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L’invenzione degli animali. Intervista a Paolo Zardi

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di Valentina Berengo

Paolo Zardi è uno sperimentatore. Scrittore impeccabile di racconti di solito piuttosto duri (l’ultima raccolta, La gente non esiste,uscita prima dell’estate per Neo Edizioni, è però più accogliente), ritorna periodicamente al romanzo, indugiando, nei suoi lavori meglio riusciti, su storie che si svolgono in un futuro prossimo senza essere per questo necessariamente distopiche. Il più noto è XXI secolo (Neo Edizioni, 2015, in dozzina allo Strega) mentre ora è da poco uscito per Chiarelettere L’invenzione degli animali, ambientato nel 2035.

Il tentativo dello scrittore, nel raccontare la storia di Lucia Franti che lavora a Parigi su un progetto di ibridazione genetica, è quello di ogni buon narratore, cioè di avvolgere il lettore nelle spire di una storia, fargli conoscere i personaggi e lasciarlo pieno di immagini e suggestioni, non di affrontare sotto mentite spoglie tematiche d’altro tipo. Anche se L’invenzione degli animali è ricchissimo di spunti: l’uomo nella sua tracotanza può davvero permettersi “d’inventare” tutto, anche la vita? cos’è la coscienza? in cosa, noi esseri umani, siamo unici? E poi dal romanzo emergono quegli interrogativi che risuonano in sottofondo nei nostri pensieri anche quando semplicemente viviamo: il mondo si muove secondo leggi razionali di causa-effetto? o c’è qualcosa che sfugge, che è generato da energie d’altro tipo? cos’è l’amore? come si gestisce il rapporto uomo-donna?

Al pari di molti suoi colleghi stranieri (alcuni dei quali sono i più amati dall’autore, per esempio Martin Amis o Philip Roth), Zardi fa narrativa mettendo nel romanzo moltissimo d’altro, senza mai perdere il filo o dimenticare il lettore e la storia che gli ha promesso, cosicché se venisse chiesto a ciascuno che l’ha letto: “Di cosa parla l’ultimo romanzo di Zardi?” probabilmente si otterrebbero risposte anche del tutto diverse.

L’invenzione degli animali, il titolo, cosa significa, dentro e fuori metafora?

Come spesso succede, almeno a me, il titolo non emerge chiaro fin dall’inizio: ancora adesso la cartella del mio pc che contiene il file del libro si chiama La coscienza emersa, che era l’idea iniziale, e da subito provvisoria. Uno dei tratti distintivi dell’homo sapiens è senza dubbio la sua capacità di inventare, che va di pari passo con il piacere di farlo. Negli ultimi due secoli e mezzo, e più precisamente dall’invenzione della macchina a vapore di Watt in poi, abbiamo iniziato a maturare la convinzione, per certi versi pericolosa, che l’uomo possa trasformare a proprio piacimento il mondo circostante; e che quando questo non è possibile nel presente, be’, è solo questione di tempo e poi un modo lo si troverà. Sebbene questa fiducia illimitata nel progresso abbia subito qualche battuta d’arresto negli ultimi vent’anni, continuiamo comunque a credere che, erogando un sufficiente impegno, sarà possibile trovare una fonte alternativa ai combustibili fossili, curare il cancro, andare su Marte e avere telefoni con fotocamere da un gigapixel; e spesso, dietro a questa idea non riusciamo ad avvertire i pericoli che da sempre si accompagnano alla hybris.

L’invenzione degli animali è la naturale conseguenza, la ovvia estensione, dell’invito che Dio rivolge ad Adamo ed Eva nel paradiso terrestre: riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra. Una volta che sono state dominate tutte le specie viventi, non resta altro da fare che crearne di nuove, piegando ai propri scopi le regole definite da quattro miliardi di evoluzione genetica. Se possiamo farlo, dice uno dei personaggi del libro, allora dobbiamo farlo. È questa l’essenza dell’uomo, nel bene e nel male.

Questo romanzo, come si intuisce leggendo i ringraziamenti, deve molto a una certa saggistica (le cui teorie peraltro, ben mimetizzate, sono illustrate nel testo): qual era l’intento che ti eri prefissato nello scrivere? Un esperimento?

La maggior parte delle storie che leggiamo e scriviamo potrebbero essere sintetizzate così: alcuni esseri umani vivono in uno stato di equilibrio ma improvvisamente emerge un problema che li costringe a trovare delle soluzioni e poi ad acquisire una consapevolezza che prima non c’era. Spesso, questi problemi sono di natura personale, intima, una crepa interiore che si apre per motivi sconosciuti; in molti altri casi, sono le relazioni a mettere in crisi i personaggi – un amore non più corrisposto, la perdita di una persona cara, una rivelazione sul proprio passato. Talvolta, chi scrive utilizza rudimenti della psicologia freudiana per determinare l’evoluzione di una storia, o per fornire un contesto verosimile all’interno del quale le cose accadono; altri autori, invece, non esitano a ricorrere alla filosofia, come spesso ha scelto di fare uno dei miei scrittori più amati, Milan Kundera, e alla declinazione di questa nella vita delle persone. Come diceva poco tempo fa Carrère in un’intervista rilasciata a Robinson, il romanzo è vorace e divora tutto quello che gli capita a tiro; e tra gli esempi che cita ci sono la poesia con Flaubert, la psicologia con Joyce, la saggistica con Thomas Mann. Nel caso de L’invenzione degli animali il problema da risolvere ha a che fare con le conseguenze di una possibile evoluzione scientifica (che è anche economica e politica) non ancora interamente compresa. Si tratta solo di una variazione della natura del problema che i personaggi devono affrontare.

