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L’Ikea del romanzo

Il brano che segue è tratto da un saggio dal titolo Lo stile Ikea. Su Moccia e gli altri, in uscita su «Il Ponte».

Di Gianluigi Simonetti

È nella terra di confine tra racconto di consumo e Midcult che lavorano a pieno ritmo i laboratori in cui si clonano i best-seller. Bianco come il latte, rosso come il sangue di Alessandro D’Avenia sembra progettato a tavolino per occupare una posizione intermedia tra gli ultimi libri di Moccia e il romanzo di Giordano, restando sul medesimo terreno tematico (evidentemente cruciale): anche qui, una storia d’amore tra adolescenti borghesi in una grande città italiana [1]. Significativa in tal senso già la scelta della copertina, chiaramente ispirata al ritratto femminile della Solitudine dei numeri primi, però scremato di ambiguità sessuale, semplificato e come normalizzato. E infatti il compromesso è soprattutto tonale: tra la gelida atonia di Giordano e l’euforia massificata di Moccia, D’Avenia opta per un vitalismo giovanilistico che si imbatte nella tragedia – la leucemia che stronca la giovanissima Beatrice, di cui è innamorato il protagonista Leo. Eppure il dramma, dopo una pausa di riflessione, serve a confermare la speranza e a rinnovare l’amore, che si trasferisce su Silvia, promossa da amica ad amante nel finale del libro. C’è quindi la problematicità e l’impatto col negativo del libro di Giordano, ma anche il lieto fine e la gioia di vivere di Moccia, in un impianto pensato coerentemente per contenere molti luoghi comuni sui giovani e sulla società, ma stavolta in una versione umanistica, ricca di buoni sentimenti, strategicamente opposta alla stereotipia consumistica e pubblicitaria offerta dai romanzi mocciani. Da quel modello, implicitamente stigmatizzato, è tratta la situazione di partenza del libro: la quotidianità di un protagonista sedicenne, disinteressato alla cultura e ostile alla scuola, attratto invece dagli oggetti di consumo, dai valori guerrieri del branco, dalla velocità come condizione esistenziale. Stando così le cose l’itinerario del protagonista, sui solidi binari del Bildungsroman, sarà quello di un progressivo distacco dai falsi miti adolescenziali, fino al rovesciamento della posizione iniziale e alla conquista di una forma di maturità umanistica. La quale viene conseguita soprattutto attraverso l’azione di tre controspinte, ‘culturali’ in senso ampio:

a) L’amore, innanzitutto, opposto al consumo. A differenza che in Moccia, i sentimenti non sono fusi alle merci, ma le combattono, come l’autenticità combatte i desideri indotti (eppure in D’Avenia i sentimenti, come le merci, si esprimono attraverso un segno esteriore – un tatuaggio, una firma; hanno bisogno di esibirsi per dimostrare che esistono):

Ci sono firme e firme. Se ti compri la Fred Perry, i Dockers, le Nike…Quelle sono firme che ti porti sulle cose e prima o poi le cambi, le butti, le perdi…Certo, ti fanno sentire migliore, ma poi passano. E ci sono altre firme. Quelle che porti sul cuore. Quelle firme ti dicono chi sei veramente e per chi sei veramente. Sul cuore io ho la firma di Beatrice tatuata (BR, 113).

«Solo quando abbiamo tatuato sulla faccia qualcosa di cui ci vergogniamo cominciamo ad avere una faccia reale» (BR, 148).

b) La famiglia, molto diversa dall’asettico laboratorio descritto da Giordano, ma anche dalla palestra consumistica ritratta da Moccia. Leo sogna una famiglia unita come quella dell’Elefante – il signore conosciuto in ospedale dopo l’incidente di moto; ma è un desiderio di circostanza, perché la famiglia di Leo in effetti è già unita, solidale e affettuosa nei confronti del ragazzo, severa e inflessibile solo quando serve, quando cioè occorre esercitare una corretta disciplina: padre e figlio sanno che le punizioni fanno parte del gioco, per questo non si scontrano mai. Il risultato è appunto un ideale di famiglia insieme protettiva e avventurosa, burbera e comprensiva, conservatrice e libertaria – secondo quel modello di contraddizione senza ambivalenza che proprio con Moccia abbiamo imparato a riconoscere.

c) La scuola, polo decisivo in un libro che ideologicamente si cementa attorno alla difesa della pedagogia umanistica (D’Avenia, ricordiamolo, insegna in un liceo classico). I professori di Bianca come il latte – soprattutto quello di lettere (detto il Sognatore), ma anche quello di religione (detto Gandalf) – si distaccano nettamente tanto dagli omologhi di Moccia, tristi e vagamente sadici, quanto da quelli di Giordano, indifferenti e remoti. In D’Avenia sono innanzitutto straordinari campioni di umanità (in questo sovrapponibili al padre di Leo): sorridenti e sicuri di sé, hanno occhi che brillano di fervore, e fissano quelli dei ragazzi senza mai abbassarsi, in una competizione che ha in palio la conquista dell’autorevolezza e del rispetto reciproco:

Gli brillano gli occhi. Quando lo saluto, mi sbaglio e lo chiamo Sognatore. Ride e aggiunge che lo sa che lo chiamo così. Se ne va e io mi mordo le labbra perché al Sognatore va bene tutto, anche i soprannomi. Chi l’ha detto che per avere autorità bisogna essere antipatici? (BR, 92).

È l’esempio dei professori che permette a Leo di invertire i ruoli, e, alla fine, di accedere alla maturità:

«Si è fatto tardi» dice il Sognatore mentre faccio un salto evolutivo di almeno duemila anni./ Mi guarda dritto negli occhi./«Grazie della compagnia, Leo. E grazie soprattutto di quello che mi hai regalato stasera»./ Non capisco./ «Regalare il proprio dolore agli altri è il più bell’atto di fiducia che si possa fare. Grazie per la lezione di oggi, Leo. oggi il prof sei stato tu» (BR, 149).

