suoi romanzi, il primo uscito anche in Italia con il titolo Una ragazza lasciata a metà (Safarà Editore, traduzione di Riccardo Duranti) e il suo più recente The Lesser Bohemians. Quando si parla di lei è difficile non farsi scappare il nome di James Joyce, ma questi libri sono ben altro che un pastiche citazionista, una rivisitazione sterile, McBride sa fondere monologo e dialogo, flusso di coscienza e osservazione come se reinventasse l’atto di raccontare a ogni pagina.
Tra questi due libri, tante altre belle scoperte, non poche delusioni, e qualche faticaccia ripagata. Tra le fatiche che ne valevano la pena, Prima di perderti di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero), un libro breve e densissimo, su ogni frase mi sono fermata, a volte per litigarci, a volte per riprendermi, molto spesso per dire “è vero, è proprio così”.
Concludo con il ricordo di un ritorno in treno Milano-Roma in compagnia delle Lettere alle Amiche di Céline, speso nel tentativo di imparare interi passaggi a memoria e un agosto lavorativo passato ne La camera azzurra di Simenon, ripubblicato da Adelphi con la traduzione bellissima di Marina Di Leo. Quando l’amico che me lo consigliò mi chiese che ne pensavo, ho risposto “sommo capolavorino”. A distanza di mesi, sono ancora d’accordo con me stessa.

Michele Masneri

Tre libri a chilometri zero da Oakland, California: Jeffrey Toobin, American Heiress, Doubleday. La vera storia di Patricia Hearst, first smandrappata d’America, nipote di William Randolph Hearst cioè poi il Citizen Kane di Orson Welles (gli Hearst ancora oggi posseggono 300 magazine compresi Gioia e Gente). Rapita da un farlocco “Esercito di liberazione simbionese” in pieni anni Settanta, poi convertita al terrorismo soprattutto per noia, arrestata, condannata, pluri-graziata, oggi alleva cagnolini da competizione (sua sorella ha sposato Jay McInerney). Il suo rapitore-capo, De Breeze, progettava il sequestro a Oakland, il Pigneto di San Francisco, in una comune molto simile a quella di un altro esercito sgangherato ma più grillino, gli amici di Purity di Jonathan Franzen (traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi). Ancora oggi a Oakland si va alle feste e alle inaugurazioni e ci vivono i creativi e i non abbastanza ricchi espulsi da San Francisco dalla gentrificazione startuppara. Un libro a caso di Jack London, morto esattamente cent’anni fa, qui, e a cui è dedicata una piazza a Oakland (Jack London muore nello stesso giorno alla stessa ora dell’imperatore Francesco Giuseppe, il 21 novembre 1916, alle 4 di mattina).

Christian Raimo

Appena ho finito una lista mi ricordo di un elemento lasciato fuori, è sempre così. Quindi provo a scremare: ci sono dei libri che mi hanno insegnato qualcosa quest’anno? Sì. Il primo è sicuramente quello di Coates, Tra me e il mondo (traduzione di Chiara Stangalino, Codice). Mi ha ricordato che la politica parte dalla pratica quotidiana e dal corpo oltre che dalle ideologie e dalle parole; per qualunque sedicente intellettuale una grande lezione di umiltà e di educazione.
Poi c’è sicuramente Atul Gawande che con
Essere mortale (traduzione di Duccio Sacchi, Einaudi) mi ha fatto capire alcune cose fondamentali sulla vecchiaia e sulla morte: da cose piccolissime, come l’importanza di allacciarsi le scarpe e di tagliarsi le unghie da soli quando si comincia a invecchiare a cosa le persone ritengono importante se hanno poco tempo da vivere davanti.
Il terzo è la raccolta di racconti di Donald Antrim,
La luce smeraldo nell’aria (traduzione di Cristiana Mennella, Einaudi): mi ha ricordato a cosa serve la letteratura, a raccontare che tutto quello spazio che la nostra psiche non controlla può avere un senso, e anche una sua dolorosa bellezza.

