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L’identità liquida di Paul Auster

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Oggi è il compleanno di Paul Auster, nato a Newark il 3 febbraio 1947: lo omaggiamo con questo articolo che ripercorre la sua Trilogia di New York (l’immagine è tratta dall’adattamento a fumetti della Città di vetro, realizzato da David Mazzucchelli).

di Enrico Giammarco

In una grande città ci si può perdere o sparire. Si può anche cambiare identità e vivere una vita nuova.

(Patrick Modiano, discorso di accettazione del premio Nobel, 2014)

Pensi a Paul Auster e ti viene subito in mente New York. È un riflesso condiviso, comune a tanti appassionati delle opere dello scrittore statunitense, non il solo della sua generazione ad avere raccontato la Grande Mela con appassionata continuità, forse l’unico ad averla rappresentata come un non-luogo, una città di vetro raccoglitrice di un’anonima umanità. Privata di caratterizzazione e di molti riferimenti toponomastici, potrebbe essere una  metropoli qualsiasi, che si sottopone alle medesime regole di convivenza e reciproca ignoranza.

Prendendo in considerazione la sua opera più conosciuta, la celebre Trilogia di New York, appare evidente come le tre (o più) storie non siano altro che un corollario della città, che continua ad esistere a prescindere di tutto. New York è la stella polare attorno alla quale i suoi abitanti si muovono, e ne interpretano il ruolo che è stato assegnato loro dal destino. Le relazioni sono orchestrate dai ruoli, più che dall’effettiva conoscenza. Ne Il racconto di Natale di Auggie Wren (dal quale è stato poi tratto il film Smoke con Harvey Keitel), Auggie e lo scrittore Paul Benjamin non si conoscono, ma quel rapporto tra tabaccaio e cliente che hanno li porta a condividere dei ricordi e delle riflessioni assai personali.

Basta guardare qualcuno in faccia un po’ di più, per avere la sensazione alla fine di guardarti in uno specchio. (Paul Auster, Mr Vertigo)

Se la centralità di New York non è mai in discussione, i romanzi di Auster presentano il tema ricorrente della ricerca dell’identità, intesa come un’entità indefinibile perché in continua mutazione. Nessuna certezza è incrollabile, se basta un piccolo cambiamento per dimenticare il passato e abbracciare un nuovo percorso, una nuova vita. I personaggi di Auster si muovono sovente all’interno di detective stories perché le loro stesse esistenze sono un mistero, nulla è quel che sembra, in alcun momento, e scoprire la verità diviene lo scopo di tutto, perché nient’altro è assurdo quanto la vita stessa.

Nulla è reale fuorché il caso (Paul Auster, Città di Vetro)

In Città di vetro il protagonista Daniel Quinn ha smesso di esistere dopo l’incidente che gli ha tolto moglie e figlio. Era un poeta, ma ora firma romanzi polizieschi sotto lo pseudonimo William Wilson (omaggio a Poe). Nasconde la sua identità dietro un falso nome, e dietro il fittizio personaggio dell’investigatore Max Work, ma in realtà egli È William Wilson, egli È Max Work. Non avrebbe motivi per essere nessun altro. Il caso, nei termini di uno scambio telefonico di persona, lo catapulta nei panni di un fantomatico detective privato chiamato Paul Auster (sì, proprio lui) alle prese con un pedinamento. Eccola, la nuova vita. Non esiste nessun investigatore con quel nome sull’elenco, e Quinn perde ogni remora.

È lui Paul Auster. Dimentica la sua abitazione, il suo lavoro di giallista ignoto, accetta l’incarico di seguire Peter Stillman (padre) per proteggere Peter Stillman (figlio). Il nome è ben più che un’etichetta, all’interno di questo romanzo. È l’identità. Cambiare nome significa cambiarla. Fino alla prossima casualità.

Ora Gray si faceva chiamare Green, ma Blue lo riconobbe perché da tre mesi portava con se una foto dell’uomo, e ne conosceva il volto a memoria. Si rivelò un caso di amnesia. Blue riportò Gray dalla moglie, e sebbene lui non la riconoscesse e ripetesse di chiamarsi Green, la trovò attraente e di lì a pochi giorni le chiese di sposarlo. Così la signora Gray divenne la signora Green, risposandosi con lo stesso uomo, e anche se Gray non ricordò mai il suo passato, questo non gli impedì di vivere bene nel presente. (Paul Auster, Fantasmi)

Fantasmi è un romanzo breve dove l’identità è ancor più effimera, in un lungo gioco di ruoli e colori tra i tre personaggi principali, ovvero Blue, Black e White. Chi è veramente l’investigatore, chi il committente, chi il pedinato? Il messaggio di Auster è chiaro: ogni individualità tenta di determinare il proprio ruolo in società, ma nessuno può sentirsi certo di se stesso, tantomeno di una propria unicità. Il problema insorge quando perdiamo i riferimenti: a Blue crea meno disagio mettersi il passato alle spalle, dimenticarlo, piuttosto che  scoprire che il ruolo che credeva di avere non è tale, in uno scacchiere più ampio. Ed è nella verità, che si sente perduto e disperato.

Ero nato per stare con Sophie, e sentivo che grazie a lei tutto cambiava in meglio. Strano che a farci incontrare fosse stato proprio Fanshawe. Se non fosse stato per la sua scomparsa, non sarebbe accaduto nulla. (Paul Auster, La stanza chiusa)

La chiusura della Trilogia è affidata a un romanzo solo in apparenza più classico. Mentre in Città di Vetro e Fantasmi il “non detto” è superfluo e importante allo stesso tempo, in La Stanza Chiusa il passato comune è fondamentale e occupa gran parte del racconto. Viene utilizzato dal protagonista per trovare la chiave per aprire quella porta, per capire i motivi della scomparsa dell’amico d’infanzia Fanshawe. Egli non si capacita del gesto, finché non entra nella sua vita. Sposa la moglie, adotta il figlio, riesce a far pubblicare tutta la sua opera. In un certo senso lui si è sostituito a Fanshawe, il compagno di giochi tanto amato, ammirato e in un certo senso invidiato da bambino, si è appropriato del ruolo e lo ha portato avanti. Non è casuale che non abbia nome, dopo una vita passata nell’anonimato, all’ombra dell’amico. Per molti lui è Fanshawe sotto celate spoglie, arrivando perfino a sospettare che egli sia l’autore dei suoi romanzi.

La Stanza chiusa è il completamento del discorso di Auster sull’identità. Se in Città di Vetro aveva dipinto il caso come artefice massimo, se in Fantasmi ne aveva paventato la complessiva relatività agli occhi dell’individuo, nell’ultimo romanzo della trilogia egli perfeziona e formalizza la possibilità dell’abbandono. Si può accettare (e pianificare) di non essere più qualcuno? La risposta è affermativa, e i motivi non sono poi così importanti, spesso ci adattiamo anche solo per conformismo, senza porci alcun problema.

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