E in effetti il miracolo alla fine si compie: la cultura doma la barbarie e la invita a identificarsi con lei («Mi fa rabbia ammetterlo…Io voglio essere come un supplente sfigato di storia e filo» – BR, 92). I valori tirati in ballo sono quelli del vecchio liceo classico, eppure la velocità, l’intensità e l’energia della metamorfosi sono quelle delle spettacolari trasformazioni ‘in diretta’ caratteristiche del sistema dei media, e in particolare del reality show: una sintesi bizzarra tra la Scuola d’Atene e il Grande fratello (“Sono nato il primo giorno di scuola, cresciuto e invecchiato in soli duecento giorni”: così recita la quarta di copertina della prima edizione del romanzo). Non una lunga e faticosa costruzione del sé attraverso la lenta assimilazione di valori umanistici, ma un apprendimento immediato, esibito, la cui forma smentisce il proprio stesso contenuto: del resto in Bianca come il latte, come negli ultimi romanzi di Moccia, abbondano le citazioni aforistiche, che della “culturalizzazione istantanea” (Labranca) rappresentano il suggello formale. La metamorfosi risulta non solo rapida e spettacolare, ma anche facile e indolore: che tutto sarebbe finito nel migliore dei modi potevamo indovinarlo già all’inizio, dal momento che fin dalla sua prima apparizione il professore di lettere esprime i valori che contano con la fermezza degli eroi, senza paura di scontrarsi con lo scetticismo di Leo («Prof, a me sembrano tutte chiacchiere»):

«Grazie alla libertà possiamo diventare qualcosa di diverso da quello che siamo. La libertà ci consente di sognare e i sogni sono il sangue della nostra vita, anche se spesso costano un lungo viaggio e qualche bastonata. “Non rinunciare mai ai tuoi sogni! Non avere paura di sognare, anche se gli altri ti ridono dietro” così mi disse mio nonno, “rinunceresti a essere te stesso”. Ancora mi ricordo gli occhi brillanti con cui sottolineò le sue parole» (…)/ Al prof brillano gli occhi mentre parla delle gesta di piccoli uomini diventati grandi grazie al loro sogno, alla loro libertà (BR, 20-21).

Ogni cosa collima: i valori attribuiti alla scuola – libertà e sogno – coincidono di fatto con quelli promossi dalla famiglia: l’attesta il padre di Leo, altra figura autorevole del romanzo, giustificando un’assenza da scuola del figlio:

«Sai, Leo, anche io ho marinato la scuola una volta. Avevano appena regalato la Spider decappottabile al fratello di un mio compagno di classe, e quella mattina si andava al mare a provarla. Mi ricordo ancora il mare che copriva i nostri discorsi urlati e quell’ago a motore che tagliava l’aria come un fuso. E poi il mare. E tutta quella libertà del mare che sembrava nostra. Gli altri chiusi dentro le quattro mura di scuola e noi lì, veloci e liberi. Mi ricordo ancora quell’orizzonte ampio e senza punti di riferimento, in cui solo il sole faceva da limite all’infinito. In quel momento capii che ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare» (BR, 180).

Ma libertà e sogno (e velocità), l’abbiamo visto, sono anche i pilastri ideologici dei romanzi di Moccia. Certo, sul piano dei contenuti espliciti D’Avenia, a differenza di Moccia, distingue tra sogni progressisti, durevoli, e sogni consumistici, effimeri – questi ultimi sono quelli di Niko, l’amico di Leo che resta al di qua del cambiamento («Meglio avere i sogni alla Niko, quelli sicuri, quelli che ti compri. Mi vado a comprare le scarpe nuove, le Dreams, almeno il sogno lo porto ai piedi e lo calpesto», BR, 60); eppure non sfugge quanto il progressismo di D’Avenia sia inconsapevolmente impregnato, nei valori supremi, dalle spore di quel consumismo onirico senza mediazioni e senza intoppi che dovrebbe essere il suo nemico giurato. La formula del Sognatore – «In questa classe magari ci sono il prossimo Dante o Michelangelo….magari potresti essere tu!” – non è poi così lontana dall’«impossible is nothing» che legittima i sogni dei personaggi di Moccia: in entrambi i casi è l’espressivismo individualistico, l’identità mutevole, insomma il principio di piacere del consumo a imporsi sul principio di realtà.
Che le analogie profonde sopravvivano dietro le opposizioni di superficie lo dimostra a maggior ragione un confronto stilistico. Nel suo libro D’Avenia opta per una focalizzazione interna, che lo spinge ad attribuire al narratore la ‘voce’ e il punto di vista sul mondo di un sedicenne. Rispetto alla focalizzazione zero dei romanzi di Moccia, solidale ai personaggi, si tratta di una scelta di distanziamento e di mediazione: Leo si assume la responsabilità della lingua – gergale – che lo contraddistingue socialmente e culturalmente; l’autore organizza il racconto tenendosi lontano dalla mischia, esprimendo semmai il proprio punto di vista attraverso le parole di personaggi adulti e autorevoli come i professori. D’Avenia avrebbe potuto mostrare la crescita di Leo attraverso una trasformazione non solo ideologica, ma anche linguistica: l’approdo alla maturità avrebbe potuto consistere nel conseguimento di un linguaggio diverso, omologo a un nuovo e più mediato punto di vista sul mondo. Di fatto nel romanzo il passaggio dalla barbarie alla civiltà è abbozzato in forma di abiura del gergo del branco; la maturità è fatta coincidere con l’uso corretto del congiuntivo:

Per stare nel gruppo si può rinunciare al congiuntivo, ma per parlare in italiano no. (…) Se voglio diventare scrittore devo imparare a usare il congiuntivo. Certo il congiuntivo non è necessario per vivere, ma grazie a lui si vive meglio: la vita si riempie di sfumature e possibilità (BR, 201).

