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L’inquietantissima commedia di Leonardo Colombati

di Emanuele Trevi

In uno dei suoi quaderni, Simone Weil si propose di indagare sul paradossale fenomeno di «qualcosa che non esiste e a cui sono sospese un’infinità di cose che esistono». Si può descrivere questo sconcertante fantasma del pensiero anche come «una cosa che non ha senso e alla quale sono sospese un’infinità di cose che ne hanno».

La storia del calcolo matematico è piena di esempi di questa realtà prodotta dal suo contrario, ma la grande filosofa avrebbe potuto accostare alle scienze l’immaginazione romanzesca. Ci sono storie il cui fascino maggiore sembra consistere proprio nel loro essere appese al chiodo invisibile di una bugia, di «qualcosa che non esiste».

Se ogni trama è una catena di cause ed effetti, rivelare l’inconsistenza del primo anello significa allora vedere il mondo come una caotica parodia di se stesso, una nave dei folli alla deriva nel grande mare della menzogna. Senza scomodare il mondo intero, perlomeno questa è l’Italia, e in particolare la sua capitale, a cui dà forma Leonardo Colombati in 1960, il suo quarto romanzo.

L’anno a cui si riferisce il titolo è quello della XVII Olimpiade, quella di Livio Berruti e Cassius Clay. Trionfa la retorica collettiva del boom demografico ed economico, della Dolce Vita, del futuro migliore per tutti. Ma l’alba del mondo nuovo è il paravento dell’antico, eterno marciume. E mentre la cosiddetta società dello spettacolo in versione nostrana muove i suoi primi passi, un tentativo di golpe coinvolge un folto numero di primi attori e di comprimari.

Siamo in quella terra di nessuno, così frequentata dalla cronaca italiana, che sta tra l’operetta e la tragedia. Ma il fatto più importante di tutto l’intrigo è che il bandolo dell’intricata matassa sta nelle mani di un totale imbecille, un ufficiale dei servizi segreti che per gettare discredito su due suoi colleghi (dotati di un quoziente di intelligenza appena superiore) mette in giro la voce di un piano per rapire il presidente Gronchi e instaurare un regime militare. È un semplice espediente per sopravvivere, dettato da un insulso miscuglio di noia ed arroganza. Ma ecco che, lasciata libera di circolare tra i corridoi del SIFAR, il servizio segreto militare, la bugia si svincola da chi l’ha pronunciata, come fosse il genio di Aladino che si rifiuta di tornare nella sua lampada, e inizia a esercitare il suo potere demiurgico, tirando fuori dal nulla più assoluto interi mondi.

Alla maniera della proverbiale palla di neve che diventa una valanga durante il suo percorso, tutta la vicenda golpista raccontata da Colombati gira intorno a questo centro vuoto, come una girandola di effetti tragici e comici orfani di una causa autentica.

Di cosa ci parla questa avvincente allegoria di Colombati: della vita umana in generale, dell’Italia ? Lo scrittore risponderebbe con una sola parola: Roma. A quindici anni dalla fine della guerra, la città delle Olimpiadi vuole mostrare al mondo la sua resurrezione. È il volto ufficiale di chi non intende mancare all’appello dei tempi nuovi. Ma a trattenerla in un’altra dimensione, nella quale il tempo sembra scorrere a ritroso spalancando voragini di oscurità, ci pensano i suoi misteri, e la presenza di quella forma suprema del potere che non ha bisogno di giustificarsi razionalmente, perché sono proprio le sue fondamenta invisibili ad incutere il rispetto e la paura dei sudditi.

Nella città di Colombati i personaggi dei film e dei romanzi si muovono sullo stesso piano di realtà degli individui in carne ed ossa. All’inizio può sembrare solo un gioco erudito, piacevole ma non essenziale. Ma dopo un po’ la presenza di tutti questi fantasmi diventa inquietante, e le intenzioni dello scrittore si rivelano tutt’altro che ludiche. Come la case maledette dei film horror, anche la Roma di 1960è un luogo infestato, dallo stesso immaginario che ha prodotto.

Chiusi i cinema, i protagonisti dei film non si dissolvono nel buio, ma vanno a mangiare al ristorante e tornano alle loro case nei vicoli del centro storico, e così fanno i personaggi dei romanzi, costretti ad aggirarsi nei luoghi delle loro avventure come anime dannate di un bizzarro contrappasso dantesco. Un labirinto di fandonie come la Roma di Colombati non ha nemmeno bisogno, al suo centro, di un Minotauro affamato di vittime. Basterà, per farne qualcosa di infinitamente più pauroso, sostituire al mostro una vaga diceria, un discorso che sia possibilmente mezzo vero e mezzo falso.

Il potere vero, ci suggerisce Colombati, risiede tutto in questo tipo di discorso, più efficace di ogni colpo di stato, e capace di rivelare, in fondo ad ogni libertà, la mura tetre di un carcere piranesiano.

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