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L’impossibile chiedere. Un racconto su Alceo e Saffo

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Da bambino impara la crudeltà e la poesia. Entrambe lavorano il suo corpo, modellano i calli su mani e piedi. Atterra i compagni nella lotta e batte i piedi al ritmo del coro, ma il suo è già un canto solitario, presto comincia a recitare per il padre a cena con gli amici, mentre fuori piove. Gli uomini sono coronati d’edera, ridono e schiamazzano, afferrano le serve e i coppieri, ma annuiscono all’uccellino biondo che trilla Omero, ondeggiano il capo con l’esametro e si complimentano col padrone di casa, chiedono al bambino di alzare le braccia per esaminare se gli spuntano i peli. Un vecchio si copre la faccia col mantello e piange.

Nei pomeriggi d’estate resta sdraiato sotto il ciliegio del giardino, sulla panca del tavolo. Si risveglia nella calura e abbassa lo sguardo alla linea del petto che si alza piano, alle gocce di sudore. Un moscone ronza appena sopra le gambe, per poi sfrecciare via. Aspetta padre e madre di ritorno dalla città. Gli hanno promesso una spada di legno o dei guerrieri intagliati. Più in alto, due falchi si librano in cerchio, strillano remoti nel silenzio. I boschi frusciano piano. Col pollice segue le spirali nel cielo azzurro, apre la bocca e scandisce accenni di parole senza suono.

Quando il padre o i tutori lo battono, tiene lo sguardo basso, serra le labbra. Col primo s’impone di allontanarsi a passi alti, senza una parola o uno sguardo. Agli altri rivolge un’ultima occhiata dura. Se gli sfugge un grido o un lamento, se ne tormenta per giorni, risponde poco e male ai compagni, si getta negli esercizi, è due volte più formale con gli adulti, severo con i fratelli minori. Talvolta suo padre infuria davvero, lo fa battere ancora e peggio, più spesso lascia correre. Buona cosa è prendere da ciò che si ha, penoso avere bisogno del resto. D’inverno si siede sugli sgabelli intorno al fuoco con berretti di feltro, le mani strette alla ciotola di farro. La neve cade senza sosta. I cani appoggiano la testa alle ginocchia. La sala odora di grasso e panni stesi ad asciugare. I servi più vecchi commentano la stagione, elencano i giorni fausti. Un mendicante ripaga l’ospitalità con una storia di fantasmi. Lui chiude le mani a coppa e figura un calice di vento.

Cresce. Si esercita nella corsa in armatura, con spada, lancia e scudo. La forza preme. Le spalle si fanno rotonde, le vene spiccano, barba e capelli si faranno bianchi prima del tempo. C’è qualcosa che eguagli la saldezza? Già torna primavera, il tempo migliore. Uccide due briganti delle colline, partecipa alle scaramucce contro Atene. Frequenta i suoi pari per età e prestigio. Ride forte e ha silenzi improvvisi. Un amico del padre si incarica di gettargli il seme tra le cosce, gli elenca biascicando ubriaco i principi del decoro e del giusto senno, e lui stesso schizza il suo nelle serve di casa e le donne libere dell’isola. Ma la bellezza che piega le ginocchia per lui andrà sempre sorpresa negli uomini, nell’ovale del braccio teso del giovane che punta l’asta a sfottere l’amico all’altro lato della strada, nella schiena un po’ ingobbita e il petto curvo del ragazzino che si fascia le mani nello spogliatoio. Capisce che suo padre è vecchio quando smette di aspettarsi qualcosa da lui, fosse pure la paura. Lo tratta con rigida cortesia. L’altro si sottomette senza proteste, scivola tra i fantasmi, l’artrosi lo irrigidisce. Seduto con una coperta, sulle gambe, lancia occhiate acquose alle serve. Pure i fratelli maggiori gli obbediscono in tutto.

Si forma una compagnia sua, con la quale bere fino a cadere sotto il tavolo e giurare di non tradire mai. La città è la stessa, ma il popolo è cambiato. Melancro si circonda di infami, blandisce i peggiori. I grandi nomi non contano più. Il sorriso si stende sulla faccia dei cani. Qualche volta lui e gli amici irrompono alle cene dei nuovi ricchi e li battono. Sputano sui loro gioielli e sulle colonne colorate. Poi vanno a smaltire la sbornia nel fiume, tra grandi risate, nel buio. Al mattino un camino fuma e avvolge le foglie di un cipresso negli sbuffi bianchi.