Ma la lingua di Leo non cambia nel corso del libro – spia di una evoluzione che in effetti risulta superficiale, irrisolta, poco credibile. Non solo; fin dall’inizio il linguaggio del protagonista si mostra eterogeneo: ai numerosi ed ingombranti elementi gergali si mescolano interventi che lasciano intravedere la coscienza linguistica dell’autore: “«Ok Silvia, rispetto la tua privacy, ma sappi che puoi sempre contare su di me»” (BR, 98); “Tutta la sua figura è una promessa di felicità” (BR, 172). L’autore vorrebbe ma non sa differenziarsi dal personaggio; esattamente come vorrebbe ma non sa proporgli una vera alternativa culturale.
Succede così che un romanzo fortemente ‘a tesi’, difensore della Bildung e della tradizione umanistica, si riveli contaminato alla radice da quella cultura di massa che intende arginare; contaminato non soltanto nella coscienza dei personaggi, il cui orizzonte culturale resta, come in Moccia, integralmente pop (cinema, musica, fumetti), ma in quella stessa dell’autore – nonostante i nobili riferimenti metaletterari che addobbano la cornice del libro (la dialettica tra la passione per una Beatrice e l’amore per una Silvia, di per sé allusiva alla tradizione poetica italiana). Alla fine, le contraddizioni di D’Avenia sono le stesse di Moccia, ed analoghi sono perfino i limiti artigianali: lo scarso controllo delle metafore (“Sei pallido come la schiuma del tuo cappuccino” – BR, 72); il ricorso involontario ai cliché (la contrapposizione schematica tra calcio e studio); la platealità e a volte l’assurdo di molte situazioni narrative:

Dopo avermi lasciato straripare per almeno un quarto d’ora (dietro il fuoco della rabbia si nasconde almeno il doppio di acqua salata..), il Sognatore rompe il silenzio che segue a un pianto, come il silenzio della sabbia dopo un temporale violento./ «Ti racconto una storia.» (BR, 147)

Il sintomo che la narrativa di Moccia rappresenta è davvero tale, se ne ritroviamo le tracce in opere che proprio a Moccia vorrebbero reagire: segno che una parte della narrativa che si scrive oggi, indipendentemente dalle sue più o meno buone intenzioni – e al di là degli esercizi dichiaratamente sperimentali, o dei capolavori – tende a ricalcare, magari in modo inconscio, le forme rassicuranti dell’intrattenimento mediatico, derogando ai suoi tradizionali, specifici modi di conoscenza del mondo: “dire quello che solo un romanzo può dire”, secondo la formula di Hermann Broch ripresa da Kundera. Il vecchio mito romantico della profondità, della serietà e dell’anticonformismo dell’arte si rovescia così nel loop della comunicazione: mettere in scena ciò che già si sa, ciò che tutti sanno – o credono di sapere. Accelerando il ritmo degli eventi, enfatizzandoli, rendendoli glamour – ma anche assottigliandone gli spessori. Una letteratura dal design democratico, amica del potere, che ci arreda la vita col minimo costo e col minimo sforzo.

[1] A. D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Milano, Mondadori, 2010 (BR).

Commenti
22 Commenti a “L’Ikea del romanzo”
  1. Lettore scrive:

    L’ideologia non consente di arrivare mai alla realtà. Questo articolo lo dimostra. Categorie vecchie, stantie, sospetti sul mercato, confusione (inaccettabile da parte di un professore universitario) tra autore e narratore… Non se ne può più di mediocri che spiegano la letteratura a chi prova a scriverla. Cordialmente.

  2. Matteo Boero scrive:

    @Lettore anonimo@
    Se l’autore dei succitati corsivi (mi auguro non sia tu@) avesse un decimo della lucidità del recensore, tacerebbe per sempre. Non esistono le “prove” in letteratura, almeno non dopo essere state pubblicate. Esistono i buoni, i brutti e i pessimi libri. E in un mercato che pubblica 40.000 romanzi l’anno dovrebbe esistere, in mancanza di una critica forte (il che è tutto da dimostrare – e questo blog lo smentisce ampiamente) – quella cosa meravigliosa che si chiama AUTOCENSURA.
    Il vero guaio non è tanto che in giro circoli simile mobilia IKEA (io ne ho la casa piena), quanto che il suo designer arredi (mi verrebbe da dire fuor di metafora) un liceo classico.

  3. Stefano Costa scrive:

    Buongiorno, premetto che non avendo mai letto il libro in questione non posso e non voglio attribuire ad esso un valore.
    Solo non capisco, dopo aver letto l’articolo e il commento di “Lettore” perché si debba gridare all’ideologia. Tanti spunti più che coerenti vengono espressi nell’articolo, ad esempio su “i limiti artigianali” – come quello a proposito di metafore scarsamente controllate – mi paiono evidenti già dal titolo.
    Dov’è l’ideologia?

  4. carlo mazza galanti scrive:

    @lettore
    se c’è una cosa che trovo rimarchevole di questo pezzo è proprio come l’ideologia sia puntualmente verificata da riscontri testuali. Ma si direbbe che per te l’ideologia sia da eliminare a priori visto che “non consente mai di arrivare alla realtà”, constatazione parecchio ideologica direi. La quale, se accoppiata al rifiuto di qualsiasi “sospetto sul mercato” (neanche critica: “sospetto”), al tono offensivo del commento e alla scelta dell’anonimato compone un autoritratto piuttosto inquietante.
    La tua nota sulla mancanta distinzione tra autore e narratore poi lascia pensare che semplicemente tu non sia arrivato oltre la metà dell’articolo.
    Cordialmente.

  5. Lettore scrive:

    @Matteo: il mobilio di cui parli offensivamente è mio amico e collega (qualche anno fa). Ha una laurea e un dottorato in letteratura greca, oltre alla specializzazione per l’insegnamento. Dovresti ascoltarlo. Farebbe bene al tuo sospettoso cinismo.

