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“Lincoln nel bardo”: sull’ultimo libro di George Saunders

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C’è un film del 2003 che si apre con un gemito, a cui segue un’allucinazione. Si chiama Padre e figlio (Отец и сын), il regista è Aleksandr Sokurov e la prima scena, appena dopo il buio, è costituita da inquadrature deformate di quello che, per la vicinanza e l’unità dei corpi nudi, sembra un rapporto sessuale tra due uomini. Per alcuni secondi, questa impressione è una certezza: la camera indugia sulle espressioni contratte del ragazzo, sulla presa dell’uomo più grande che sembra dominarlo. Poi, alla comparsa del dettaglio giusto, risulta chiaro che la scena, e il film intero, raccontano tutt’altro: un padre stringe suo figlio, combatte la convulsione che segue un terribile incubo, poi lo rassicura dolcemente.

È tra i film“panchinari” di un regista gigante, ma opera comunque una piccola rivoluzione: sfida lo spettatore ad accettare (e in questo caso a non fraintendere) la tenerezza fisica fra due uomini, a non distogliere lo sguardo, a ritenerla plausibile. Ad allenare, se esiste, il vero contrario del “Questo è troppo”.

Non è un caso che George Saunders abbia costellato di fantasmi e anime di purgatorio (anch’esse deformate) il suo primo romanzo dopo tante raccolte di racconti,che gira intorno all’addio fisico tra un padre e un figlio: la tenerezza fra maschi richiede sempre una sospensione d’incredulità, allora perché non esagerare? Prima di Lincoln nel Bardo, uscito in Italia per Feltrinelli e tradotto con intelligenza da Cristiana Mennella, l’autore di Pastoralia e Nel paese della persuasione ci aveva già preparato a immaginare l’aldilà come una landa mentale in cui la coscienza cambia casa e orientamento, ma non si interrompe. Anzi scatena il rimpianto, la nostalgia, una furia che, se smussata sul mondo materiale, rompe gli argini oltre il confine, dove la vera morte consiste nella certezza di aver perso delle occasioni. A ben vedere, è il problema di tutti i personaggi di Saunders: rimpiangere o reclamare ciò che pensavano gli spettasse, ma che non è arrivato in tempo.

Il Lincoln saundersiano, qui, non è tanto Abraham – il Presidente-mito degli Stati Uniti meno uniti di sempre, il repubblicano dinoccolato che siede imperituro nel più celebre monumento di Washington, il Lincoln Memorial, appunto – quanto Willie, uno dei suoi quattro figli, morto di tifo il 20 febbraio del 1862, all’età di undici anni. La sua malattia e il suo decesso sono il motore di una narrazione stupefacente, una specie di collage orale (nel senso che sembra uno srapbook di battute teatrali, ma spezzettate da tanti monologhi più che, come si penserebbe, da un botta e risposta) costruito da testimonianze. Alcune – molte di quelle che riguardano il Presidente, e la vita reale fuori dal Bardo – sono tratte da fonti storiche, incasellate tra loro in modo da risultare un unico testo, una narrazione omogenea.

Il prodotto finale, stilisticamente, è un viaggio straniante oltre i propri limiti di lettore, e anche oltre pregiudizi: la pagina aperta a caso su questa sequela di micro-citazioni, anche dieci per pagina, di memorial ottocenteschi (veri e falsi), fa temere il peggio, cioè la noia mortale. Eppure, forse per senso di meraviglia (capita sempre più di rado, eh?), il romanzo si divora come il più canonico dei codici Da Vinci. Un miracolo.

Soprattutto se si considera che gran parte di questa narrazione corale (per un dolore privato) è affidata a tre anime stralunate e non particolarmente empatiche, incapaci di accettare la propria morte. Nel Bardo – un non-luogo buddhista-tibetano in cui i defunti soggiornano prima di ultimare, se ci riescono, il passaggio da una vita all’altra – Willie diventa il protetto di un reverendo, di un giovane omosessuale irrisolto e suicida e di un cinquantenne morto prima di poter consumare il matrimonio con una nuova, avvenente moglie.