Ha sempre udito il ritmo. Per altri la voce arriva fissando una cascata in autunno, nella pausa tra due onde o quando la sabbia scotta i piedi e fa rabbrividire. Il dio ti prende per mano e conduce all’aperto. Si raccolgono briciole, frammenti della conversazione fitta di innumerevoli anni. Per lui non è andata così, il battito è sempre stato lì, sua eredità e suo compito, come la tenuta di campagna e la lancia e il posto nella fila dei cavalieri. La vittoria non verrà a me se io non andrò a lei. C’è chi compone fingendosi straccione, sfoggia le toppe, elenca i malanni e i debiti, accusa i genitori spilorci. Altri rovesciano i vecchi valori, se ne fottono di aver gettato lo scudo, insultano le cagne che mentono sulla dote. Chi si fida di una donna si fida di un ladro. Lui scrolla le spalle, disprezza quei successi facili. Intona vino e riso, ma solo per i compagni. Canta le sale d’armi e i rimedi agli affanni. Mesci il cratere e intreccia ghirlande, le cose si fanno complicate ma incerta è la via solo per chi non conosce saggezza. Ho alzato gli occhi al cielo, all’immutabile corso. Fidatevi e dateci dentro. Troppo grande impresa ci aspetta, troppo grande.

La nebbia sale. Gli uccelli da preda sorvolano le montagne. Riprendono feste e ricevimenti. I figli minori anche dei migliori servono alla corte di Melancro come coppieri. Saggezza è non essere miele né ape, fuggire gli estremi, ma il domani tesse tutt’altra camicia. È invitato a un matrimonio. Già conosce le composizioni di lei, e le ammira. La sua scuola è rinomata, la famiglia antica. La incontra per la prima volta, dove è invitata per legami di stirpe e dirigere l’inno. Lei è inginocchiata ad allacciarsi un sandalo. Lui vede i capelli neri raccolti sulla nuca, respira il profumo di viola, ode il riso nella voce. “Sono inciampata.” Lei alza gli occhi grigi. Gli sorride. È più alta delle altre donne ma raccoglie la veste con grazia facile. Alcune invidiose la dicono sterile. Lui si complimenta per le nozze il prossimo autunno, elogia lo sposo, ricorda i parenti e gli amici in comune. Lei ricambia con allegria, come se quegli elenchi risaputi avessero non so che di scherzoso e caro. Spuma di mare, illuminata dal sole. Il cuore riposa nelle cose note, è facile capirlo a chiunque. Le menziona i suoi versi, loda le scelte e le strutture. Lei annuisce più seria, ma il sorriso resta. Commenta a sua volta il lavoro di lui. Occorre adornare bene, o è meglio non adornare del tutto, dice. Rivolge un’occhiata alla porta cerimoniale, adorna di nastri colorati, dove passerà lo sposo con la sposa in braccio, tra gli applausi e gli scherzi. Per qualche istante l’ombra aderisce al corpo, siamo felici e buoni come gli dei. Si scusa e raggiunge le ragazze da dirigere in coro. Avanti, sfioriamo il filo delicato dell’erba, tendiamo le mani alla mela più dolce. Ma quanto è alto lo sposo, i carpentieri hanno sbagliato, qui è tutto da rifare. È proprio andata come volevi, che bell’acquisto hai fatto. Chinati a sussurrarle che è bella, vedi la madre come piange felice. Già scende la sera e tutti torneranno a casa, gli armenti il pastore il mercante sul vasto mare, ma lei non tornerà più. Durante il banchetto siedono distanti, ma lui vede come si scosta una ciocca dietro l’orecchio, inclina la testa, le risate di gusto e certi sguardi che fuggono obliqui verso occidente.