    @Stefano: anche tu cadi nell’errore del recensore. Lo scarso controllo delle metafore è nella voce del narratore, non dell’autore. Un sedicenne usa quella metafora. Un sedicenne la cui voce nel romanzo è volutamente forzata con queste metafore. Più che un punto debole allora questo diventa un punto forte. Il titolo è tratto da una favola raccolta da Italo Calvino… Anche lui aveva evidenti problemi di controllo delle metafore… Per saperlo D’Avenia scrive su numerose testate giornalistiche. Vai a leggere e poi ne riparliamo.

    @carlo: letto tutto attentamente. E’ scoraggiante la tirata sul linguaggio del protagonista: è grottesco puntare il dito contro il fatto che il linguaggio di un protagonista, per di più “adolescente” come lui stesso sottolinea, sia “eterogeneo”: sarebbe stato inverosimile il contrario! Così come lo sarebbe stata una maturazione linguistica istantanea.
    Inoltre la sua argomentazione, che si vuole proporre come rigorosa e scientifica, pecca di un certa superficialità (uno per tutti: “la velocità come condizione esistenziale”, cioè? mi pare una “fantacategoria” un po’ vaga) e piega certi fatti puri e semplici a un’interpretazione partigiana (a tacer del fatto che trovo piuttosto attardato e fastidioso il ricorso a certe espressioni da critica marxista: “gli adolescenti borghesi”, “le merci”…).
    Per esempio, perché dire: “eppure in d’avenia i sentimenti, come le merci, si esprimono attraverso un segno esteriore…”: e questo cosa dimostrerebbe? Nulla, a quanto pare, infatti l’autore dell’articolo questa cosa la dice, ma mica si dà pena di spiegarne in alcun modo la rilevanza.
    Persino le caratteristiche che, per sua stessa ammissione, allontanerebbero il tuo romanzo tanto da moccia che da giordano, per esempio il modo in cui sono presentati i professori, sono poi piegati a dimostrare il presunto “moccismo”. “Libertà, sogno (e velocità)” non siano i “pilastri ideologici” solo di alcuni romanzi italiani degli ultimi anni, ma per esempio anche, tanto per citare la prima cosa che mi viene in mente, della rivoluzione francese…
    Mi pare insomma che l’autore dell’articolo abusi di formule da lui ritenute efficaci, come “l’espressivismo individualistico” per acchiappare nel suo retino interpretativo analogie talmente vaghe che si potrebbero rinvenire in molti e molti romanzi, senza che questo dimostri granché…
    Ri-cordialmente.

    Comunque sia chi non ha letto il romanzo, ma si limita alle citazioni, di cosa parla? Ideologia delle ideologie. Inquietante più di tutto il resto.

  6. Stefano Costa scrive:

    @Lettore
    Il mio commento è stato breve e come tale non poteva essere esauriente. So benissimo chi era Italo Calvino e conosco ciò che ha scritto, non mi serve che me lo facciano notare. Che un certo tipo di metafore facesse capo a “limiti artigianali” lo riferivo alla citazione e a una “struttura” che mi pareva essere, se non ho capito male l’articolo, solo dichiaratamente “rivoluzionaria” e discendente verso “Il vecchio mito romantico della profondità, della serietà e dell’anticonformismo dell’arte [che] si rovescia così nel loop della comunicazione”.
    Il mio commento, più che un commento, era una domanda: chiedevo dov’era l’ideologia del recensore.
    A tal proposito ti rispecifico e ti esplicito che non avendo letto il libro, non mi sono permesso – come non faccio mai, perché non sono uno che parla di ciò che non conosce – di dare un giudizio (positivo o negativo che possa essere) sul libro stesso (tanto meno sull’Autore). Non ho mai usato, né inizierò adesso a farlo, alcuna ideologia o ideologia dell’ideologia. Che tu ne possa dire.

  7. Stroncatore scrive:

    Ma chi l’ha detto che per parlare male di un libro bisogna averlo letto? Il romanzo di D’Avenia è orrendo, e a meno che non lo si legga per mestiere, come l’autore di questa ottima recensione, non ha certo senso perderci tempo. Basta leggere le citazioni su wikiquote (una stomachevole accozzaglia di banalità sentenziose) per capire che fa schifo.

  8. Stroncatore scrive:

    E poi siamo proprio sicuri che Lettore sia un amico e collega di D’Avenia? Mi sembra più probabile che una risposta tanto risentita e puntigliosa provenga dall’autore stesso, come d’altronde suggerito da lapsus “tuo” in luogo di “suo”: “Persino le caratteristiche che, per sua stessa ammissione, allontanerebbero il tuo romanzo tanto da moccia che da giordano”, probabile formazione di compromesso fra “suo” e “mio”. Ma, per Lettore, Freud è sicuramente un pensatore da rottamare, allo stesso titolo di Marx, e chi critica “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, è solo un distruttore di sogni, come già scritto (bell’esempio di difesa preventiva) nel romanzo: “Incenerire i sogni. Bruciare i sogni è il segreto per abbattere definitivamente i propri nemici, perché non trovino più la forza di rialzarsi e ricominciare. Non sognino le cose belle delle loro città, delle vite altrui, non sognino i racconti di altri, così pieni di libertà e di amore. Non sognino più nulla. Se non permetti alle persone di sognare, le rendi schiave”.

  9. Stroncatore scrive:

    E se “Bianca come il latte, rossa come il sangue” non va valutato sulla base delle sole citazioni, perché su Wikiquote il romanzo ha quasi altrettante occorrenze dell’opera omnia di Flaiano (il miglior autore in lingua italiana di aforismi)? Sono davvero i lettori ad averle inserite? Ma chi vogliamo prendere in giro? Se D’Avenia, i suoi amici o colleghi utilizzano il web per fare pubblicità occulta, che poi abbiano almeno il buon gusto di non lamentarsi dei blog dove si parla male del romanzo.