Edoardo Rialti

Breve storia di sette omicidi di Marlon James (Frassinelli 2015, traduzione di Paola D’Accardi). Duro e magnificamente ben scritto. Un grande romanzo deve anzitutto avere una voce convincente. Qui si tratta di un’intera orchestra, una turbinosa narrazione corale su violenza e corruzione nella Giamaica di Bob Marley. R.K. Morgan ha giustamente evocato (come per la serie The Wire) echi e ancor più lo stesso sentore inevitabile trasmesso delle tragedie shakespeariane e greche. E ha ragione. Perché, come scriveva George Steiner, tragedia è “procedere verso il proprio solenne destino, prigionieri di verità che oltrepassano la conoscenza”. E questo Marlon James lo fa intonare al coro rabbioso dei suoi vivi. E dei suoi morti.
Parli del Diavolo: Black Man di R.K. Morgan (Gollancz, 2007), appunto. Morgan è il mio scrittore vivente preferito (e possa l’Evoluzione conservarcelo a lungo): sia i suoi romanzi di fantascienza-noir con protagonisti Takeshi Kovacs che la sua trilogia fantasy A Land fit for Heroes hanno una forza che supera di gran lunga le pur notevoli ambientazioni e l’audacia di temi e personaggi. Si tratta di come scrive, della ferocia dolente che lascia intravedere, tra le pieghe e la piaghe, un modo più decente e vero di camminare su questa terra. Oltre tutte le recite che ci dividono in buoni e cattivi, cacciatori e prede, come direbbe il  Roy di Blade Runner. Qualcosa a cui aggrapparsi davvero. Questo suo stand alone ha inoltre il fosco pregio di aver raccontato l’America di Trump molto prima che il Twittatore Seriale iniziasse la sua campagna. Non è la prima volta che la fantascienza si limita ad anticiparci. In questo caso tratteggiando un’America del futuro divisa tra le città della costa (con la loro libertà sessuale e culturale) e la “Jesusland” degli Stati centrali, patriarcale e industriale. A complicare le cose è il ritorno (Blade Runner docet), appunto di qualcuno che avevamo inviato su Marte a fare il lavoro sporco per noi. E che ha intenzione di scoperchiare parecchie verità sottaciute…
Da animali a dèi di Yuval Noah Harari (Bompiani 2016, traduzione di Giuseppe Bernardi). Non si tratta di un romano ma l’abusata espressione “si legge come tale” stavolta ha la sua ragion d’essere. Anzi. Questo splendido saggio sulla storia del genere umano è infatti anche un “romanzo di tutti i nostri romanzi”. Perché permette al lettore di comprendere meglio le narrazioni che incessantemente applichiamo al mondo da parecchie centinaia di migliaia di anni. Sciamanesimo e Marchi Automobilistici, il battersi il petto dei primati e i comizi dei politici, la differenza tra religione (una lettura strutturata dell’universo) e spiritualità (demolire quelle stesse strutture), la suddivisione dei poteri e il nostro rapporto aggressivo con l’ambiente, il salto quantico delle rivoluzioni cognitive, agricole e tecnologiche sono fenomeni profondamente connessi, che agiscono in ogni nostra stessa. Non è un privilegio da poco vedere come dettagli infinitesimali ed eventi grandiosi delle nostre vite oggi abbiano le loro radici e le loro ragioni d’essere laddove forse non ci saremmo mai aspettati. Lo si legge con uno strano senso di vertigine, ma anche con di rinnovata eppure ironica responsabilità per il nostro prossimo passo come singoli, e come specie.

Giuseppe Sansonna

Nel 2016 sono stato folgorato, come tanti, da Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, pubblicato da minimum fax. Seducente fin dal titolo cinefilo, legato alle rimeditazioni di John Ford sull’illusorietà del mito. Mi è piaciuto perché libera, senza cedere al compiacimento, il suo gioco estremo sulla lingua. Riuscendo a cogliere l’intensità magica del quotidiano, come in certe sequenze di Antonio Pietrangeli,
sottilmente sospese tra vita e morte. Come se l’Antonio Pizzuto della Signorina Rosina avesse vivificato certi tecnicismi d’avanguardia, diventando più caldo e umano, senza perdere prismaticità. Traslocando
dalle parti del Trasimeno, in un borgo immaginario e familiarissimo.
Ho riletto, scompisciandomi, il Moravia desnudo, di Sergio Saviane, pubblicato quarant’anni fa da Sugarco. Utile per riassaporare un’epoca affollata di menti fini e lingue affilate. E per comprendere  quanto sia importante amare intensamente l’oggetto del proprio odio, evitando l’isteria dei livori banali, oggi rigurgitati in rete senza risparmio. Moravia passò due anni di puro terrore, attendendo l’uscita del
pamphlet. Tra le ponderate righe del satiro di Castelfranco veneto avrà ritrovato, sviscerati al dettaglio, tutti gli snodi della sua retorica trombona, il carisma velenoso da pontefice della cultura italiana, l’acuta perfidia, l’arsenale letterario sempre più ripetitivo e stantio. Si sarà sentito letto a fondo. Compreso,
finalmente. Come ci si può aspettare solo da un vero nemico.
Ho letto anche La botta in testa, stupefacente biografia di Tiberio Mitri, pubblicata per la prima volta da Carroccio, nel 1967, e riedita da Limina, nel 2006. Scritta, verosimilmente, da Giancarlo Fusco. Il
pugile ci ha messo vita e sangue, lo scrittore un linguaggio composito e visionario. Non firmò il libro, pare, per sfuggire alle richieste di alimenti arretrati dell’ex moglie. Due magnifici dissipatori,
sopravvissuti con lo stesso ghigno ai campi di concentramento, alle case di tolleranza, ai ring. I sogni di Tiberio, bello come un divo, si infransero sulla fronte marmorea di Jake la Motta, “larga come gli
schermi in cinerama”, che gli spezzava le mani a ogni diretto. Non riuscì a strappare al Raging Bull la cintura di campione del mondo e morì dentro, quella sera del 1950, sul ring del Madison Square Garden,
mentre compiva ventiquattro anni. Morirà davvero nel 2001, travolto da un treno, nella periferia di Roma. Dimentico del mondo che lo aveva dimenticato. Oltraggiato, post mortem, da una fiction con Luca
Argentero.