Compongono insieme. Lavorano sulle belle cadenze, le pause. Si sottopongono i rispettivi lavori. Discutono di Melancro, che lui detesta e lei un poco difende. Ridono. Lei conosce i brividi di fuoco, le notti di sudore senza fine, la gelosia che rende meschini. Canta il tormento, eppure al fondo delle lunghe vigilie e dei crucci, c’è sempre il rifiato dell’anima. Sei venuta, ti aspettavo. I piedi bianchi battono sull’erba verde. Chiudi gli occhi, c’è l’ombra di questo albero, e ci sono anche io. I tuoi capelli neri sono una cascata, una rete dai riflessi d’argento. Sei bella come la pioggia. Apri la bocca. Via da qui via da qui, andiamo lontano da qui. Ama le sue ragazze, insegna loro le antiche maniere. Danza al ritmo che governa gli abbracci e le separazioni, eppure ne è fuori. Afrodite scende col suo cocchio trainato dai passeri, le ha sempre risposto. Hermes ha riportato a casa il fratello. Facciamo un patto, gli propone, quando sei triste, immergi le mani nell’acqua. Trova le mie e stringile. Sposami, le dice. Lei scherza. Se mi sei amico, cercati una compagna più giovane, non potrei mai sopportare di vivere con te, vecchia come sono. Sposami. Non posso. Lui annuisce severo, sa che non sono le nozze promesse e neppure le ragazze. Non gliene parlerà mai più. Cammina a grandi passi nell’erba alta. Beve con occhiate dure. Saggezza chiede sempre moderazione, un passo stabile è la garanzia più sicura. La penetrante chiarezza disperde ogni trama tenebrosa. Ma che dire dell’acqua alla gola, delle veglie a denti stretti? Non c’è cura non c’è rimedio. Cosa fa, lei? Colleziona donne e uomini, il marito gli amici le amate, ognuno al suo posto che danza al suono della sua musica? Tende le mani al calore senza scottarsi mai? Come si sta bene, a un capello della tua faccia, amico mio. Lui torce gli occhi e la faccia. Si circonda di ragazzi. Beve.

Sanno scherzarne con gli amici che ignorano tutto o molto, improvvisano duetti al ritmo delle vecchie ballate nelle merende in campagna, tra le risate della lunga tavola in giardino. Lui si inginocchia e allarga le braccia. Vorrei dirti una cosa, ma il pudore me lo vieta. Lei si mette le mani sui fianchi e sbuffa, mentre i bambini si tengono la pancia. Se tu avessi desiderio bello e onorevole, e la lingua non rimestasse qualcosa di brutto, parleresti liberamente. Ma quando restano soli lei gli tende le mani. Amico mio. Dalle nozze non si aspetta troppo, ma neppure le teme. Il promesso è un brav’uomo. Se solo lei lo disprezzasse. Lui lo inchioderebbe a terra. Se solo la portasse lontano dalla scuola, contro la sua volontà. La raggiungerebbe con le vele nere dei compagni, si farebbe largo inarrestabile. Non ci sarebbe muro non ci sarebbe sortilegio. Li incontra al porto, che passeggiano mano nella mano, in un pomeriggio di sole. L’ombra aderisce al corpo, ma lei lo cerca con lo sguardo. La felicità non la acceca come fa con i più. Se puoi, gli chiede, non odiare ciò che può rendermi felice. Lui si impone il silenzio, compone nelle notti e nei pomeriggi freddi, in cima alla vecchia torre sul molo, squadra i piccioni che gli volano intorno. Comandare è avanzare e osare. Lei gli invia composizioni e dediche. Mia roccia e mia fortezza. Di gran lunga l’araldo e il cantore migliore. Maestro di strofe e sentenze. Grandi cose cresceranno da tutto questo. Lui ringrazia e ricambia. Pensa a quando i due giaceranno insieme, dopo le nozze, illuminati solo dalla luce della luna. Lei forse si alzerà, con la nuova ferita che pulsa, a preparare una tisana da bere insieme, conversando piano. Lui pulisce il dolore, passa e ripassa la cote, ha prolungati silenzi, si ordina un rispetto austero. Fissa le onde della notte a pugni stretti. Siede sul lungofiume, culla la misura rigorosa dei versi, la fitta trama del ritmo. Gli dei e gli eroi gli abbracciano le spalle, la voce mormora all’orecchio, un ragazzo gli tiene una testa sulle ginocchia, ma lei no. Eppure tutto si può sopportare, e non esiste perfetta saggezza. Fatti coraggio. Martella i tempi, le pause e le belle cadenze. Bevi mentre il sole tramonta dietro le montagne, i cani abbaiano e in cielo si attarda la luce. Trattieni le lacrime, rigide come i denti serrati. Bevi. I vecchi siedono giù in piazza, e squadrano ogni passante. Gli innamorati si tengono per mano. Bevi. Fissa gli occhi felici e quelli tristi. I bambini corrono a mostrare una conchiglia. Il ritmo governa le cose, meglio battere il tallone e rovesciare la testa, tendere il braccio e oscillare il capo. La terra è terra e basta. Bevi e canta, mentre i compagni fanno eco alle strofe, i ragazzi hanno le guance in fiamme, qualcuno martella i braccioli, uno finisce a terra e non smette di ridere. Bevi e canta. Ringhia e piangi se devi, ma meglio ringhiare che piangere.