  10. Stroncatore scrive:

    Per concludere. Lettore non è altro che l’incarnazione dei mali celati dall’apologia ipocrita dei valori alti e dei buoni sentimenti: disonestà intellettuale e avidità di riconoscimento.

  11. Lettore scrive:

    Allibito.

  12. Alex D'Avenia scrive:

    Sono contento di aver saputo da M. (il “lettore” e collega freudizzato) della recensione sul mio libro ospitata da questo blog, di cui non conoscevo l’esistenza: mea culpa, avendo grande stima della casa editrice (mi accontento di leggerne i libri) e soprattutto di Nicola Lagioia, che ho avuto la fortuna di conoscere a Roma qualche tempo fa (un saluto a Nicola se mi leggerà).

    La recensione è interessante e mi ha dato spunti di riflessione. Essendo di parte, non argomenterò. Sono rimasto perplesso dai toni della discussione seguita, anche se a ben vedere è interessante scoprire che ci si “accanisca” così attorno a un libro (con indebito scantonare nella vita dell’autore). La letteratura è uno dei tanti modi di stare al mondo e ciascuno la fa come crede. Mi sembra che a volte siamo offuscati dall’onda lunga post-romantica e ci aspettiamo chissà quale redenzione e quale rivelazione dai libri (e dai critici che ce li devono spiegare a tutti i costi). Non ci stiamo prendendo troppo sul serio? Rimbaud dopo aver rivoluzionato la poesia, da genio qual era lo fu fino in fondo, abbandonò tutto rendendosi conto che la letteratura è solo una parte piccola della vita. Ci sono cose molto più grandi: la vita stessa per esempio…

    Tendiamo sempre a proiettare sulla vita tutta il pezzo che ne vediamo, cercando di convincere a tutti i costi gli altri della nostra verità tribale. La letteratura è semplicemente una strada per “vedere” con qualche grado in più di angolo visuale e abbracciare il reale con maggiore pienezza. Il libro forse questo riesce a farlo. Per mia fortuna sta avendo grande riscontro e sono moltissimi i lettori che ritrovano il gusto della lettura e mi chiedono consiglio per la lettura di altri libri.

    Ringrazio ancora l’autore della recensione, che, sul finale, ritengo non arrivi a scorgere alcuni punti, che molti lettori trovano e che irradiano dal centro del romanzo e lo sottraggono al semplice loop comunicativo (in cui è immerso il protagonista con il suo linguaggio, che ad una lettura più attenta rivela una chiara evoluzione. E qui concordo sulla confusione autore-voce narrante sollevata da Lettore). Non si fa parola del libro da mesi eppure il passaparola, dopo un anno dall’uscita, lo alimenta. Mi colpisce il fatto che in fondo si dia del cretino a tutti i lettori che apprezzano una cosa che a noi non piace. Questo elemento potrebbe essere ulteriore spunto di riflessione e discussione.

    Per amor di verità, ci tengo a dire che la casa editrice ha pubblicato solo e soltanto ciò che avevo scritto e non ha imposto nessuna strategia di marketing o pianificazione a tavolino. Le responsabilità sono solo mie e non ho niente di cui rimproverarmi: ho scritto, mi sono divertito ed emozionato e ho regalato qualcosa di questo a migliaia di persone, in epoca di grande crisi, soprattutto di lettori giovani (parola di professore). Tranquillizzerei anche Stroncatore: non ho una mafia di sobillatori che scrivono per me. Le varie imprecisioni esistenti su quella pagina di wiki sul conto del libro lo dimostra: a partire dal cognome sbagliato… Ma pazienza.

    La mia ricerca continua. Spero di riuscire a tornare sul sito e sulla discussione. Se non riesco, non me ne vogliate e non ve la prendete con Lettore, che a volte mi vuole bene più di quanto me ne voglia io. Questo è il bello degli amici.
    Con gratitudine.

  13. Stroncatore scrive:

    L’intervento garbato di Alessandro D’Avenia merita un commento educato. Il problema è che, indipendentemente dalla distinzione fra autore e Lettore, D’Avenia resta vittima di uno sdoppiamento. Altrove, scrive che i critici « essendo artisti mancati » si « scagliano » sulla letteratura « dimostrando che quello che non sanno fare (creare) lo sanno almeno imbottigliare. Categoria tanto più pericolosa, quanto più si fa accademica », e rivendica che dietro il suo « “pop” c’è molta più profondità di quanto i critici snob credano… Ma si sa, ognuno fa quel che sa fare: io sto in classe con 20 adolescenti ormonali e pop e devo far arrivare loro Omero, Dante e Shakespaere. Altri stanno dietro una scrivania, con i loro libri che sanno sempre di nuovo… o di vecchio ». Idee non molto dissimili da quelle espresse da Lettore, che ha lanciato la discussione con questa frase : « Non se ne può più di mediocri che spiegano la letteratura a chi prova a scriverla ». Se è forse vero che i migliori critici restano gli scrittori che si sono cimentati con la critica, è invece sicuro che l’utopia di una letteratura senza critica altro non è che la trasposizione culturale del totalitarismo, altro che facili polemiche sulle ideologie… Su questo blog D’Avenia risponde invece al critico accademico e snob con accademica cautela, argomentando in particolare sulla base della distinzione fra autore e narratore, distinzione che avrà pure imparato da un manuale universitario, o no? Per carità, è giusto e legittimo cambiare registro secondo il contesto e l’interlocutore (il cattedratico o il liceale), e sarebbe moralistico pretendere il contrario. Ma resta un modo per adattarsi prosaicamente (intelligentemente) alla realtà, una realtà di cui non tutti abbiamo la fortuna di essere « perdutamente innamorati ».

