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L’idea di futuro che ci avevano scippato. Su “Borne” di Jeff Vandermeer

di Christian Raimo

La nostra gioventù, quella di noi quarantenni, gli anni novanta, dopo la caduta del Muro, passò sotto l’etichetta della fine della storia, una definizione che diede il politologo Francis Fukuyama, e che ci regalò insieme all’inquietudine, un misto di sollievo: se la storia era al suo termine, non ci saremmo più dovuti preoccupare, il mondo andava bene così com’era, declino e progresso si sarebbero confusi, di fatto non si poteva cambiare niente di rilevante. Quelli che di noi non si rassegnarono del tutto all’idea di questa impossibile trasformazione, almeno nel desiderio, si nutrivano, sul finire del millennio scorso, con l’ultima grande ondata di fantascienza, che però, in quella fase, sembrava scritta fuori tempo massimo. Il cyberpunk e lo steampunk raccontavano di un futuro non postmoderno, ma moderno, degradato e contaminato, simile a un’accroccata avanguardia novecentesca, un universo un po’ infantile dove tra organico e inorganico non ci sarebbe stata soluzione di continuità. In pochi, quasi in modo carbonaro, siamo vissuti per qualche anno con l’ipotesi bizzarra che la fine della storia ci avrebbe mostrato anche la fine dell’umanesimo così com’era, e avrebbe inaugurato una nuova strana era: il post-umano. Biologia e tecnologia sarebbero convissuti, come ossa, muscoli e componenti metallici nel corpo di Tetsuo di Shinya Tsukamoto, film di culto del 1989. Ma mentre Mario Perniola parlava di sex-appeal dell’inorganico, e ci rileggevamo bulimicamente Deleuze e Guattari dei Millepiani, o ammiravamo le ibridazioni tra carne e macchine di Bruce Stelarc e Orlan, il futuro – che non sarebbe dovuto esistere – veniva disegnato in modo meticoloso dalle corporation della Silicon Valley: smartphone, social network, droni per la logistica, un mondo funzionale al capitalismo avanzato. L’ultima idea di futuro ci veniva scippata da una efficacissima strategia commerciale.

Non si può prescindere da questo scacco dell’immaginario mentre si legge il nuovo romanzo di Jeff Vandermeer, capofila di una corrente letteraria, il New Weird, che sta avendo il merito di riportare la fantascienza nelle librerie, e con la fantascienza una visione, che pensavamo fosse andata perduta con i nostri anni novanta, quando il futuro, come è purtroppo oggi, è diventato sinonimo di nuove release dei prodotti, aggiornamenti, e reazione all’obsolescenza programmata.

La trilogia dell’area X e ora Borne sono un antidoto. Rimescolano le possibilità del nostro immaginario, innestando nella tradizione distopica un elemento fiabesco.

In una città senza nome, avvelenata, postapocalittica, Rachel – una cacciatrice di rifiuti – sopravvive grazie all’aiuto del suo compagno, Wick, in un piccolo rifugio, la Scogliera: nascosti dai pericoli di banditi di ogni tipo e dalla Compagnia, l’entità che governa il mondo, che l’ha reso un inferno “che abitavamo come spettri in un mondo infestato”, e che ha creato Mord, un’enorme creatura simile a un orso che domina la civiltà dal cielo. Un tempo, prima della compagnia, “la gente aveva case e genitori e andava a scuola. Le città esistevano all’interno degli stati, e quegli stati avevano dei governi”. Ora si può solo vagare da un posto all’altro per sperare di sopravvivere.

Qui Rachel incontra Borne, un essere multiforme e cangiante, nato sulle pelle di Mord come una spora da un fungo. Cos’è Borne? Sembra un piccolo anemone all’inizio, poi una pianta, poi un animale, si nutre di tutto ciò che trova intorno a sé, mangia e non espelle nulla, cresce, parla come un bambino, si trasforma in un sasso o in un umano. È una minaccia o un alleato? È il figlio che Rachel vorrebbe? E come riflesso, che romanzo è, quello di Vandermeer: una nerissima parabola profetica, o una bizzarra favola cartoonesca in cui un organismo puccioso ha i tratti di una nuova generazione di esseri animati che popolerà l’universo?

La trama di Borne si basa sulla resistenza alle forze del male che si stringono sempre di più intorno a Rachel e Wick, ma insieme soprattutto si snoda intorno all’interrogativo sull’identità di Borne, come una versione espansa del racconto borgesiano dell’Aleph. Ma c’è qualcosa in più in quest’essere che Vandermeer mette in scena, ed è la sua capacità di mostrarsi come una sorta di intelligenza collettiva (“Ma ho già letto tutti i libri che ci sono alla Scogliera. Li ho letti tutti e penso che mi sia bastato leggerli anziché viverli. Li ho letti tutti. Ho letto tutto”), in grado di inventarsi un nuovo linguaggio e una nuova forma di conoscenza. Per questo delle innumerevoli possibilità metaforiche che possiamo attribuire a Borne, quella più affascinante è che Vandermeer ci abbia portato, come in un labirinto di specchi, a porci di fronte a una specie di grande metafora della letteratura, della sua possibilità di genesi infinita, in un mondo come il nostro che sembra condannato alle sue narrazioni imposte dalla ripetizione del presente. Il lavoro sulla traduzione che ha fatto Vincenzo Latronico va citato perché è magnifico proprio perché è riuscito a cogliere questa dimensione del libro.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
5 Commenti a “L’idea di futuro che ci avevano scippato. Su “Borne” di Jeff Vandermeer”
  1. Witfield scrive:

    Chi ha scritto questo articolo sarebbe uno scrittore? Quel che è certo è che non è un lettore di fantascienza.

  2. Antonio Costa scrive:

    VanderMeer scrittore sopravvalutatissimo, ci casca solo chi non conosce il genere.

  3. Paolo scrive:

    “VanderMeer scrittore sopravvalutatissimo, ci casca solo chi non conosce il genere.”

    In effetti, ha solo vinto il Premio Nebula, il Wolrd Fantasy Award e il Locus.
    Chi conosce il genere lo evita. Proprio.

  4. Sascha scrive:

    “Quel che è certo è che non è un lettore di fantascienza” – e meno male, se no sarebbe venuta fuori la solita recensione da nerd che interessa solo gli altri nerd, di quelle che tirano in balle mediocrissime ‘star’ del genere e le sempre incombenti ‘regole’ del genere…

  5. SUSANNA SCHIVARDI scrive:

    chi ha scritto questo articolo è uno scrittore e molto di più, efficacissimo, mi ha quasi convinto pur essendo io completamente digiuna di fantascienza.

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