Emiliano Sbaraglia

Tra il libri di questo anno sicuramente inserisco Orfani bianchi di Antonio Manzini (Chiarelettere), perché l’ho letto tutto d’un fiato in una notte (capita sempre più raramente); e perché lo scrittore, pur avendo raggiunto il grande pubblico con il personaggio di Rocco Schiavone, ha voluto scommettere ancora, con un romanzo che racconta la storia di una badante moldava in Italia, e del figlio rimasto in patria.
I signori del cibo di Stefano Liberti (minimum fax). Esiste una scrittura che riesce a trasformare la saggistica in una narrazione civile, aiutandoci a capire i mali del mondo, per tentare di guarirli. Da A sud di Lampedusa in poi Liberti lavora sempre meglio in questa direzione.
Vorrei chiudere con un omaggio. Nell’approssimarsi dei quarant’anni dal 1977, mi è tornato tra le mani Piove all’insù di Luca Rastello, malauguratamente scomparso di recente (Bollati Boringhieri, 2006). Il suo libro ci restituisce l’odore inconfondibile di quell’anno fatto di sogni e pistole, attraverso una scrittura unica, emblematica di un tempo e di un autore, oltre che giornalista, di cui sentiamo la mancanza.

Stefano Sgambati

Quando anche si scrive oltre che leggere, capita di ricercare in ciò che si legge ciò che si ambirebbe scrivere e questo “fattore X” l’ho trovato quest’anno in tre letture principalmente e di queste voglio parlare: la saga autobiografica del norvegese Karl Ove Knausgârd (il cui titolo in originale è, curiosamente, “Min Kamp”) di cui qui cito il primo volume, La morte del padre, edito da Feltrinelli e tradotto da M. Podestà Heir. Un capolavoro in cui non succede nulla ma succede benissimo, il cui miracolo principale (un miracolo di tecnica e controllo) sta nel fatto che l’autore, pur mettendo al centro assoluto la sua stessa esistenza, di fatto “sparisce” a favore di letteratura, grazie a una scrittura tutto sommato piana, a un lessico tutt’altro che dopato e a pochissime, centellinate ma devastanti digressioni.
A proposito di romanzi meravigliosi in cui l’autore riesce a procedere per tutto il corso dell’opera con tutte e due le mani ben piantate sui manubri della bicicletta, evitando di mostrare inutile muscolature o acrobazie, ma non per questo stupendo di meno, il secondo libro della mia lista è La cura Schopenhauer di Irvin Yalom, edito da Neri Pozza e tradotto da Serena Prina: in uno scenario letterario fatto di non-romanzi, di non-racconti, di “oggetti letterari”, di “meta-fiction”, di post-narrazioni e di “story telling”, ecco un libro clamorosamente classico, con una delle più grandiose chiusure di sipario che io abbia mai incontrato e tra i migliori dialoghi che io ricordi di aver letto in assoluto (Jonathan Safran Froer dovrebbe studiare questo libro cento volte di seguito dietro la lavagna…).
Per ultimo voglio citare Nabokov, con Intransigenze, (Adelphi, trad. di Gaspare Bona), un volume clamorosamente bello di interviste rilasciate dall’autore nel corso della sua variegata carriera: tra queste righe è possibile scoprire come sia possibile farsi vanto della propria intelligenza e avere così ben presente il proprio genio da riuscire a fare letteratura altissima semplicemente conversando.

Licia Vignotto

Per chi non ha voglia di lasciarsi stare. La persuasione e la rettorica, tesi di laurea in filosofia scritta nel 1910 dal giovane studente goriziano Carlo Michelstaedter, che dopo averla discussa – coerente con il pensiero espresso – si uccise con una rivoltella. Il testo è stata pubblicato da Adelphi nel 1982, curato da Sergio Campailla, veloce e intensissimo, bruciante eppure accogliente. Un puzzle di rimandi storici e metafore brillanti, ferite, sull’impossibilità di possedere fino in fondo sé stessi. E poi Class. Vite infelici di romani mantenuti a New York di Francesco Pacifico, pubblicato da Mondadori nel 2014. Romanzo vortice, ironico e responsabile: mantiene la promessa del titolo descrittivo. Si ride ma ci si sente abbastanza male. Vuoto di senso da espatriati, rimpatriati, indaffarati, nullafacenti. Parisina di Lord Byron, poema romantico del 1816, pubblicato quest’anno da 2G nella nuova traduzione di Monica Pavani. Ambientato a Ferrara, ispirato alla leggenda tragica di Ugo e Parisina, amanti separati e pubblicamente puniti con la prigione e la decapitazione. Passione impossibile e ipocrisia collettiva, non così distante dalle antitesi di Michelstaedter, persuasione e retorica.

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