  14. Gianluigi Simonetti scrive:

    L’articolo che ho scritto parla da sé, non ho niente da aggiungere; per questo non intendevo intervenire nella discussione – nemmeno per replicare agli insulti di Lettore, e tantomeno ai suoi fragili rilievi ‘tecnici’. Intervengo invece per ringraziare D’Avenia per la civiltà del suo intervento, e in parte anche per dargli ragione: effettivamente siamo ancora “nell’onda lunga post-romantica”, e dai libri ci aspettiamo forse non redenzione, ma una rivelazione certamente sì: scoprire qualcosa che non sappiamo, qualcosa che altri strumenti di conoscenza non colgono, qualcosa che la vita stessa, da sola, non contiene e non dice. Ma a parte il fatto che sarebbe irrealistico pretendere una rivelazione da ogni opera, mi interessa precisare che il mio scopo non era stroncatorio. Volevo vedere intanto come è fatto il libro, che come tutti i libri può piacere o meno; e poi capire come mai tanti romanzi recenti – non dico pianificati, ma certo promossi e talvolta limati dall’industria culturale – sono fatti nello stesso modo, animati da analoghi principi formali e ideologici, al di là delle differenze apparenti. Ovviamente un’arte che non si prende sul serio e che si accontenta di “qualche grado in più” c’è sempre stata, anche in piena rivoluzione romantica; l’impressione è che oggi molti scrittori (non tutti) si stiano abituando a considerare ‘corretto’ un romanzo che intrattiene, fa sentire migliori e crea consenso – ma al prezzo di deporre, magari senza neanche accorgersene, quelle ambizioni conoscitive profonde e spiazzanti che per molto tempo hanno costituito il sale della letteratura, il senso del suo esistere, le ragioni del suo primato (ebbene sì) sulla vita stessa.

    Questo è quello che ho provato a fare, in un saggio che del resto non parla solo di D’Avenia, e che trovate sul «Ponte». Questo credo debba fare la critica, come dice giustamente Stroncatore. Non ho mai pensato invece di spiegare agli scrittori come si scrive la letteratura ‘vera’. Se lo sapessi non lo spiegherei, ma scriverei anch’io un romanzo – come tutti.

  15. Alex D'Avenia scrive:

    @Stroncatore: le tre posizioni che metti in relazione non sono contraddittorie. Nel post del blog mi scaglio contro le terribili antologie scolastiche che fanno a pezzi la letteratura e la testa dei ragazzi, che cominciano a odiare la letteratura prima ancora di averla letta.
    La seconda è relativa alla risposta data ad un critico ‘accademico e snob’ (lui sì), per un giudizio sul mio libro che evidenziava la non lettura del testo. Frasi decontestualizzate sono spesso opponibili.
    Si tratta invece di un’unica visione che ha gradi e sfumature, come nella realtà. A volte mi sembri un po’ troppo assertivo e sicuro nel giudicare gli altri, ma forse è solo il tuo modo di discutere. Per secoli c’è stata letteratura senza critica e non eravamo nel totalitarismo. La critica nasce per ragioni storiche e culturali ben precise e non è un’eterna, astorica e necessaria idea platonica, ma un portato storico e culturale, come tale passibile di mutamenti, trasformazioni, estinzioni, rinascite. Adesso è alle prese con una rinascita, che deve fare i conti -credo- un po’ di più con un pubblico di massa.

  16. Alex D'Avenia scrive:

    @Gianluigi: grazie per l’interessante dialogo. Se tu fossi a Milano, o di passaggio, sarebbe bello parlarne a voce.

    Intendiamoci, sono fermamente convinto che la letteratura debba rivelare qualcosa che altrimenti rimarrebbe nascosto nelle pieghe della vita e, in questo senso, non in senso assoluto (quella è una metafora mitica o una pia illusione romantica) può imporle un ordine. Il cogito viene dopo il sum, così anche le parole. Ma queste sono visioni del mondo…

    Non sono di quelli che si accontentano di romanzi ‘corretti’ e auto-assolutori. Non ho scritto il mio romanzo con questo scopo. Non avrei studiato letteratura antica per tutta la vita e non la insegnerei.

    Nel romanzo c’è una grande ambizione conoscitiva, ma operata, attraverso un cuore e una mente sedicenni. Non era un esperimento facile. La sostanza del romanzo, nella tua lettura, viene omessa. Sfugge che proprio il protagonista amplia la sua visuale di pagina in pagina. Prima vede pochissimo, poi sempre di più. L’ampliare la visione è la sostanza del romanzo e c’è un punto che arriva, narrativamente, al culmine del mistero, ma questo è assente nella tua interpretazione, pur essendo l’asse portante della storia.

    La critica si sofferma a volte solo sul come e si astiene da giudizi sull’effettivo confronto con la realtà e, starei per dire, con la verità. Credo sia il punto (non debole, perché penso sia una scelta) incompleto della tua recensione. È quindi necessario rifarsi al fatto molto elementare che la parola umana è non soltanto espressione di soggettività, ma anche, o meglio anzitutto, affermazione circa l’elemento oggettivo. Essa significa prima di tutto la constatazione: questo è questo; e solo secondariamente un’espressione del sentimento: io sento questo così.

    Questo tipo di verità in un romanzo è narrativa, non staccata dalla storia. La verità di un romanzo è la storia. Anche io sono convinto che il romanzo sia, come dice Kundera, l’unico modo di dire alcune cose. Ma in un romanzo le cose si dicono non solo con il “come” delle parole, ma con il “cosa” della storia. Proprio questo è l’aspetto su cui la recensione sorvola, approfondendo l’aspetto del come, ma non il “cosa” narrativo. Ci sono parole, non una storia, nella recensione. Romanzo è, da romanzo va trattato, non da insieme di parole artificiosamente messe accanto.

