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L’immobilità del passato. Su “Etica dell’acquario” di Ilaria Gaspari

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Per i pesci, l’acquario è un luogo protetto, un territorio tutelato in cui essi possono nuotare – al riparo da invasioni o minacce esterne – senza temere per la propria incolumità. È un ambiente artificiale che simula solamente la vita vera, senza esporre a rischi i suoi abitanti, e nel quale, dunque, i pesci possono evitare di mettere in atto gli stratagemmi di cui la natura li ha dotati per difendersi dai pericoli. In tal modo essi non solo perdono l’attitudine alla salvaguardia di sé, ma si abituano a un’esistenza falsata, che non gli consentirà mai più, in futuro, di tornare a vivere nel loro ambiente naturale.

In Etica dell’acquario, il romanzo di Ilaria Gaspari (Voland, 15 euro), l’acquario è una vasca collocata nel parco di un collegio della Scuola Normale a Pisa. Nel libro viene posta sin da subito un’analogia tra la vita dei pesci e quella degli studenti del collegio. Come i pesci abitano in un ambiente apparentemente tutelato, così gli studenti – trapiantati nell’ambiente accademico del collegio e dell’università – vivono una vita in un certo senso protetta, in cui le loro stanzette sono soltanto l’imitazione di una casa vera, i pranzi consumati a mensa la copia sbiadita di pasti reali, e persino le relazioni umane, viziate dall’affettazione e dall’ipocrisia, sono una scialba riproduzione di un rapporto adulto e maturo.

Gaia, la protagonista del romanzo, dieci anni dopo la laurea fa ritorno a Pisa per incontrarsi con Marcello, il suo fidanzato dei tempi dell’università. Qui ritrova i suoi amici più cari e rivive le atmosfere e i luoghi della sua giovinezza: le piogge di novembre, i ponti sull’Arno, i negozi, i ristoranti.

Fin dai tempi della Scuola, Gaia, alla stregua dei pesci dell’acquario, non si sente pronta per affrontare la vita vera. Da studentessa ricerca nel successo accademico e nell’amore per Marcello la protezione che le consenta di vivere nella sua vasca in maniera protetta, confortata dai piccoli riti quotidiani che le consentono di rinviare il momento in cui dovrà affrontare decisioni più responsabili: i pasti consumati a mensa, il caffè bevuto ogni mattina con Cecilia, il lavoro in biblioteca. Al termine degli studi, tenta di rinviare indefinitamente il suo ingresso nell’esistenza adulta, provando in qualche maniera a interrompere il corso della storia. Rinuncia a spedire la domanda per il dottorato, lascia Marcello senza un motivo chiaro e si rifugia in Svizzera, dove accetta un lavoro qualunque e dove poco tempo dopo si sposa con un uomo che non ama.

Per percepire gli accadimenti della sua vita in una prospettiva che non le provochi una reazione angosciosa, Gaia ha bisogno di proiettarsi nel futuro, per osservare gli eventi in maniera retrospettiva. Non nel futuro semplice, del quale teme la caotica imprevedibilità, ma nel futuro anteriore, un futuro che allo stesso tempo è anche dotato dell’irreversibilità del passato, e che dunque non avverte come possibile minaccia: «Mi avvicinavo per la prima e forse ultima volta in vita mia alla perversione magnetica del futuro anteriore, dell’idea che arriveranno i giorni in cui tutto sarà già successo. L’intensità di questo dolore del futuro, di un futuro che fosse anche passato, la cercavo con determinazione, la centellinavo in ogni istante della giornata, mentre si avvicinava il momento di lasciare il collegio. Dall’acquario stavamo per essere liberati, autorizzati finalmente al mare aperto, e la prigione di quei cinque anni ci pareva l’unico posto che ci appartenesse, eppure sapevamo che non era vero».

