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L’impero del sogno

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È appena uscito in libreria per Mondadori L’impero del sogno, il nuovo romanzo fantastico di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dalla prima parte.

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… Per un attimo la terra smette di tremare. Poi addirittura si incurva, proprio accanto a me, tra me e gli Elfi della macchina, che reagiscono rimescolandosi, ruotando, innalzandosi come gli Uccelli dall’altra parte del tavolo. Ancora un tremito forte, poi uno schianto: il pavimento si spacca in due schizzando ghiaia e polvere mentre ne emerge una specie di cilindro metallico, scuro, blindato, come una torretta… Come la torretta di un sommergibile! Appena la polvere si posa, la sommità della torretta si apre a botola con uno stridio ed esce una capoccia imbrillantinata, con la riga a destra, e sotto un viso ben rasato con occhialetti da carrista (ma non dovrebbe essere buio, dentro a un sommergibile?) e colletto bianco che spunta alto sulla giacca marrone:
«Perdiana!» Si alza gli occhialetti sul capo.
«Tutto sotto controllo, Guglielmo?» una voce rimbomba attutita da dentro il battello.
«Immagino di sì, Celestino, immagino di sì. I miei omaggi, signori gentilissimi. Chiedo venia a nome dell’intera ciurma per l’arrivo improvviso e quantomai tardivo.» Poi, rivolto verso la botola: «Dov’è Zoroastro?».
«Nella ritirata. Come al solito.»
«Proprio il momento buono. Davvero: proprio il momento buono» borbotta Guglielmo uscendo dalla torretta, sbattendo via la polvere da un borsalino che si mette in testa al posto degli occhialetti da carrista e prendendo posizione in mezzo al tris di sedute alla mia sinistra. Esce poi un tipo stranito, barba bianca senza baffi e riporto sul capo, con una redingote blu scura tutta piena di macchie d’inchiostro:
«Bentrovati, signori tutti egregissimi, bentrovati» dice a voce troppo alta, e senza alzare lo sguardo dall’apparecchio che ha appeso al collo tramite una cinghia regolabile, una sorta di clavicembalo in miniatura, d’ottone con tasti in avorio, «chiedo venia, chiedo venia, so che non sta bene prendere la parola così, sopravvenendo, ma spero che si possa… alle corte: chiedo formalmente» alza il capo «la possibilità di potenografare gl’atti del simposio.»
«Potenografare?» chiede con un sorriso l’Uomo in camicia. 
potenografo
«Assolutamente. La potenografia giova per iscrivere sessanta volte più rapidamente della scrittura ordinaria; ed è dieci volte superiore a tutti i sistemi stenografici con penna, ciascun dito diventando, nel suo procedere, una penna.»
«Se puoi o non puoi, lo stabiliranno i garanti, gentile amico» canta l’Upupa posandosi di nuovo sullo schienale. Il drago rosso alza la protuberanza squamosa che gli fa da sopracciglio:
«Esatto, i garanti. Che ancora non ci sono. Almeno: non del tutto.»
«Diamo tempo a tutte le delegazioni di giungere in sala, e si condenseranno» interviene l’Uomo in camicia.
«Zoroastro…» dice piano Guglielmo.
«Zoroastro!» urla Celestino. «Mi pregerei, perdonate, di non far figurette. Io vado, dunque» e si piazza a sedere alla destra del capodelegazione. Il munaciello a sinistra mi guarda spalancando gli occhi come a dire Che strani questi. Finalmente esce il terzo delegato, caschetto in pelle da pioniere dell’aviazione, giubba con maniche a sbuffo e mutandoni bicolori quattrocenteschi. «Eccomi, eccomi al dunque» dice guardando la sala con occhi spiritati e pieni di tic. «Zoroastro da Peretola, per servirvi… Scusassero, scuserete…» e zoppicando vistosamente va a sedersi a sinistra, mentre il capodelegazione dei Sacerdoti del Tempio e il drago rosso si scambiano uno sguardo tutto insofferenza.