    La critica oggi forse deve mantenere il suo sguardo “strutturalista”, che a volte è però l’unico sguardo (lo dico da filologo classico) e riabbracciare anche la sostanza. Steiner, Todorov e qualcun altro qualcosa al riguardo hanno detto. Chissà perché molti li odiano.

    Grazie per la riflessione che hai provocato.

  17. Stroncatore scrive:

    Ti ringrazio per la tua risposta, e per la pazienza con cui cerchi il dialogo, abbassando giustamente i toni della discussione. Per quanto riguarda la sostanza del discorso, mi spiace dirti che resto in disaccordo con quello che dici. Certo, per secoli la letteratura ha fatto a meno della critica, e la società faceva a meno della democrazia. Nei paesi totalitari la critica è poi di nuovo scomparsa, a meno che non fosse di regime. Il legame fra critica e democrazia mi sembra storicamente forte, e proprio perché oggi la critica deve fare i conti con un pubblico di massa mi sembra che abbia il compito di diventare ancora più esigente sul piano estetico ma anche ideologico. Se diventa troppo consensuale, si fa specchio del degrado della democrazia. Frasi del genere “i critici sono solo scrittori falliti” mi sembrano dunque pericolose (senza troppo drammatizzare, ovviamente). E forse anche tu sei stato troppo assertivo nello scriverla (d’accordo, in un testo contro le antologie, ma parlando della critica in generale, e apparentemente sono idee che poi producono degli effetti, se c’è chi le utilizza per delegittimare una critica al tuo romanzo della quale, nonostante il tuo dissenso, hai invece apprezzato la serietà). Il blog di uno scrittore affermato è uno spazio per definizione pubblico e contribuisce a definire la sua identità di autore, quello che scrivi sul tuo è dunque suscettibile di essere criticato, anche quando scrivi che sei uno scrittore e insegnante “perdutamente innamorato della realtà” (frase che ora cito senza ironia), perché, che tu lo voglia o no, è una frase ideologica inserita in quel contesto, essere innamorato della realtà non è come essere innamorato della vicina di casa, se un altro scrittore affermato scrivesse nel suo blog che odia la realtà e gli esseri umani, credo che tu stesso ci vedresti l’espressione di una criticabile ideologia. Ripeto: la mia impressione è che il tuo blog, com’è giusto che sia, si rivolga ai tuoi estimatori, ma che lo faccia tramite un discorso poco coerente col tuo legittimo desiderio, e la tua capacità, di dialogare con gli eventuali critici del tuo romanzo. Se lo sdoppiamento fra autore e narratore appartiene al cuore stesso dell’arte narrativa, quello fra autore e autore mi sembra invece allontanarci da un’idea seria del (contro)potere della letteratura, a meno che non sia perseguito, sino in fondo, con sane finalità polemiche (Romain Gary) o per gusto della sperimentazione estetica (Pessoa). Tengo a precisare che non esprimo un giudizio sul D’Avenia privato, ma sul tuo status d’autore. Cordialmente.

  18. Gianluigi Simonetti scrive:

    @Alessandro, il dialogo è interessante, e ti ringrazio per la disponibilità con cui ti spendi, ma mi sembra che su alcune cose siamo destinati a pensarla in modo diverso. Rimbaud per esempio: per te smette di scrivere per tuffarsi nella vita, come in una cosa “più grande”. Io ho sempre pensato esattamente il contrario: una volta detto ciò che aveva da dire, che è poi l’unica cosa che conta, Rimbaud sceglie un esilio volontario per autodistruggersi e seppellirsi lontano – cosa che puntualmente accade, e in un tempo incredibilmente breve. Quasi tutte le sue lettere dall’Africa grondano stanchezza e orrore per il mondo – ed è normale che sia così: è un dato di fatto che agli scrittori veri la vita quasi sempre va stretta. “L’arte è una forma di vita per chi veramente non vive”: lo dice Montale, non propriamente un poeta maledetto.
    Allo stesso modo trovo poco condivisibili alcune delle tue posizioni teoriche. Che la verità del romanzo sia nella “storia”, cioè nella trama, è affermazione molto discutibile: decine di capolavori sostanzialmente privi di “storia” sono lì a dimostrarlo. Del resto, se è la “storia” che ti sta a cuore, a scapito delle parole, perché affidarti a un romanzo, che è un oggetto fatto appunto di parole, e che si occupa meno di azioni che di punti di vista e mondi interni (e che grazie a questi strumenti produce una sua conoscenza specifica – quella di cui parla Kundera)? Se ci si vuol limitare a illustrare una” storia”, molto meglio il videogioco, o la televisione, o il cinema (sarà per questo che tanti romanzi recenti, e il tuo non fa eccezione, sembrano dipendere da una cultura cinematografica?). In effetti il contenuto di verità di un’opera letteraria, la sua “realtà”, sta nell’insieme dei suoi livelli, nel loro spessore, nel modo in cui interagiscono e si moltiplicano; beh, mi sembra davvero difficile negare che in questa miscela giochino un ruolo decisivo proprio le forme. Insomma, lo sanno tutti, mica solo gli strutturalisti, che in letteratura il “come” conta quanto il “cosa”, se non di più; l’opposizione meccanica tra forma e sostanza non ha ragione di esistere, perché in letteratura la forma è sostanza.
    Stando così le cose, la tua affermazione sul primato della “storia” rischia di essere vera soltanto nel recinto della letteratura di consumo: ma questo non fa che confermare, a posteriori, l’esattezza della mia interpretazione del tuo libro. Credo vada a mio onore l’aver trattato il tuo romanzo come un’opera “dalla grande ambizione conoscitiva”, quale tu la definisci: l’ho presa sul serio, e l’ho letta su più livelli, verificando aspetti strutturali diversi, tra cui la lingua e la ‘voce’, in senso bachtiniano (tra parentesi, e una volta per tutte, senza confusione alcuna tra autore e narratore; la confusione è nel personaggio, non nell’articolo). Evidentemente, l’ipotesi di lettura integrale di un’opera è una pura utopia; la critica letteraria procede sempre per campionature – soprattutto nella misura brevissima di un articolo – ed è così che cerca faticosamente di raggiungere, senza peraltro riuscirci, una certa oggettività. Se ho concesso poco spazio alla trama (ma qualcosa c’è), non è perché soffermandomi temevo di contraddirmi, ma al contrario perché a quel livello, nel tuo libro, è tutto talmente evidente che non c’è bisogno di analisi: è vero che il protagonista amplia la sua visione nel corso del libro, ma portandola da un minimo di banalità – consumo di merci e di sentimenti inautentici – a un massimo di banalità – consumo di cultura e di sentimenti presunti autentici. Se ho mancato quei passaggi di particolare “irradiazione” di cui parli, e che altri hanno apprezzato, ti invito a segnalarli a me e ai lettori di questo blog. Dubito che la tua lettura servirà a confutare la mia, ma certo potrà ampliare utilmente la gamma delle interpretazioni possibili.