Gaia è affascinata dall’immobilità del passato, perché quella fissità e quella levigatezza non possono più essere turbate dall’imponderabile mutevolezza del presente. Per questo motivo Gaia desidera costruire il momento attuale con la meticolosità dello scultore che consegna alla storia la propria opera d’arte. Ambisce a divenire, un giorno, come Ilaria del Carretto, la donna ritratta nel celebre monumento funebre custodito a Lucca nella cattedrale di San Martino. «Ilaria del Carretto», afferma Gaia, «era come sarei voluta diventare un giorno io: bella, levigata, e con un cagnolino». Ilaria, ritratta nella stasi e nella compostezza del riposo eterno, ha superato indenne lo sfacelo della morte, e ora gode la sua quieta immobilità che nessuno potrà mai più perturbare.

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Nel presente, la catastrofe abita dentro la realtà e la tiene in uno stato di continua sospensione. Lo stratagemma per mettersi al riparo è trovare una forma eterna nella quale sia possibile attenderla e superarla. Il romanzo è tutto disseminato di queste forme, alcune metaforiche, altre letterali. Tra quelle metaforiche c’è il libro di fotografie di Pompei che Gaia, quando era piccola, aveva trovato nella casa di campagna dei nonni. Da bambina sfogliava continuamente le pagine del libro, percependo la bellezza sofferta e trattenuta di quelle immagini: «Avvertivo confusamente la bellezza della catastrofe nei gesti interrotti all’improvviso, nelle abitudini spezzate che rimanevano, quando la lava già non era più lava, e si tramutavano in fossili di gesti e nella loro immobilità cresceva a dismisura la lieve insensatezza quotidiana di quello che si fa, si deve fare, si ripete per vivere ogni giorno, e il cane era ancora alla catena». La transizione dalla dimensione presente a quella passata appare sfumata, evanescente, come il passaggio dalla dimensione liquida della lava incandescente a quella definitiva della roccia in cui si solidifica. È difficile stabilire il momento esatto in cui avviene la trasformazione: è il momento che segna il passaggio tra il caos e la forma, tra il divenire e l’immutabilità, tra il presente e il passato.

In un altro momento Gaia si trova insieme al suo amico Matteo, e stanno bevendo caffè corretto in un appartamento disabitato del collegio. I due percepiscono che quello sarà per loro un momento importante, e, come atto celebrativo, decidono di scrivere col dito i loro nomi e la data del giorno su una delle finestre appannate dal vapore. Dopo poche ore la scritta sarebbe sparita, ma se qualcuno in futuro avesse appannato i vetri nuovamente sarebbe tornata alla luce. Avevano confezionato un frammento di passato per consegnarlo a un ipotetico futuro che forse non avrebbe mai avuto luogo. Quando Gaia, dieci anni dopo, torna a Pisa e rivede il collegio, non solo quella scritta non esiste più, ma non esistono più neanche i vetri sui quali era stata tracciata.

Ilaria Gaspari ha uno stile maturo e ambizioso, che sa passare con disinvoltura da un registro medio a uno elevato, senza mai rinunciare a un linguaggio elegante e letterario. L’autrice riesce a dilatare le proprie frasi oltre il limite cui siamo normalmente abituati, dimostrando una padronanza sapiente della sintassi, mai fine a sé stessa, ma messa al servizio di una visione del mondo articolata e originale.

Assai efficace l’evocazione delle atmosfere autunnali, degli scenari opprimenti della Scuola, degli scorci noiosi della provincia: tutti fattori che contribuiscono a suscitare quel clima di soffocamento esistenziale nel quale la protagonista sembra ineluttabilmente prigioniera. Oltre a creare un solido universo letterario, l’autrice riesce a descrivere l’ambiente del collegio non soltanto tramite la rievocazione delle piccole abitudini quotidiane – come il caffè cucinato su un fornelletto da campo, o l’amore tra Gaia e Marcello, consumato nel lettino di legno a una piazza per migliaia di volte, stando attenti a non fare rumore per non farsi sentire attraverso le pareti di cartongesso –; ma anche a partire dalle microscelte lessicali: le donne delle pulizie sono le «bimbe», come a Pisa vengono chiamate le ragazze, e le sigarette alla marijuana, che Gaia fuma da un po’ di tempo per rilassarsi, sono le «sigarette corrette». Un universo che abita il linguaggio dall’interno, rendendolo una materia viva, mai astratta, sempre volta alla rappresentazione di uno spazio dinamico, che costruisce le pareti solide all’interno delle quali si muovono i protagonisti del romanzo.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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