Si sono sposati. Bene, finalmente l’altro può cominciare a deluderla. Nel frattempo, ora viene il bello. Pittaco e Mirsilo raccolgono consensi. Ridono troppo e hanno i ventri gonfi, ma vengono da famiglie di pregio, promettono di difendere gli antichi valori, la fierezza virile, il prestigio accordato ai migliori. Melancro cade. Dove sono gli ori, le vesti preziose, dove sono gli orecchini e gli anelli? Gli amici di ieri sono tutti in fuga, adulatori e servi mangiano la polvere e sono presi a calci in culo. Lui marcia in testa ai compagni, hanno mantelli scuri e lance di frassino. Le guardie persiane costavano care, ma nessun tesoro ti acquista il coraggio. Ne fronteggia una. Vieni, che ti faccio un bel vestito di pietre. La infilza, la scavalca. Il palazzo è preso e Melancro è fuggito. Le case bruciano, gli elmi si accendono ai fuochi nella sera. Molti lo seguiranno in esilio. La famiglia di lei non è troppo compromessa, ma neppure si è distinta all’opposizione. Il fratello ha prosperato nei commerci, il marito di lei si è tenuto in disparte. Meglio che vadano, per qualche tempo. Lo viene a salutare. La luce della sera ne fa un’ombra sulla soglia. Lei scherza. Piangere in casa di un poeta è vietato, gli dice. Conserva tutto per me, il molo dove passeggiavamo, la casa in collina, i campi di ceci, la scuola, che non li trovi troppo cambiati. Non una pietra, non un filo d’erba, vorrebbe dirle, ma sa già che il palazzo in città ha la porta sfondata e le ragazze sono tornate a casa. Sono incinta. Se fosse un maschio, gli insegnerei il canto e la spada, dice lui. Sarà una bambina, un fiore dai ricci d’oro.

Chi ha detto che tutte le navi in partenza sono belle? Tre anni. Le scrive lettere e poesie. La chiama dolce sorriso divino, chioma di viola, benvoluta nella cittadella del cielo. Cerca di farla ridere con pettegolezzi e notizie. Le ricorda quando erano insieme al parapetto in pietra al molo, a fissare il mare e l’azzurro affilato dell’inverno e alle loro spalle sbattevano i mantelli. Non le dice che certi giorni tornare ad appoggiarsi laggiù, passeggiare al porto, sedere alla panchina sotto la quercia fessa, gli pare tutto un sopruso. Immerge le mani nell’acqua. Si sposa. La ragazza è taciturna e obbediente, di sangue puro, lui non chiede altro. Chioma di viola gli parla della bambina. Ai suoi tempi, raccontava mia madre, era già un ornamento grande se qualcuna raccoglieva le chiome con un nastro rosso, una cosa da poco. Ma per chi come questa piccina ha i capelli più biondi del fuoco è assai meglio una ghirlanda di fiori in boccio. Non la scambierei per tutta la Lidia. E quanto vorrei che crescesse vicino a te. Anche io da ragazza intrecciavo ghirlande. Ieri in giardino giocava con un gatto, poi un usignolo si è messo a cantare e lei si è fermata, zitta, immobile. E quanto vorrei che crescesse vicino a te.