  19. Enrico Macioci scrive:

    Una parola su letteratura e vita, in riferimento a Rimbaud che mi sta a cuore.
    A certi livelli di visione, realmente profetici, il pendolo tra vita materiale e immaginazione, tra spirito e materia diventa insopportabile. Penso al suicidio di Trakl, a quello di Celan o della Cvetaeva, alla follia di Campana o ancora prima al rimbambimento precoce di Holderlin, o a quello di Nietzsche. Un eccesso di visione fulmina. Terra e cielo non si integrano più.
    Rimbaud è stato il primo e il più grande di questi veggenti; non direi né che abbia lasciato la scrittura per la vita, né che abbia lasciato la vita per la (non più) scrittura. Egli propone a mio avviso un problema che esula dal letterario (il ragazzo detestava la “letteratura”) e che sconfina nell’antropologico: il “Natale sulla Terra”, la “carità” come chiave, la “Verità in un’anima e in un corpo” sono tutte testimonianze di un dramma che va ben al di là d’intenzioni razionali o di manifesti estetici (benché egli sia stato, specie nelle ILLUMINAZIONI, esteta sommo): Io è un Altro, appunto. Ma un tale fuoco è raro, molto raro; tanti pur grandi scrittori non ne sperimentano che le lingue più estreme e più tiepide, in punta di polpastrello, per poi ritrarsene.
    Sul “come” e il “quanto”, due parole: mi sembra giunto il tempo in cui la questione della trama debba segnare il passo; per me non esiste storia – fosse pure di Beckett o Bernhard – senza trama; ma la trama in sé e per sé, preconfezionata, pre-fissa, è chiaramente una deminutio, un’afasia forzata e un meccanismo anti-creativo.
    La domanda invece è: questa storia aumenta lo spettro della mia coscienza, mi arricchisce, mi rende diverso (anche se non necessariamente migliore)? Se la lettura d’un romanzo si rivela meno d’un’esperienza esistenziale, allora equivale a un fallimento.
    Dico questo senza aver letto il romanzo di D’Avenia, e dunque in linea del tutto generale.

  20. Enrico Macioci scrive:

    errata corrige: Rimbaud è stato il più grande, ma non il primo di questi profeti eccetera eccetera.

  21. Alex D'Avenia scrive:

    Quanto a Rimbaud diciamo la stessa cosa da due punti di vista diversi. Lettere grondanti di malinconia non indicano che quella vita da mercante sia la vita rispetto alla poesia, ma che la vita non sia stata trovata neanche lì…
    Ma il discorso non mi interessa più di tanto. Non ho più portato avanti la discussione – e mi spiace – perché le posizioni “inconfutabili” mi portano ad una immediata perdita di interesse. Mi spiace inoltre si fraintendano le mie parole e mi si rimandi alla dicotomia forma-contenuto… Una laurea e un dottorato in filologia classica a qualcosa mi saranno servite. Sembra si ignori la critica fenomenologica e tutta la scuola di retorica della narrativa. In un romanzo la storia è già contenuto. Non si può prescinderne. Proprio la logica del dono che il protagonista scopre e mette in atto rende inefficace l’interpretazione sul discorso del consumo di valori alti. Anche Antigone finirebbe coll’essere consumista. Strumenti inadeguati rendono le interpretazioni inadeguate… e spesso inconfutabili. La chiamavano petizione di principio nelle aule di filosofia. Buon lavoro e grazie ancora per il dialogo.

  22. Gianluigi Simonetti scrive:

    Ma a che serve riprendere un thread dopo quattro mesi, senza addurre nuovi elementi chiari, e anzi precisando, contraddittoriamente, che il discorso non ti interessa più? Forse solo ad avere l’ultima parola. In tal caso te la lascio, tanto più che ci ripeti che hai una laurea e un dottorato, e sicuramente saranno serviti, come si evince dai tuoi dotti sia pur vaghi spunti teorici – ma una volta non ritenevi la critica “tanto più pericolosa quanto più si fa accademica”?

    P.s. Ovviamente non ho mai scritto di ritenere la mia interpretazione “inconfutabile” in assoluto; ho dubitato invece che la tua lettura, nel merito, la confutasse (invitandoti molto democraticamente a interpretazioni alternative). Se non cogli o non vuoi cogliere la differenza tra questi due concetti mi sa che è inutile che ci mettiamo a discutere di fenomenologia.

    P.p.s. Su Rimbaud la pensiamo in modo opposto. Sostanzialmente è da non-scrittori pensare che la vita sia o possa essere ‘altrove’. Gli scrittori veri lo sanno benissimo, o lo sentono, che «la vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita pienamente vissuta, è la letteratura». Ed è per questo che magari non credono in nulla, ma la letteratura la prendono maledettamente sul serio.

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