Mi accorgo che una sola postazione è ancora vuota oltre a quelle dei garanti: quella a sud (senza contare le due sedute della mia, si capisce). Come lo noto, la porta sud si spalanca. Entrano tre figure maestose. Subito i Sacerdoti si tolgono il cappello.
Un uomo più alto del normale, sui due metri e venti, ma proporzionato, con polsi, torace e gambe possenti, lunga barba nera appuntita e corde avvolte alle braccia: e le mani e le braccia medesime schizzate di sangue fresco. In testa, tratto che si potrebbe dire ridicolo, ma non su di lui, poiché il volto inespressivo, da affresco ancestrale, con gli occhi fissi e ben marcati a china, esprime solo una inalterabile crudeltà, un lungo cappello appuntito, bianco e rosso, assommitato da un campanellino. 
Un giovane dall’aria decisa se non proprio brutale, vestito di drappi ricamati e decorati di piume di rapace, con una striscia nera tracciata orizzontale sopra le gote e il naso, il corpo pure dipinto di nero e un mantello di leopardo sulle spalle. Al posto di un piede ha un cerchio di pietra nera, da cui esce un filo di fumo spesso e aromatico. 
Una donna, infine, e in mezzo: una donna dall’incedere solenne, con un bacile poggiato sul capo dall’acconciatura complessa, abito lungo fino ai piedi, la gonna che forma un vero e proprio triangolo a terra, scollo pure triangolare e collana di corallo. Sul bacile c’è impresso uno spicchio di luna, e i suoi occhi sono d’argento. 
A differenza di tutti gli altri delegati, nessuna traccia di loro, del loro riflesso, sui tre specchi a nordest, che rendono, invece, soltanto luce.
Representació_guarnida_de_la_deessa_Tànit«Saluto all’assemblea» dice la donna, la signora, la dea, con una voce che traversa e innerva e scuote le cose. Le Streghe salutano amichevoli; i prismi vorticano e si illuminano; i Sapienti borbottano; i Sacerdoti mormorano mantra o rosari. «Che pa-u-ra!» strepita rivolto a me il munaciello di sinistra, coprendosi gli occhi con la manica del saio.
Non appena i tre delegati si accomodano al loro posto, sui troni immediatamente opposti, quelli a nord s’innesca un intenso baluginare.
«Finalmente!» dicono, quasi in coro, diversi delegati. Vedo annuire tra loro i Sapienti.
Iniziano a coagularsi immagini più chiare, e consistenti: a sinistra qualcosa di candido, aureo e piumato; a destra qualcosa di oscuro e cornuto; in mezzo qualcosa di versicolore, fatto di schemi cangianti e coerenti come possono esserlo i sistemi di semi delle carte, i punti del domino o delle schede perforate, gli esagrammi dell’I Ching… L’Uomo in camicia fa una faccia come a dire Ve l’avevo detto mentre la sala sembra vibrare, come preparandosi a un sovraccarico di potere. Tuttavia, prima che le figure prendano definitiva consistenza vi è come un momento di vuoto, un risucchio. Le sedute coi braccioli sono improvvisamente vuote.
Poi si apre la porta a nord. Entrano tre ragazzine, tutte in azzurro.

La prima, sui dodici anni, ha un vestitino a quadretti bianchi e blu, capelli lunghi, castani, divisi in due trecce, guance rubizze e scarpette rosse; in mano reca un cestino. La seconda – ormai ho imparato a riconoscere i capodelegazione e in questo caso è certamente lei benché appaia più piccola di quattro o cinque anni rispetto alle altre due – è bionda, sul vestito celeste porta un grembiule bianco, calze bianche e scarpette nere. La terza, dai capelli più corti e un filo arruffati, come se fosse stata appena buttata giù da letto, è scalza; il vestito d’un azzurro chiarissimo, quasi trasparente, è in effetti una camicia da notte. Al loro ingresso per la sala serpeggia l’imbarazzo. Qualcuno si volge a me, come se dovessi dire o spiegare qualcosa. Il drago rosso sbatte le zampe sul tavolo, come per alzarsi e andarsene. Alla fine solo l’Uomo in camicia osa parlare:
«Ci aspettavamo che i garanti…» Sta per dire qualcosa su di me? Perché mi guarda? Perché adesso guardano tutti me?
«Non vi preoccupate, capodelegazione di Logge e Circoli» dice con puntiglio la ragazzina bionda prendendosi i lembi del grembiule e facendo una riverenza decisamente ironica, «siamo qui in delega – perdoni il bisticcio – a garantire. Chi sta sopra non può al momento preoccuparsi di simili questioni… E poi, perdonate, non sarete così ingenuo, proprio voi, da pensarci ancora come appartenenti a quel mondo?» dice e mi guarda, ma solo per un attimo. Poi si siede sul trono centrale, le sue compagne che la seguono collocandosi ai suoi lati. La sua ultima occhiata, dopo aver squadrato tutte le delegazioni, è per me, e per i due posti vuoti alla mia destra. Si scambia uno sguardo con le due compagne, annuisce, poi dice: 
«Potete sedervi in mezzo, se volete, Delegato d’argilla.» 
alice e dorothy
La guardo. Annuisce di nuovo. Eseguo come se quel che chiede fosse inevitabile. Ma sotto sotto, lo ammetto, provo una vaga soddisfazione, che sopravanza la paura di star commettendo una grossa, enorme ingenuità. Difficile dire quanti altri sguardi si incrocino quando mi sposto nella seduta centrale. Certo è che la dea col bacile in testa guarda il capodelegazione dei Sacerdoti e mostra i denti aguzzi in un sorriso: in un sorriso che dà i brividi e raggela fin nel midollo. 
«Possiamo cominciare» riprende la ragazzina bionda, e la sua voce così pedantina eppure perentoria fa accadere qualcosa. O meglio: libera l’accadere di qualcosa.

