noiret

L’insostenibile ipocrisia borghese secondo Giorgio Bassani

noiret

Cento anni fa nasceva Giorgio Bassani: lo ricordiamo con un pezzo che muove da Gli occhiali d’oro, romanzo breve apparso per la prima volta nel 1960. (Nella foto, Nicola Farron e Philippe Noiret nel film diretto da Giuliano Montaldo nel 1987.)

di Enrico Giammarco

Non c’è nulla più dell’onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l’interesse indiscreto delle piccole società perbene.

Athos Fadigati è un perfetto borghese. Uno di quelli che conoscono il mondo, le sue regole e come farsi apprezzare dai propri pari. Questo medico di origini venete si ritrova in una Ferrara fascista per svolgere la professione di otorinolaringoiatra e lo fa con successo, imponendo i propri metodi moderni in un ambiente piccolo e provinciale, dove la novità viene accolta con curiosità e interesse.

Non siamo cambiati poi molto, quasi un secolo dopo. Integriamo mode e costumi provenienti dall’Estero, ma lo facciamo “all’italiana”, che il più delle volte significa aggiungendovi una buona dose d’ipocrisia. Tagliando quelli che per noi sono gli aspetti più estremi, facendo finta di niente, voltando il capo dall’altra parte, ignorando una realtà che esiste da tempo ma che per noi non è accettabile. Non ci siamo comportati così, nel recente dibattito per le unioni civili omosessuali? Pur sapendo di dibattere sulla vita di persone reali, molti dei nostri rappresentanti politici si sono ipocritamente battuti per lo stralcio di alcuni aspetti della legge, a cominciare da quella stepchild adoption che tanto è stata deformata dall’opinione pubblica, negando che venga già applicata de facto sul suolo italico.

«Forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura. Ma d’altra parte come si fa? È possibile pagare un prezzo simile? Nell’uomo c’è molto della bestia, eppure può, l’uomo, arrendersi? Ammettere di essere una bestia, e soltanto una bestia?»

Rileggere Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani, a distanza di tanti anni, può condurci sul pericoloso sentiero della postuma assoluzione, o quantomeno della comprensione. “Figuriamoci, a quei tempi…cosa t’aspettavi?” non coglie una fenomenologia della società borghese sulla quale l’autore vuole istruirci, e che esula dalle epoche e dalle motivazioni del momento. Athos Fadigati ha una vita professionale pubblica specchiata, e il difetto di voler celare la propria vita privata.

Finché è relativamente giovane, quasi nessuno ci fa caso, anzi. Tutti lo considerano un bohemienne, e lo immaginano frequentare postriboli come ci si attende da uno scapolo di trent’anni. Andare con le prostitute è tacitamente accettabile. Si può fare, se si ha l’accortezza di non farne menzione davanti alle donne della società ferrarese, come la temuta signora Lavezzoli, personaggio-simbolo del perbenismo e dell’ipocrisia in cui si muovono i diversi caratteri del romanzo.

Il problema nasce quando Fadigati supera gli “anta”. La curiosità diviene morbosa, in un’epoca in cui anche gli scapoloni più impenitenti, arrivati a una certa età, mettono su famiglia, almeno per salvare le apparenze. È così che iniziano a spargersi le voci, dapprima delle sole insinuazioni, poi suffragate dai fatti. Lo stimato dottor Athos Fadigati è “uno di quelli”.

«Che cosa dovrei fare?», lo interruppi con impeto. «Accettare di essere quello che sono? O meglio adattarmi ad essere quello che gli altri vogliono che io sia?»

Da perfetto borghese quale egli è, Fadigati conosce il delicato confine tra una voce e uno scandalo, che corrisponde anche alla sottile ma effettiva differenza tra la tolleranza di facciata e l’emarginazione pubblica. Le voci possono limitarsi alle fastidiose frecciatine della signora Lavezzoli, mentre lo scandalo porta alla preclusione, silenziosa ma inappellabile.

Nonostante tutte le precauzioni, lo scandalo esplode. Il medico mostra il fianco, la debolezza d’animo, innamorandosi di un giovane studente universitario, tale Eraldo Deliliers, conosciuto negli spostamenti ferroviari tra Ferrara e Bologna. Si tratta di uno scapestrato che seduce un uomo più anziano per ricavarne vantaggi economici, e che non esita a fargli scenate pubbliche e a mollarlo per andare con le donne.

È scandalo, e nei salotti-bene non si parla d’altro. La condanna arriva puntuale, per Fadigati. Gli viene tolto l’incarico ambulatoriale all’ospedale, nessuno frequenta più il suo studio privato. Il medico adotta il regime della muta rassegnazione, sfogandosi solo con l’amico narratore, ma mai mettendo in dubbio la liceità delle tacite accuse. Lui sente di essere sbagliato, e l’unico dilemma è quello interno, tra il dare retta agli impulsi naturali o attenersi al ben pensare. Un dilemma che trova uno sfogo fisiologicamente drammatico e definitivo.

«Oh, no», dissi. «Sarebbe come dire: può un italiano, un cittadino italiano, ammettere di essere un ebreo, e soltanto un ebreo?»

Gli occhiali d’oro non riguarda soltanto l’emarginazione omosessuale, pur rompendo molti tabù in tal senso. Bassani si impegna in un discorso più ampio, un vero e proprio atto d’accusa contro l’insipienza borghese che si esplicita nell’assenza totale di inclinazioni ideologiche che non ricadano nell’esclusiva difesa dello status quo e della propria rendita di posizione. La voce narrante, un figlio di una famiglia ebrea medio-borghese, assapora sulla propria pelle il peso dell’emarginazione sociale quando in Italia inizia la campagna, dapprima mediatica, poi politica, che sfocerà nella promulgazione delle leggi razziali.

Il paradosso è che anche lì a Ferrara la maggior parte degli ebrei sono fascisti della prima ora, gente che ha fondato la sede del partito nel 1919, persone che, come il padre del protagonista, sono rimasti spiazzati dall’alleanza di Mussolini con Hitler. E anche se molti dei non-ebrei non sono intimamente d’accordo con questa derivazione antisemita, nessuno alza un dito. Quando non c’è da difendere i propri privilegi, i borghesi non si muovono. Dopo la Grande Guerra c’era il pericolo del socialismo, e il Duce apparve come un baluardo inatteso da sostenere compatti.

La disperazione del padre del protagonista, quindi, è tutta lì, priva di un orgoglio identitario o di spirito liberale. E’ il dilemma ben poco aulico di chi si è sempre assicurato di essere dalla parte della maggioranza, dei più forti, e che a un certo punto è stato buttato fuori e lasciato nella minoranza. Egli è un fascista che fa finta di non vedere se il fascismo se la prende con altre minoranze, anche con gli omosessuali come il dottor Fadigati, che inizialmente rispetta ma da cui prende le distanze nel momento dello scandalo. Egli è però anche un ebreo. E come si può (far finta di) non essere ebrei?

Aggiungi un commento