Trionfa l’ipocrita armonia. Gli spregevoli avanzano a greggi, ridono idioti, governano cauti e astuti. Mirsilo e i suoi sbranano la patria. Altra gente senza passato, pure loro, potenti bugiardi. Possano i fantasmi dei traditi perseguitarli nel sonno, mordergli i talloni, infettargli i coglioni. La ricchezza trasforma tutti in mercanti. Non c’è tempo per un’altra lunga attesa, si tentano un paio di imboscate, ma anche Pittaco, maledetta volpe, è della partita, avverte Mirsilo, li vende tutti.

Se le spade potessero parlare. Se potessero raccontare quella notte a ripiegare verso le navi, le urla e il fuoco, i volti sudati al tuo fianco e poi inghiottiti dal buio. Sono luridi di sudore e fuliggine, sdraiati sul legno. Mentre la costa si allontana un compagno si tiene la testa tra le mani, e dondola rannicchiato. È finita è finita. Zitto, stai zitto. È finita. Un’alba fredda sul mare. C’è chi piange piano. Lui non dice niente, è appoggiato al parapetto, il viso nero di cenere, guarda l’azzurro scialbo, respira piano, e pensa che non ci saranno statue dell’ultima guerra. Tutti precipitiamo urlando. Gli uccelli ridono nel cielo grigio.

Viaggia in Sicilia, a Creta, in Egitto, dove il calore fiacca gli uomini e le donne marciscono di voglia. Le stelle luccicano maligne come occhi di cortigiani. La stagione è dura, le cicale strepitano. Prestano servizi come mercenari. Il fratello combatte a Babilonia e abbatte un gigante, se ne ritorna con una spada d’avorio cerchiata d’oro. Vorrebbe scriverlo a lei, ma non ha più notizie. Trascorre l’inverno in un letargo di ghiaccio, rintanato in una capanna vicino al mare, in Tracia. Fuori fiocca la maledetta neve. È una colonia di esuli, ognuno curvo sul proprio dolore. Siede alla taverna con pochi compagni, che commentano novità miserabili, furti, naufragi. Uno di loro ha un figlio, Bicchi, un ragazzo bianco e austero, che si beve le sue parole e i gesti con gli occhi. Ha anche un’amante tracia, che alla sera gli massaggia con l’olio il petto ingrigito, nella camera che puzza di segatura. Oh, ti prego, riportami alla terra carica di mele, dove le fanciulle danzano candide lungo la riva del fiume in primavera, che le incanta come un profumo, fammi chiudere gli occhi e sapere che lì, sulla collina, accanto a me, ci sei tu. Invece, il vino è uno specchio scuro che riflette volti scavati, gonfi d’odio vigliacco. Lui siede in riva al mare, con Bicchi silenzioso, mentre piove. Sono fradici, ma non si muovono. La nebbia vortica loro intorno, confonde cielo e terra. Talvolta, non sa neppure perché, resta così e ripete a voce alta vecchi detti dei morti, elenca nomi e posti dell’isola. Ripensa a sua madre in giardino, alle rare occasioni in cui rideva scacciando il gallo con la ramazza. Al figlio piccolo di suo fratello, con l’occhio strabico, mentre giocava tutto serio nel frutteto. Alle vedove basse e rugose, vestite di nero, che chiacchieravano sui gradini di pietra. Rivede lei, che imitava la sua voce e la cadenza, parodiava il ritmo guerriero delle canzoni. Non insistere sulle grandi cose, non farti strozzare dall’impossibile chiedere.

Ma ecco, oh, bisogna ubriacarsi ora, bere anche se non si vuole perché è morto Mirsilo. Oh oh. Il panzone è andato, il figlio di nessuno ha tirato le cuoia. Oh Dioniso ruscellami in gola, piovi senza criterio sulle teste. Cantiamo e ruttiamo e urliamo. Fuori impazza la bufera, Zeus precipita, ma qui dentro ammazziamo l’inverno con altri ceppi sul fuoco e vino senza risparmio. Ridiamo, ululiamo, che si torna tutti a casa. Vedrai come scappano, vedrai cosa gli combiniamo. Passeri alla vista dei falchi. Pecore, se fa capolino il lupo. E fatti baciare, Bicchi, hai le labbra rosse e i tuoi fianchi sono liquida grazia. Capisci, ragazzo, non devi consegnarlo agli strazi, il cuore, soffrendo non andiamo avanti di un passo. Te lo do io uno scacciadolori come si deve, vieni qui. Baciami. I tuoi ricci neri sono folti come il vello del montone, il tuo collo è uno stelo bianco, un’onda spumosa, versa, mescola per due, e un bicchiere rimpiazzi l’altro, e baciami.

