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L’iguana era a pezzi: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Giulio Pedani L’iguana era a pezzi – tre vite lungo la Francigena, uscito per effequ: ringraziamo editore e autore.

di Giulio Pedani

Acquapendente – Bolsena

Oggi è domenica e restano quattro giorni di marcia. Non so immaginare come mi accoglierà Bush. Non so immaginare gli odori asettici dell’ospedale, né il suo popolo, ammalati e curatori, tutti custodi di un regno diverso. Non so immaginare il volto addormentato di Igor, né quanto sia dimagrito in un mese, né quanto sia cambiato dall’ultima volta che l’ho visto, più di due anni fa; se i suoi capelli biondo cenere siano lunghi, o rasati, o incorniciati da una calotta mod; non so immaginare se abbia o meno la forza di resistere, se sia in procinto di diventare un vegetale, se stia per svegliarsi, se sia tutto uno scherzo.

Non so immaginare Roma, se siano crollati certi palazzi a cui ero affezionato, se il verde si sia inselvatichito per via della trascuratezza, se una certa miracolosa luce, visibile soprattutto in autunno, meravigli ancora allo stesso modo bambini e moribondi, indigeni e levantini, indiani e danesi. Oggi è domenica e l’Iguana è con me. Avevo deciso di servirmi della musica solo in casi estremi; di dosarla come un elisir. La privazione ricrea uno stupore. L’astinenza genera un potenziamento sensoriale. Diciotto chilometri di statale sotto il martello del sole possono portare alla dissociazione. È quindi il momento giusto per un aiuto dai numi. Ascolto al tramonto l’Iguana dopo l’ennesima giornata di silenzio, sudore e fatica.

L’Iguana canta il suo disco nuovo di zecca, mentre a bordo strada sfilano carcasse di volpi e porcospini, uccelli schiacciati, decine di pacchetti di sigarette, imballaggi e buste di plastica, bottiglie, scatoloni, assi di legno, stoffe luride, pezzi di mobilio, copertoni, cerchioni, parti di motore. Un metro alla mia destra ruggisce il flusso della Provinciale. Lo spostamento d’aria di ogni mezzo pesante mi costringe a ripararmi sul bordo della banchina, sull’orlo della fossa che divide la strada dalle risaie. Le auto sfilano ai centodieci orari.

Tra una e l’altra non si arriva mai al minuto di quiete. Qualsiasi pausa dal traffico è solo una breve eccezione, prima di un nuovo concerto di scarichi e motori spremuti. Gli sguardi dei conducenti si assomigliano. Una forbice che va dal povero ragazzo alla curiosità per la bestia esotica alla totale incomprensione. Spesso distinguo soltanto occhi che si allargano sbalorditi, un attimo prima che l’auto mi sfrecci accanto e sparisca. Qualche camionista mi saluta; rispondo sempre troppo tardi. Il mio braccio alzato si perde nella scia del fumo di un diesel che tra pochi anni sarà forse fuorilegge. È domenica, brindo alla forza di arrivare alla fine, all’Iguana che è qui, a Igor che dorme.

The key to everything
I crawl for Sunday
When I don’t have to move
Caught up in dreams untangled one day
Where I don’t have to prove
The days roll on and finally Sunday
A Sunday afternoon
I’ve got it all
But what’s it for? But getting some more

***

Nei giorni dell’eclissi solare anulare del 2012, mentre nei viali di circonvallazione si diffondeva ovunque il profumo dei fiori di tiglio, schizzò per la città una voce surreale: Iggy Pop avrebbe suonato gratis in Piazza della Repubblica. Con gli Stooges. Al limite dell’impensabile. Non riuscimmo ad accettare del tutto la notizia neppure quando tra i portici fuori contesto e le facciate posticce risuonò veramente il riff di Raw Power, mentre l’enorme, grottesca iscrizione L’ANTICO CENTRO DELLA CITTÀ DA SECOLARE SQUALLORE A VITA NUOVA RESTITUITO si stagliava giusto oltre il palco, villaneggiata dalle contorsioni da invertebrato dell’Iguana e dagli scossoni della sua criniera indiana. Stava accadendo davvero.

Stava accadendo perché una potente catena di ristorazione aveva scelto di organizzare l’evento come rampa di lancio pubblicitaria in vista dell’imminente apertura. In migliaia erano confluiti in quella piazza squadrata e artefatta, e in breve si erano compressi, senza più possibilità di movimento per nessuno. Alla sesta birra spuntata dagli zaini, Igor puntò lo sguardo sui portici. Questa piazza è il fondamento di tutti i mali, disse, concentra il peggio della città senza restituire un briciolo di bellezza; questi palazzi color crema sono solo la quinta scenica per la passeggiata di un fiume di coglioni in cerca di scarpe e gelati, sono un fondale, un sipario, non ci abita nessuno: l’unica salvezza per questo centro storico sarebbe di essere ricostruito in un enorme teatro di posa a tre ore di volo da qui, dove poter deportare finalmente questa massa ripugnante.

