1arpino

L’inquieta felicità di Giovanni

1arpino

di Stefano Felici

Non avrebbe dovuto picchiare a sangue, davanti a tutti, nel locale, quel tale di nome Luigi; ma il tipo aveva offeso un po’ troppo alla leggera la sua amica Giovanna, una prostituta che qualche giorno prima gli aveva fatto la cortesia di rammendargli una camicia. Spavaldo e istintivo com’è, non gli è riuscito di starsene fermo e buono.

Ora Giovanni è rintanato nella minuscola stanza della pensione in cui alloggia da qualche settimana. Ha paura che Luigi, e con lui i suoi sgherri, lo possano braccare appena messo il naso fuori dalla porta, addirittura per ammazzarlo a coltellate.

Dovevo prenderle. E tutto per una birra che Luigi il catanese aveva offerto e poi rifiutato di pagare. E aveva offeso Giovanna, l’aveva riempita di parolacce che a Giovanna non avrebbero fatto fatto né caldo né freddo, ma non lì, davanti a tutti, nel caffè, con gli uomini ai tavoli che ridevano, persino Aldo il barista rideva, finché Giovanna innaffiò il catanese con la bottiglia del seltz.

È questo il presupposto iniziale, comico, amaro e teso, del libro d’esordio di Giovanni Arpino, “Sei stato felice, Giovanni”, pubblicato da Einaudi nella collana dei Gettoni nel 1952, e  – giustamente – ripescato quest’anno da minimum fax per un’altra importante collana – quella dei minimum classics.

Elio Vittorini – nel ‘52 a capo dei Gettoni – se ne innamora in maniera incondizionata e decide di pubblicarlo. La storia raccontata non è particolarmente originale (tanto è intrisa di letture e riferimenti ai vari Hemingway, Faulkner e il Fante di Chiedi alla polvere, quest’ultimo tradotto in italiano proprio da Vittorini nel ‘41), né prevede intrecci clamorosi o inaspettati: è soltanto il resoconto di un giovane vagabondo che si arrabatta come può durante il magro periodo del secondo dopo-guerra.

Un romanzo neorealista, dunque verosimile e colmo di povertà, sporcizia, e vicoli umidi, piazze assolate e polverose, vecchi a dormire sulle panchine coi giornali in testa; quelli di una Genova che fa da sfondo ma, molto spesso, penetra nelle ossa dello stesso Giovanni, che non può che percorrerla da una parte all’altra: una volta alla ricerca di un lavoretto, un’altra per trovare posto a scrocco in trattoria, oppure per incontrarsi coi suoi compagni, sodali di sventure, fame nera e pance vuote. Lui, Giovanni, è “il Bello” (soprannome che gli viene dato senza particolari meriti: forse solo perché giovane): poi ci sono Mario, il vecchio, e “Mangiabuchi”, così chiamato per via del suo lavoro da saltimbanco – in uno dei suoi numeri, oltre a ingoiare rane vive per poi ricacciarle, sempre vive, fuori dall’esofago, manda giù un’intera catena. Grosso e burbero, dal cuore tenero, ricorda persino, a tratti, e anche per via del “bianco e nero” del romanzo, lo Zampanò de La strada di Fellini.

La storia, pur essendo ben calibrata nei tempi d’azione e in quelli morti, non presenta invenzioni o colpi di scena imprevedibili; è la scrittura, la voce a fare di questo libro un classico irrinunciabile nel canone dei romanzi di formazione italiani. Lo spunto per la narrazione viene da alcune letture dei pesi massimi della letteratura nord americana, e anche lo stile sembra subire la stessa sorte; ma la lingua, essendo meno universale del linguaggio narrativo in sé, porta a degli esiti sensibilmente diversi, in cui Arpino riesce a dare il giro giusto alle sue frasi, ai suoi periodi, ai capitoli, alcuni brevissimi, altri molto lunghi, e così via, fino a un intero racconto che sotto questo aspetto è sì originale, convincente e di un fascino tutt’oggi indiscutibile.

La scrittura è giovane (Arpino scrisse questo libro a ventitré anni, e non aveva nessuna intenzione di fingersi più grande di quel che era), fresca, e tende a rompere gli schemi d’eleganza letteraria della più classica prosa ormai considerata stantia; in questo, somiglia molto al Giovane Holden di Salinger, che in america esce un anno prima, e che dei giovani irriverenti iconoclasti in letteratura diverrà – suo malgrado – proprio la principale icona.

