entreprecariat_lorusso

L’imprendicariato, ovvero il farsi progetto

Pubblichiamo un estratto da “Entreprecariat. Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro  (Krisis, 2018) di Silvio Lorusso, che ringraziamo.

di Silvio Lorusso*

Iniziamo con una breve confessione. Qualche anno fa, per ragioni che riguardano più gli appartamenti in cui ho abitato che i successi da me ottenuti, fui intervistato per uno dei più importanti quotidiani nazionali. Durante l’intervista, il cui scopo era quello di produrre un ritratto collettivo della gioventù cosmopolita, raccontai la mia vita da studente in alcune città d’Europa, espressi entusiasmo per la ricerca di dottorato che stavo svolgendo e non nascosi la difficoltà di trovare lavoro in Italia. Pochi giorni dopo mi ritrovai il giornale fra le mani. Scorsi le varie interviste, ognuna introdotta da un’icona che misurava il grado di soddisfazione dei soggetti intervistati, e trovai la mia: una faccina triste accompagnava il titolo «Che fine hanno fatto i nostri sogni?» Ma come?! Io che in qualche modo mi sentivo padrone del mio destino, mi ritrovavo qui ridotto per mezzo di outing a vittima del contesto, a mero dato statistico, a cliché generazionale. Ridotto a precario. Così, invece di fare ciò che è normale e alimentare il mio ego postando l’articolo su tutti i social media, non feci nulla.

Eppure, come mi resi conto successivamente, quel ritratto non era poi così distante dalla realtà. Dopotutto avevo effettivamente mandato decine di curriculum in giro e al momento mi mantenevo con una borsa di studio non troppo sostanziosa che di lì a poco si sarebbe estinta. Presto avrei dovuto ricominciare la trafila delle pubbliche relazioni, delle application, del portfolio, di LinkedIn – con qualche anno in più sulle spalle e con un po’ di energia in meno. Ce l’avrei fatta a promuovere ancora una volta il mio personal brand? Di certo, la luce gettata dall’articolo non mi sarebbe stata d’aiuto. Secondo il filosofo Byung-Chul Han, «oggi non ci consideriamo soggetti in stato di soggiogamento, ma piuttosto progetti: in costante reinvenzione e rimodellamento di noi stessi». L’articolo mi aveva posto, forse per la prima volta, di fronte all’eventualità di essere un individuo assoggettato piuttosto che un autonomo progetto in divenire, o quantomeno non solo quest’ultimo. Al di là dell’aderenza alla realtà, quale immagine di sé era più conveniente adottare? Quella precaria o quella imprenditoriale? Un’immagine che ammette l’incertezza e teme lo sfinimento oppure una che si limita a celebrare la libera iniziativa e la determinazione individuale? E se le due immagini apparentemente contrapposte fossero invece due facce della stessa perversa medaglia? Diamo a questa medaglia un nome: chiamiamola “imprendicariato” o, visto che si parla di brand, entreprecariat. Adesso è forse più facile fare coming out, ovvero venire a patti  pubblicamente con la propria appartenenza all’imprendicariato. Prima però è necessario esaminare a fondo la relazione tra risolutezza imprenditoriale ed esitazione precaria. È quello che proverò a fare con questo libro.

Entreprecariat è un neologismo che, mescolando entrepreneurship a precariat, ben rappresenta la realtà che mi circonda (e che mi rappresenta):  un gioco di parole che diventa un tweet che diventa un blog che diventa un libro. Valorizzare anche la più piccola delle idee: non fa anche questo parte dell’imperativo imprenditoriale che l’imprendicariato descrive e prescrive? Alcuni teorici propongono di riappropriarsi dell’imprenditorialità, evidenziando lo sforzo cooperativo su cui essa poggia piuttosto che l’individualismo epico a cui è generalmente associata. Questo libro, pur condividendo tale intento, resta suo malgrado un progetto individuale (per quanto individuale possa essere qualsivoglia espressione del pensiero). Ciò vuol dire che mi assumo piena responsabilità delle ambiguità e dei limiti in esso contenuti; ma vuol dire anche che i dettami dell’imprendicariato non riguardano chiunque allo stesso modo. Perciò, piuttosto che farne una categoria universale, rischiando così di «fare una vacanza nella miseria di qualcun altro», ho provato a rilevare i rapporti tra imprenditorialità e precarietà in contesti che mi sono in qualche modo vicini. Benché, come sostiene Ulrich Bröckling, nelle economie informali di alcune regioni dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia, dedicarsi all’attività imprenditoriale in senso lato è spesso l’unico modo di sopravvivere.