Per Eyes Wide Shut Kubrick ha ricostruito mezza Londra; e non possiamo farlo noi qui? ‘Flight for Florence’: ed ecco che l’aereo li porta nella città-copia. Non se ne accorgerebbero nemmeno. Per loro non cambierebbe niente, a patto che ci siano doppioni di capolavori per farsi il selfie davanti, boutiques di borse in ventre di canguro, e cioccolaterie del cazzo. La città vera resterebbe deserta per un po’, in silenzio, come nascosta. Al principio disorientata. Sarebbe normale. Ma poco dopo muoverebbe un piede, poi un braccio. Il cuore riprenderebbe a lavorare. Il sangue tornerebbe a scorrere. Piano piano si ripopolerebbe dei suoi abitanti, delle sue attività, della sua autenticità. Questione di anni, disse; che saranno mai, quindici anni. Nessuno rispose. L’attacco di Search and Destroy causò una fluttuazione collettiva, diecimila corpi sospesi per mezzo di spalle e braccia saldate nella bolgia. L’Iguana trascinò di peso sul palco cinque, sette, dieci ragazze nude. C’era gente arrampicata sulla Colonna dell’Abbondanza. Gente issata sul tetto del chiosco dei giornali. Gente che si sporgeva da ogni terrazzino disponibile.

La ressa urlante ci spinse molti metri indietro, fin sotto il balcone dell’hotel di lusso dove tre grassoni dai tratti nordici sedevano comodi coi calici in mano. Guardavano giù parlottando e sorridendo. Bush espose loro il dito medio. Sorrideva anche lui. Sorrise per quasi due minuti, il braccio ancora alzato, mentre li mandava senza interruzione a fare in culo. Qualcuno intorno a noi si associò divertito. Bush pronunciava insulti a labbra serrate. I nordici, dopo un iniziale sbigottimento, risposero a tono, leggermente turbati da questo buffo rigurgito di odio di classe. Io e Igor portammo via Bush prima che finisse The Passenger, esausti per la calca, il sudore rancido, l’immobilità forzata, e ammettendo in qualche modo la nostra sconfitta di popolo minuto, destinato alla scomodità e al disagio, e la condizione effettivamente invidiabile dei grassoni al balcone.

Il vecchio pazzo sul palco, intanto, continuava a buttarsi sulla folla in delirio. Da ragazzo aveva avuto un incidente grave: una gamba era rimasta più corta dell’altra, portandolo negli anni alla zoppìa permanente, e destinando alla stortura il suo torso già tiratissimo e nervoso. Quando a Berlino il Duca Bianco lo aveva preso sotto l’ala per un’onesta disintossicazione tra amici, aiutandolo contestualmente a concepire almeno un paio di capolavori immortali, l’Iguana era a pezzi, senza più la band, senza un futuro, sfasciato dall’eroina.

Durante le esibizioni era solito incidersi il torace in profondità, cospargersi di burro di arachidi, fracassare bicchieri in testa alle persone. Si lanciava sul pubblico, che spesso si scostava lasciandolo accartocciare per terra. Lo ritrovavamo ora, vecchio e vivo, vagante per il mondo come una specie di capo Apache con rughe da bracciante e sguardo da stregone. Si faceva fotografare nelle città mentre ancora mostrava dito medio e linguaccia, come regalasse caramelle e dolcetti a bambini imploranti. Dispensava aneddoti e frasi sagge con l’umorismo degli scampati. Concedeva camei farseschi in film indipendenti a basso costo. Lo guardammo per un istante ancora dimenarsi, saltare, scomparire di nuovo dentro il corpaccione della folla.

Ce ne andammo a occupare un pub a caso per le ultime venti birre della serata, mentre la città salutava l’estate. Passando dietro le orecchie i lunghi capelli di seta nera, non così diversi da quelli di un vecchio campesino cileno, dissi che sotto al ributtante locale promotore del concerto gli archeologi avevano rinvenuto un insediamento del popolo Villanoviano, antenato degli Etruschi, e secondo me l’Iguana lo sapeva. Bush disse che preferiva ricordare l’Iguana nel ruolo di Salvatore ‘Sally’ Jenko, il predone transessuale di Dead Man: un personaggio grandioso, disse, secondo solo al cannibale Cole Wilson. Igor accese una Nazionale Esportazione. Annunciò che finalmente stava pensando in modo serio al coast to coast americano. Sarebbe partito con Chiara, la sua ragazza dai capelli rossi, e sarebbe certamente andato a cercare l’Iguana di persona, forse tra le sterpaglie intorno alle ville di Los Angeles, forse attendendolo all’alba fuori da un locale, forse lasciando una lettera e una ciocca di capelli a Muskegon, Michigan, davanti alla casa dove era nato.

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