Se solo sapesse. Il cielo del ritorno è azzurro, ma mai come si sognava. La strada che dal porto risale in città è una scia di mota schiumosa. Ha piovuto troppo e adesso l’aria odora d’erba e aranceti. Non ci sono fiori gettati dai balconi, pochi saluti, e nessun abbraccio. Semmai il fastidio che questo branco di vecchi grigi e straccioni ricominci a rompere i coglioni, l’ennesimo rovescio, altro sangue. Il serpente si morde la coda, se la addenta e non molla la presa.

Ci sono due risate. Una trattiene qualcosa della luce, pure in mezzo al buio e alle lacrime. L’altra cinguetta teso il suo contrario, si stende sulla paura come il belletto sulle vecchie guance. È questo che ode dalla casa di lei. Le pareti sono come le ricordava, verniciate di bianco, irregolari, granulose. Ma il giardino ha ciuffi alti di ortiche ed erbacce secche, cocci ammucchiati agli angoli della villetta. Una domestica giovane esce da un deposito senza neppure salutare. Vent’anni. Si ferma un attimo alla soglia, e poi la supera con un certo timore.

Altre due ragazze lo portano da lei, celano a malapena il fastidio. Siede su una vecchia poltrona di vimini in una stanza scura che odora di chiuso, vicino alla finestra. La polvere danza nella luce, un cono che le sfiora appena un piede. Lei ride. I capelli sono grigi e la treccia convenzionale è più trasandata che se li avesse arruffati o sporchi. Sulla fronte spicca un bozzo scuro, ha le borse sotto gli occhi e dei peletti agli angoli della bocca arricciata.

Ma certo che ti riconosco, il tuo passo mi ha sfiorato come il vento. Di gran lunga il migliore, ho fatto proprio bene a sposarti. Fai attenzione a dove metti i piedi, qui l’erba si mangia tutto, anche la mia faccia. Lo dico sempre alle ragazze, ma non vogliono darmi retta. Anche mia figlia risponde male, un po’ cattiva, mi viene a trovare così poco. Ma va bene così, è signora in casa sua, una dama di pregio. Ma io danzavo meglio, sai, e ho insegnato ad Attide e Girinno, e Dica, che però non ci arrivava mai davvero. Anche stamattina, le mostravo le movenze, e lei non riusciva a starmi dietro. Non si sa mai se rivedremo qualcuno, affrettiamoci ad amare, le persone se ne vanno così presto. Tu non c’eri quando me li hanno portati via. Ti faccio servire qualcosa, vino non me ne danno perché dicono che mi fa male alla testa. Sii buono, fammi da specchio. Grazie di restarmi vicino e di lasciarti odiare. Che sciocco a chiedermi se ti riconosco. Sei quello che ha ucciso mio marito. Ti ho detestato tanto sai, ma adesso è passato. Ti ricordi che brutte cose che gli avevi detto, al molo? Ma ti misi a posto io, eh. Però no, non c’entra, non era questo che volevo dire per niente. Che bell’uomo che sei, una statua. Siedi qui con me, e concedimi la grazia del tuo sguardo. Eddai, gioco un po’. Ride e stringe le spalle, dondola appena le gambe sotto la sottana scura, imita una bambina leziosa. Si gratta una crosta nera sul sopracciglio e poi osserva il dito appena arrossato. Mi fanno un po’ male le ginocchia, ma tu mi riconosci vero?