Questo libro parla di imprenditori. Ma non si tratta della solita agiografia di visionari come Steve Jobs o self-made man come Flavio Briatore. Questo libro non è nemmeno un manuale di auto-aiuto per «farcela». No, questo libro descrive la realtà che circonda i cosiddetti  «imprenditori di se stessi»: studenti, freelancer, disoccupati (e a volta addirittura impiegati) spinti o costretti a sviluppare una mentalità imprenditoriale per non soccombere alla precarietà crescente che coinvolge l’ambito professionale, quello economico nonché quello esistenziale. Benvenuti nell’imprendicariato, dove lo spirito imprenditoriale, più che una benedizione, rappresenta una condanna.

Il libro indaga gli effetti di una mutazione avvenuta a partire dal mondo dell’innovazione: l’imprenditorialità, una forma mentis proveniente da una pratica specifica, si è tramutata in un sistema di valori diffuso tanto radicato da risultare impercettibile. A occupare un piano di quello che Mark Fisher ha definito «realismo capitalista» in un libro omonimo, c’è il naturalismo imprenditoriale: l’intraprendenza come qualità innata dell’essere umano. Nel frattempo la precarietà si è imposta come norma, posandosi sull’esistente come fosse un agente atmosferico. Ne deriva un sentire comune fondato sulla paura o sul cieco entusiasmo: l’impossibilità di immaginare l’avvenire condiziona l’esperienza del presente, radicalizzandola. Il futuro è come Medusa e non c’è scampo per nessuno: per non essere pietrificati, siamo chiamati a metterci in gioco e investire costantemente su noi stessi. Siamo tutti risk-taker.

Imprenditore o precario? Sono questi i termini della dissonanza cognitiva sperimentata dai nuovi lavoratori (attivi nell’ambito del lavoro immateriale ma non solo) immersi in una sorta di ipnosi collettiva che fa del mondo una mastodontica startup. Al suo interno è il tempo stesso a implodere: la misurazione sempre più dettagliata di un’astratta idea di produttività scandisce i periodi frammentati del lavoro autonomo, offrendo una labile impressione di controllo. Mentre gli spazi informali del lavoro nomade (aeroporti, stazioni, bar, cucine e camerette) trasformano la città in un ufficio permanente, il posto di lavoro vero e proprio si converte in un parco giochi per sempiterni studenti universitari. La pressione dell’imprendicariato non si limita a richiedere l’incessante upgrade delle tradizionali capacità professionali, ma invade anche la sfera del carattere, facendo del buon umore, dell’ottimismo e della cordialità un vantaggio competitivo da esercitare tramite pratiche meditative e psicologia comportamentale sotto forma di app per il telefonino.

Nemmeno internet ci è d’aiuto. È quel che si scopre esplorando una serie di piattaforme digitali che incorporano dinamiche imprenditoriali mentre traggono vantaggio dalla precarietà dominante: da social network come LinkedIn, che fanno della competitività e del desiderio mimetico una feature, passando per i mercati online come Fiverr, che mediano il lavoro dei freelancer sparsi sul globo – Berlino o Bangalore, non fa differenza – fino a siti come GoFundMe, dedicati alla raccolta fondi per situazioni d’emergenza o condizioni di disagio, come uno stage non pagato o un tumore.

Tocca dunque rassegnarsi a questa vita in permanent beta? È possibile rifiutare il pensiero unico imprenditoriale accogliendo le istanze sollevate dal discorso precario? Servono a qualcosa l’arte e l’ironia? Pur sollevando qualche dubbio rispetto a questi strumenti, il libro suggerisce alcune direzioni possibili per realizzare questa impresa. Rifuggendo sia il vittimismo che l’euforia, prendendo a prestito il linguaggio del branding e sovvertendo i registri stereotipati dell’imprenditorialità diffusa (l’industria motivazionale, la rappresentazione in vitro dell’ufficio ideale, il gergo manageriale) Entreprecariat è lo specchio di una società in cui sono tutti imprenditori e nessuno è al sicuro.

* Silvio Lorusso (1985) lavora nel mondo del design, dell’arte e dell’editoria. È ricercatore affiliato presso l’Institute of Network Cultures di Amsterdam, scrive sul suo blog Entreprecariat e altrove.

Aggiungi un commento