Le parole usate sono semplici: spesso si registra una forte mimesi col parlato, fallace in quanto a grammatica – sia nei discorsi diretti che nel racconto in prima persona di Giovanni. L’azione è incalzante quando bisogna, e il ritmo è ben dosato tra periodi brevi, a volte secchissimi, e lunghi periodi intricati, a flusso di coscienza, o forse, meglio, a ruota libera – dacché Giovanni non entra mai fin troppo a fondo nei suoi pensieri: vuol giocare a esser superficiale, e molte volte lascia parlare il vino al posto suo: «Ciao Giovanna che non porti il rossetto, che raccogli marinai, che non hai voluto salire fino a questo letto, che scrivi biglietti postali celesti alla sorella di Sassari, che mi hai rammendato la camicia, che mi sei debitrice di duecento lire, che mi hai regalato due, no, tre “nazionali”, ciao, cara amore va’ all’inferno puttana prima che mi innamori.»

Per più della metà del romanzo, Giovanni e il suo raccontare a volte sincopato e minimale, altre rilassato e un po’ brillo, portano a zonzo il lettore per Genova: una città portuale dai mille odori e dai colori grigio-bluastri, certi giorni in discesa ma la maggior parte in salita, città cangiante, che cambia però in base alle fortune e allo stato d’animo di Giovanni: i due soggetti non sono mai uguali a sé stessi a ogni nuovo capitolo.

Tra una piccola avventura finita male e un pasto a base di rane e gatti da far venire il voltastomaco, Giovanni, costantemente stordito dal vino, riesce sempre a trovare un’eco di felicità lontana, ed è questa la sua fortuna: pur vivendo nell’indigenza più nera, pieno di debiti e costretto a dormire di nascosto in un magazzino interrato, sentirsi vivo è ciò che più conta; sentirsi vivo e costantemente alla ricerca di un domani migliore – lo slancio verso felicità è ciò che lo rende allegro e riconoscente verso il mondo. È per questo motivo, per questo inaffosabile aspetto del suo carattere, che una rischiosa missione per mare insieme a una piccola banda di contrabbandieri diventa per lui un’esperienza da cui trarre pagine bellissime – farne un’estetica; una felicità.

Camminammo a lungo finché le case si fecero rade sulla collina, le luci del porto laggiù dietro le nostre spalle erano piccole e numerose, camminammo finché il rumore della città fu solo più un ronzio, poi silenzio nella sera rotto dal vento sul mare e negli alberi lontani nel buio. […] La barca era umida e aveva il buon odore delle cose che conoscono il mare da sempre. L’altra barca ci veniva dietro a pochi metri, macchia nera a dondolo sull’acqua di luna.

Dopo aver racimolato un bel gruzzolo in seguito al colpo messo a segno, Giovanni e la sua voce, poco a poco, cambiano intonazione – cambia persino il punto di vista su sé stesso, quindi sulla città. I rapporti con le donne, fino a quel momento marginali, diventano il centro di tutto: Giovanni conosce Maria, una donna più grande di lui che immediatamente diventa la sua amante. Ora Giovanni ha soldi, amore, stabilità emotiva; ma qualcosa è cambiato. Forse è tutto troppo inaspettato, perfetto; e dentro gli rimane un vuoto, una paura: «Paura di tutte le cose e di e di me. Avevo coraggio prima che non avevo niente. Avevo solo coraggio ed ero povero in tutto. Adesso ho te e qualche soldo e niente più coraggio.» La felicità di cui poteva esser certo persino mentre affondava i denti in una coscia di gatto è andata via. Perduta.

Giovanni, votato all’inquietudine, che nel suo mondo combacia perfettamente con la felicità, si sente come un fantasma, separato da sé stesso, ed è così che procede anche nell’ultima parte del racconto, indugiando spesso su lunghe descrizioni di paesaggi, della sua amata, della casa in cui si è stabilito, dei posti che vede sfuggirgli di lato seduto in carrozza. Forse Giovanni non è più felice. Lo è stato, di sicuro. Ma bisognerà rimediare: non si cambia mica così facilmente il carattere – neanche a vent’anni. Giovanni, l’archetipo del guitto vagabondo, ci pensa un po’ – giusto il tempo di ritrovare la sua voce. E decide che è tempo di andarsene, per ritrovare la sua felicità inquieta.

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Un commento a “L’inquieta felicità di Giovanni”
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  1. […] per la LETTERATURA offesa). La recensione che state per leggere è il seguito ideale di questa che Stefano ha scritto per gli amici di Minima et Moralia. Il minimo Lagioia e il morale Pacifico […]



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