Vi è come una sospensione nel tempo. Poi una fiaccola, gialla d’oro, si accende in mezzo al tavolo, a un metro e mezzo d’altezza. L’aria intorno freme e scoppietta. Qualche delegato tira indietro la testa. La fiaccola si scuote, cresce, si apre in un cerchio, il cerchio si fa disco, il disco è cavo e si apre, si allarga, dal vuoto che ha dentro emerge un dito, un indice, a cui segue una figura. Una donna. Indiana, diresti dal sari; una dea indiana, diresti dalle braccia, che sono otto: quella del dito, ancora puntata in alto; la seconda rivolta in avanti, come a proteggersi o conferire una benedizione; la terza armata di tridente, poi una armata di spada, una di arco e freccia, una di folgore; una dea piuttosto bellicosa, in effetti: se non altro le ultime due mani tengono rispettivamente una conchiglia e un loto semischiuso, e però c’è una minaccia anche nella conchiglia; anche nel loto. Non smette di uscire, perché è seduta su un leone. Quando anche il leone è fuori, il disco attorno a lei scompare e si riforma, piccolo, attorno al suo indice. La guardo in faccia e vengo travolto da un senso di pienezza fin eccessivo, una tensione che… Uh… Mi esploderà l’anima, penso mentre tutto sembra intensificarsi, e prego di non svegliarmi, mentre la ragazzina bionda dice qualcosa che suona più o meno come Namo namo durge sukh karani; shashi lalit dukh maha vishala, netra lal bhrikutee vikarala, e tutti i delegati chinano il capo in segno di devozione o almeno di rispetto, e così anch’io, sebbene morire, esplodere, annullarmi una volta e per sempre contemplando quel volto mi appaia quasi come una buona idea. Faccio in tempo a vedere che la dea col bacile in testa fa una faccia altera e sbruffoncella, tirando una mezza occhiata al collega con la striscia nera sul viso, che alza le spalle e le sopracciglia e sorride come a dire E che ci vuoi fare, rivelando i denti insanguinati, ma quando la dea dalle otto braccia accenn1200px-Durga_Mahisasuramardinia a voltarsi proprio verso di lei, a incrociarne lo sguardo, subito abbassa il capo, pure più lesta degli altri, e lo stesso fa il giovane con la striscia nera (il dio a sinistra si era già nascosto nel cappello). La dea fa roteare le braccia fino a fissarle in una raggiera perfetta, e sulla fronte le si apre una fessura: un occhio ulteriore. Tutto è luce arancio e viola e bianca e mi reggo al tavolo e una parte della mente che in qualche modo sa dove mi trovo prega ancor più intensamente perché non mi svegli: ma non mi sveglio, sono anzi come ancorato a quel momento, a quello spaziotempo, alla densità inconcepibile che improvvisamente assume. È lì che il leone si contrae, ha uno spasmo, si gonfia, ha un altro spasmo, rigetta qualcosa che nascondeva nello stomaco. Un bolo mucillagginoso, grosso quanto un’anguria, che cade sul tavolo con un tonfo appena attutito.
«Grazie per averlo custodito, potente signora» dicono le tre ragazzine, parlando assieme come le gemelle all’ingresso, e piegano la testa in segno di rispetto.
Alla fine di quel gesto la dea è già scomparsa nel nulla, di netto, come da un frame all’altro, assieme al suo leone. 
Allora la ragazzina con le scarpette rosse pesca un gran tovagliolo a quadretti dal cestino: un tovagliolo da picnic; sale direttamente sul tavolo e si mette a pulir via la mucillaggine, rivelando un grosso uovo ialino, dall’aria solida, dentro al quale si intravvede…

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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