Le loro forme, da anime di purgatorio, rispecchiano i rispettivi rimpianti: il secondo è una specie di mostro disperato, costellato da cento sguardi diversi, e il terzo è nudo, affetto da priapismo. Discorso a parte per il reverendo, il cui privato è una chiave importante per la riuscita del romanzo in termini di pathos e curiosità.

C’entra la negazione. Nel Bardo, i morti si ritengono malati, in attesa di tornare indietro. Riescono a vedere i propri cadaveri, ma non li riconoscono come tali. I più nostalgici, come i bambini, ricchi di ricordi felici, o gli innamorati, insomma quelli troppo legati a ciò che hanno lasciato o non hanno ancora compiuto rischiano di non ultimare il processo, di non andare oltre. Willie è un candidato perfetto: il dolore straziante di suo padre, che indugia più volte sulla bara, non fa che alimentare la speranza di un rimedio. Sarebbe da lui, pensa Willie, da uomo più potente del mondo (papà o Presidente, cosa cambia?), cavalcare oltre la morte e riprendersi il suo bambino, mettendo fine all’attesa e soprattutto alla nostalgia.

Ma Lincoln, Lincoln Abraham, Lincoln padre, non è affatto potente, anzi: pur dall’altro lato, sta vivendo in un Bardo tutto suo. La guerra va male e le ragioni vacillano. L’America sembra non esistere, e i morti dei giovani soldati, soprattutto nordisti, sono troppi. E ovviamente ha perso Willie, che dalle fonti che Saunders monta ad arte sembrerebbe il figlio prediletto.

Il picco del romanzo risiede da queste parti, nel ritratto dell’uomo “più triste del mondo”, brutto ma carismatico, che a cavallo di un ronzino troppo piccolo per la sua stazza raggiunge il cimitero quando è buio per riabbracciare il corpo di un bambino. È sua la vera anima incapace di andare oltre, suo il fantasma senza rimpianti ma colmo di disperazione, suo lo spirito perduto da spingere verso l’accettazione. Saunders riesce nell’impresa impossibile di infragilire (fino all’esasperazione) un mito, senza mai scadere nel patetico, senza mai essere retorico. Oltretutto, senza mai dargli voce.

Al netto delle più svariate associazioni – ovvie: l’Antologia di Spoon River; impossibili: Quattro fantasmi per un sogno, commedia molto sottovalutata con Robert Downey Jr.–, va ammesso che Saunders ha scritto qualcosa di nuovo (per la letteratura) e bellissimo (per il lettore), un capolavoro di insolita, a tratti inaffrontabile umanità. Non c’è niente di contemporaneo, di occidentale, in questa assurda wunderkammer di tenerezze (non solo tra i protagonisti) che sfiora Dante e umilia sia il sentimentalismo che il suo supponente contrario. C’è più Apichatpong Weerasethakul (il regista di Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti) che Jonathan Franzen, più infanzia che adolescenza, più purity che Purity.

Michiko Kakutani, appena uscito, l’ha descritto così: «Is like a weird folk art diorama of a cemetery come to life». Ecco. Cimitero redivivo a parte, immaginatelo, questo diorama – questo libro che si apre creando panorami e paesaggi tridimensionali, uno statico presepe del delirio retto da una carta spessa – squarciato prima e popolato poi dalle fiammelle danzanti di personaggi inesistenti, in tutti i sensi. Immaginate un Presidente iconico che cavalca, sulle porte di un camposanto, un cavalluccio miserabile. Immaginate un padre che apre la bara di suo figlio, e che il dolore dell’uno trattenga l’altro in un limbo, e viceversa. Immaginate un carapace composto da anime urlanti, e la persona che siamo destinati a diventare costantemente minacciata dalla nostra infelicità, dal sospetto frequente che la vita non sia abbastanza meritevole del nostro patimento. Immaginate di vedere il futuro potenziale passarvi davanti – «giovane uomo agitato in soprabito da sposo; marito nudo, inguine appena bagnato di piacere; giovane padre che al pianto del figlio balza giù dal letto ad accendere una candela» – e perderlo, per un soffio. Ora immaginate che, per qualche ragione, la porta per questo libro delle anime sia il dolore di Lincoln. Fatto?

Ecco, George Saunders l’ha immaginato per primo. E nel Bardo (ben più caotico) della letteratura staranno rendendogliene atto.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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