Lui dice poco o niente, risponde quando è necessario, si limita a sederle davanti su uno sgabello e guardarla parlare. La terra trema eppure non raggela. Piangere in casa di un poeta è vietato. Intima alle serve di lavarla e raderla, si presenta tutti i giorni anche se talvolta lei dorme o è stizzita perché affaticata. La nave nera ha l’acqua già all’albero, tutto il velame è lacero, i piedi sono impigliati nelle corde, e poi questo. Altri avrebbero insistito per strapparle qualche briciola della vecchia luce, un ricordo. Lui non urla né dispera, non si strappa i capelli. Il tempo è scaduto, e tutto è stato raccolto. Talvolta la pozza in strada trema e poi l’immagine torna fissa, ed è come sbirciare un altro mondo. Lei gli mette una mano sulla guancia, inclina la testa e sorride del gioco cui sono ridotti, due vecchi in una casa spoglia. Se la semina fosse stata diversa, adesso lei sarebbe ancora magnifica, una fiamma arricchita dagli anni, seduta a bordo del tavolo e scuoterebbe divertita il capo alle sentenze solenni di lui, che tenderebbe le braccia al soffitto, sopra la testa che perde i capelli bianchi, a condannare i versi sciatti dei nuovi poeti da niente e le miserie del governo. Avrebbe conosciuto il timbro della sua voce assonnata, alle prime parole del mattino. Marito e moglie, o forse no. Avrebbero avuto figli, o forse no, i canti sarebbero bastati. Invece restano solo le visite e le rare passeggiate sulla spiaggia, scandite dalla severità dei più lunghi amori. Al ritorno, lei colora i fiori secchi raccolti, e talvolta canticchia i versi più o meno noti. La luna è tramontata e con lei le Pleiadi sorelle, la notte è a mezzo, trascorrono le ore e io sola, qui, me ne giaccio. Se guardo il giglio, tu sei lì, candido, e se odoro gli anemoni abbraccio anche te. E quando infine si spegne, lui assiste al correre della facile leggenda, che la voleva bellissima o deforme, suicida per un’ultima rovinosa passione. Va bene così. Niente nasce dal niente. Siede su un masso scuro in riva al mare grigio. Da tempo ha rinunciato a comprendere la rissa dei venti. Lascia che gli agitino i capelli radi, respira a fondo, chiede aiuto a Bicchi per gli occhi deboli. Dimmi, che uccelli sono questi, giunti dall’Oceano agli estremi confini del mondo? Ah, sono anatre, guarda che collo sgargiante, guarda che ali. Sento che torna primavera fiorita, è il tempo migliore sai, per tutte le imprese. Ti ho già raccontato di quando razziammo Creta. Passami l’orcio che è meglio, è inutile risparmiare quando ne resta così poco. Sono un vecchio duro e cattivo, una volta parlavo poco e adesso parlo troppo, ricordatene e vedi di finire meglio. Tanti possono tradirti, ma è già molto non tradirsi da sé. Difendi la prima forma e la fedele figura. Muori prima di morire e mantieni sempre ciò che prometti. C’è una specie di luce, che danza sui capelli di quelle ragazze, non fingere di vederla perché non è così. Guarda, i bambini salvati dal ritmo. Dritto con quella schiena. Di questi tempi una volta si potavano già tutte le viti. Ma forse mi sbaglio anche qui, e comunque non esiste perfetta saggezza.

 

ὂν δʹἔψυχαϛ ἔμαν φρένα

Edoardo Rialti scrive per “L’Indiscreto” e “Il Foglio”. È traduttore per Mondadori delle opere di R. K. Morgan, G. R. R. Martin, J. Abercrombie. Ha curato opere di Shakespeare, Wilde, C. S. Lewis. È autore delle biografie letterarie di C. Hitchens e J. R. R. Tolkien.
Commenti
Un commento a “L’impossibile chiedere. Un racconto su Alceo e Saffo”
  1. Maria Teresa scrive:

    Meraviglioso,splenderrimo,straordinario.Ho perduto le parole,ho esaurito gli aggettivi adatti ad esprimere la bellezza senza tempo che emerge dai versi parafrasati il oggetto di analisi.Così struggente,eppure delicato,quasi come se contingente alla consapevolezza della propria infelicità fosse alleviata dal sollievo di trasporla in versi,dalla gioia di vi sperimentare un sentimento che,seppur negativo, consente di lambire l’idea di cosa significhi essere vivi.Così attuale nel suo non detto che pesa,in quel “vorrei ma non posso”, nel l’eterno ed irrisolvibile dilemma su se sua meglio”morire per amore,per la sua forza travolgente ed irrestibile,o se sia preferibile giacere nell’oblio,preoccupandosi di non esser mai arasti vivi.Una curiosità: il testo è interamente tratto dai versi o è frutto oltre che di una abbastanza ovvia rielaborazione personale, anche di elementi di fantasia dei quali non si ha notizia? Grazie

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