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Libri da leggere e voci da ascoltare: “Una bambina da non frequentare” di Irmgard Keun

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Belle copertine, traduzioni accurate e un catalogo che resterà: ogni volta che si ha a che fare con l’Orma editore non si può fare a meno di notare, prima ancora di entrare nel contenuto del singolo libro, che può esistere un modo intelligente, elegante di fare editoria. In questi giorni, accanto alla nuova traduzione di un vecchio libro di Annie Ernaux, La vergogna, arriva per la prima volta in Italia il testo di un’altra autrice da scoprire: Irmgard Keun, nata a Charlottenburg nel 1905 e morta a Colonia, dove si era trasferita da bambina, nel 1982.

Il rapporto di Keun con la letteratura e con il successo è complicato e ricorda quello di un’altra autrice oggi riscoperta (da Adelphi), Jean Rhys, che come lei alternò una grande popolarità a lunghi anni d’insuccesso. Con Rhys, Keuncondivide anche l’aver presto calcato il palcoscenico e l’averlo altrettanto presto abbandonato (Keunaveva fatto l’attrice, Rhys la ballerina), oltre all’alcolismo, una vita sentimentale caotica e un certo nomadismo bohémien.

Ma mentre Jean Rhys scelse di girare senza requie l’Europa, Irmgard Keun vi fu letteralmente costretta: i suoi primi due romanzi, Gilgi, una di noi e Doris, la ragazza misto seta finirono nella lista della “letteratura nociva e inopportuna” stilata dal partito nazista nel 1933. Le donne intraprendenti, libere, inclini all’umorismo e di involontaria sensualità raccontate da Keun non piacevano al regime, sulla sua arte cadde l’anatema della censura e Keun decise di lasciare il paese. Poi fece causa allo Stato per danni, tanto perché sia chiaro ai suoi lettori di oggi di che pasta fosse fatta e quanto di sé abbia messo nei suoi personaggi.

Una bambina da non frequentare, pubblicato ad Amsterdam nel 1936, è il primo libro che Keun scrisse in esilio. Nel 1932 aveva sposato uno scrittore, Johannes Tralow, anche lui finito nella lista nera, da cui divorzierà nel 1937. Nel 1936, quando uscì Una bambina da non frequentare, Keun era la compagna di Joseph Roth, resteranno insieme fino al 1938. Un altro scrittore importante da accostarle è quello di Alfred Döblin, che l’aveva incoraggiata a scrivere. Ma lei sorriderebbe a vedere il suo nome in mezzo agli uomini della sua vita, perché non somigliava a nessuno di loro: ogni suo testo è una voce pungente e fastidiosa, incantevole e solitaria.

C’è un filo comune, nei tre che L’Orma ci propone in catalogo, ed è la sottile ribellione della vita quotidiana di ragazze, donne, bambine, ma se oggi dovessi consigliare a un neofita da quale iniziare, direi da qui, e suggerirei di diffonderlo ovunque: Una bambina da non frequentare dovrebbe essere letto nelle scuole per la grazia con cui instilla l’idea che fare la rivoluzione sia sempre possibile, in ogni momento della giornata, in ogni età della vita.

Protagonista è una ragazzina pestifera, che potremmo definire cugina di Pippi Calzelunghe, Gianburrasca e Franti: proprio l’inizio, il primo capitolo, è un tale rovesciamento di Cuore da ricordare le parole di Umberto Eco quando, nell’Elogio di Franti, ribaltava il punto di vista di De Amicis e dell’io narrante Enrico e indicava “il pudore di questo ragazzo che di fronte all’impudicizia feudale della madre che si getta, davanti alla scolaresca, ai piedi del direttore e di fronte all’intervento melodrammatico di quest’ultimo, cerca un contegno nel sorriso, per non soccombere nello strame.”

La bambina infrequentabile di Keun si presenta in un modo molto simile: le maestre danno l’annuncio della triste morte della signorina Scherwelbein, “la nostra amata e ammirevole preside”, e tutti gli scolari scoppiano a piangere. Non piangono perché sonodavvero tristi, ma perché il naso gonfio e la voce rotta degli adulti suggeriscono che è quella la condotta da tenere. Tanto più si disperano, mimando ciò che i grandi si aspettano da loro, quanto più la scena assume contorni patetici e grotteschi: “Ma veramente io non l’ho proprio mai vista in vita mia. È la vera verità. Abbiamo cominciato il terzo anno di scuola e la signorina Scherwelbein era vecchissima e malata già da tempo, tant’è che conosciamo solo la sostituta…”. È solo il primo di una lunga serie di episodi in cui la prospettiva irritante e magnetica della decenne ci porterà sempre, nostro malgrado, dalla parte della verità.

Questa piccola Franti deve vedersela anche lei con i suoi Enrico Bottini: “Dicono che mia cugina Linda è una bimba bravissima, che deve essermi da modello e da fulgido esempio. Ora dorme nella mia stanza, ha già tredici anni e assomiglia alla giraffa dello zoo della nostra città, tutta lunga e secca con due orecchione maligne e occhi castani fuori dalle orbite”, si legge in un capitolo intitolato, per l’appunto, “Signore e signori, la verità è servita!”, nel quale si scopre che se a dire le cose come stanno è un bambino nessuno gli crede, meglio provare a dirle da ubriachi.

L’infrequentabile allora rilassa i muscoli, aguzza l’ingegno e inizia la recita: una bambina ubriaca, anarchica, fuori posto e un po’ folle è l’unica voce sensata che dobbiamo ascoltare, dentro e fuori la letteratura.

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha scritto diversi libri per ragazzi, tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo, 2012; edizione economica, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016), e il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero, 2015; Super ET, 2016; vincitore di numerosi premi tra cui Bagutta Opera Prima, Fiesole, Brancati e del premio americano The Bridge Book Award). È tradotta in francese, spagnolo, polacco, lituano e in corso di traduzione negli Stati Uniti. Collabora con la Repubblica e altre testate.
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