lift radiohead

“Lift”, l’ultimo video dei Radiohead

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Si racconta che nel 1996 i Radiohead avessero tra le mani questa canzone, Lift, e che doveva essere il primo singolo di “Ok Computer”. Così almeno dice Nigel Godrich, che sta ai Radiohead come George Martin stava ai Beatles. Si racconta, ancora, a seconda delle versione, che i cinque di Oxford scartarono la canzone perché “troppo commerciale” (erano altri tempi, diciamo) o perché “c’era una pressione troppo forte sulla band per lavorare su quel brano”, e insomma scegliete quella che preferite ma alla fine non la inserirono nell’album, lasciandola per così dire lì nel portfolio, mentre “Ok Computer” uscì nel 1997 con una tracklist che – ad ogni modo –  molti di noialtri hanno inciso da qualche parte sulla pelle. Sì, sono tra quelli che rispondono con un’alzata di spalle se leggono che i Radiohead sono finiti o che Yorke non sa cantare.

Poi sono passati vent’anni, siamo arrivati in qualche modo al 2017 e i Radiohead hanno ripubblicato “Ok Computer” in una versione rimasterizzata con l’aggiunta di canzoni del periodo, tra cui proprio finalmente lei Lift, che intanto aveva preso una vita tutta sua, occasionale piatto forte per i fan durante i concerti, una storia simile a True Love Waits  – le prime volte dal vivo fu durante il tour americano in supporto ad Alanis Morissette, agosto 1996. Una decina di giorni fa viene diffuso il videoclip, diretto da Oscar Hudson.

È una storia sul tempo, l’ascensore è la metafora, didascalica. 1996-2017, un ammasso che il video di Lift vuole in qualche rappresentare a tutta velocità, con la rapidità tipica delle canzoni (4:07 di durata) e certi precisi riferimenti visivi. Rimandi a figure del passato artistico dei Radiohead, che poi è il nostro passato di giovani ascoltatori da Mtv eccetera, e alla vita di Thom Yorke, protagonista assoluto del video. Uno dopo l’altro mi son divertito (divertito e immalinconito, chiaro, chiarissimo) a ritrovarli, ricorrendo di tanto in tanto, lo ammetto, all’ausilio dei vari Reddit e compagnia bella.

Eccoci qua. Yorke se ne sta in un ascensore (Lift) piuttosto ampio, con due sacchi azzurri per la spesa e un impermeabile con cappuccio. Non è mai stato un bello, qui ha i capelli raccolti sulla testa ed è in definitiva l’antirockstar per eccellenza, ma emana, ecco, consapevolezza. Viaggia giù da questo ascensore e a ogni piano si intravedono o entrano varie persone. Il volto è stanco e provato, di un uomo che ha sofferto ma che sembra tutto sommato sereno.

This is the place
Remember me? I’m the face you always see

Le prime a entrare sono due donne, una ragazza adulta e un’adolescente. La ragazza è Dajana Roncione, nella vita reale è la fidanzata di Thom. L’adolescente si chiama Agnes Mair ed è la seconda figlia di Yorke, avuta dalla moglie Rachel Owen. Rachel era una fotografa e studiosa dell’arte italiana, la immaginavo come il personaggio di una canzone di Bob Dylan descritta da qualche parte in Blood on the Tracks. La sua relazione con Thom è durata 23 anni: nel 2015 la separazione, poi la morte causata da un cancro.

Nell’ascensore Dajana entra mentre le porte si stanno chiudendo. Le spinge a forza. E poi prima di uscire Agnes, da brava adolescente irrequieta, pigia a caso sulla tastiera con i piani. Il passaggio delle donne dura pochi secondi, il tempo di scendere di un livello. I tre si guardano a turno, lei guarda lui scambiando un cenno, ricambiato da lui che poi si sofferma sull’adolescente. Aleggia quel genere di lieve imbarazzo che riconosce chiunque abbia preso un ascensore, ma si percepisce sottotraccia chimica, familiarità, quello che vi pare. A me è parso uno scambio tutto occhi tra persone che si conoscevano in un’altra vita, e che si incontrano lì per caso, e chi volesse vederci un riferimento al verso che chiude Motion Picture Soundtrack è libero di farlo.

Ma il tempo di Lift riguarda soprattutto i Radiohead, non solo Thom Yorke. Prediamo il video animato di Paranoid Android (1997). Intorno al minuto 2:50 nell’ascensore compare “Rob”, uno dei protagonisti del caro vecchio video; lì era un parente di Beavis e Butthead, qui è in carne e ossa con cappellino blu e acquario in mano. Pochi secondi dopo ecco un gruppo di ballerine gitane, riferimento al video di Street Spirit (Fade Out) (1996), ambientato in un piazzale pieno di roulotte durante una notte di stelle e falene. Il piano numero tredici è completamente al contrario. Ci sono alberi che si riferiscono al video fantasy di There There (2003).

Poco dopo il primo minuto, quando l’ascensore si apre, si vede un carrello da supermercato, tipo questo:

Nella galleria che si affolla nell’ascensore o nei suoi pressi, il più inquietante è quel tizio che ho riconosciuto dopo più visioni. Come un sogno/incubo che riaffiora in qualche modo ma che non riesci a decifrare appieno. Al minuto 2:40 c’è questo vecchietto con bastone e camicia bianca che arranca verso l’ascensore, le porte si chiudono prima che possa entrare. Yorke si guarda bene dal bloccarle. Se tutto torna, l’ultima volta che l’aveva visto (e noi con lui) era il 1997, Thom era sul sedile posteriore di una macchina e l’altro dava fuoco alla vettura infiammando una traccia di benzina, in una strada lynchiana. Qualcuno su Reddit ha notato che il piano da cui sbuca l’anziano signore è l’unico con un ironico divieto di fumo. Gli uomini incravattati che invadono l’ascensore sembrano quelli che ai tempi di Just (1995) si sdraiano dopo aver udito un segreto indicibile.

Nell’inquadratura finale, giunti infine al primo piano, l’uomo in impermeabile esce dall’ascensore, ma davanti a lui se ne apre un altro, con un altro uomo in impermeabile.

La telecamera li scopre, rivelando volti diversi da quelli di Yorke, e l’inquadratura finale immortala il vero Yorke, rimasto ancora in quell’ascensore, per tutti questi anni.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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