I miei interessi culturali abbracciano il mondo della scienza e della filosofia: mi appassionano la biologia, le scienze cognitive, la paleontologia, la genetica, l’evoluzionismo, la cosmologia, la fisica, la matematica. In modo abbastanza oggettivo, posso dire che la mia conoscenza è ampia, eterogenea e tutto sommato superficiale: non sono uno specialista in niente. Questo mi consente di inserire, nelle mie storie, e con una certa disinvoltura, elementi presi dal mondo scientifico, che piego, trasformo e mistifico secondo esigenze che sono puramente narrative: sebbene io cerchi di rappresentare in modo preciso e corretto gli aspetti più tecnici (nel caso di questo libro, l’ibridazione genetica, il deep learning e alcune teorie sulla nascita della coscienza), ciò che mi interessa da scrittore è il tipo di problemi che pongono agli esseri umani, che sono gli unici protagonisti di ogni storia. Non c’è nulla di sperimentale, in tutto questo: se serve, il romanzo può mangiarsi anche la genetica.

Grandi romanzieri di recente si sono occupati di “tematiche distopiche”, se ha senso dir così. Penso a Macchine come me di McEwan, appena uscito, che indaga il tema dell’intelligenza artificiale, ma anche Zero K di De Lillo, libro sulla possibilità di risvegliarsi dalla morte congelando i corpi preventivamente, e a molti altri. L’intento del romanziere è probabilmente sempre lo stesso: raccontare storie e indagare l’essere umano né più né meno di quanto fa nei romanzi senza ambientazioni future o futuribili. Perché hai scelto di portare la scena nel 2035?

La scelta della data ha motivazioni poco serie: la protagonista, Lucia Franti, compariva come “attrice non protagonista” nel mio precedente romanzo, Tutto male finché dura, da dove era possibile calcolare approssimativamente il suo anno di nascita, e cioè il 2010. Tra le cose che sto provando a realizzare, c’è anche un progetto sotterraneo di costruire un mondo parallelo condiviso da tutti i miei romanzi, lunghi o brevi che siano: ogni libro che ho scritto è legato agli altri, e può capitare che personaggi minori di uno diventino i personaggi principali di un altro. È come se io avessi una compagnia di attori con i quali metto in scena, di volta in volta, una storia diversa. Nel caso specifico, dunque, volendo riprendere Lucia da grande, sono stato costretto, per così dire, a spingermi fino al 2035, quando lei sarebbe stata abbastanza adulta da poter essere assunta in un’azienda multinazionale.

Ma, ovviamente, ci sono altre motivazioni più forti, dietro questa scelta. La distopia, il romanzo fantascientifico, l’ucronia, consentono di compiere un’operazione piuttosto interessante, che è quella di isolare una particolare frequenza del mondo contemporaneo, mescolata e spesso indistinguibile nel rumore bianco della contemporaneità, ed esplorarne una delle possibili evoluzioni. Il whatif che è alla base di quasi tutte le narrazioni – cosa succederebbe se…? – trova la sua massima espressione quando l’autore si concede il lusso di rilassare i vincoli del realismo imposti dal presente. Ma nel famoso patto che si stipula con il lettore – tu sospendi la tua incredulità e io in cambio ti garantisco che nel mio mondo non succedano castronerie senza senso – l’esplorazione dei temi legati alle nuove tecnologie, dalla creazione di automi all’ibernazione, impone per forza di cose uno slittamento temporale, per essere sostenibile. È come dire “per la durata di questo romanzo puoi credere che queste cose impossibili siano vere, perché non sono ancora successe”. O almeno questo è il mio punto di vista.

La protagonista, che racchiude in sé intelligenza, studio, razionalità, ma anche istinto e passione per la vita, è un a ragazza. Perché hai scelto una protagonista femminile?

Poco tempo fa mi sono messo a cercare di ricostruire, per feticistica curiosità, il momento in cui è nata l’idea di questo romanzo e incrociando la fattura di acquisto del libro che ha messo in moto tutto (un saggio che parlava, tra le altre cose, di ibridazione genetica), e il giorno in cui avevo accennato questa idea a due amici (nel caso specifico, l’editore Francesco Coscioni e l’ufficio stampa Francesca Fiorletta), sono arrivato a individuare una finestra temporale di due settimane, nel febbraio del 2016. Se ora ripenso alla storia che avevo raccontato, e che si era formata in quel breve intervallo di tempo, mi accorgo che era già interamente definita, compreso il fatto che la protagonista sarebbe stata una donna; e sebbene non io non sia del tutto consapevole del motivo di questa scelta, scaturita più dall’intuizione che dalla deduzione, so che aveva a che fare con il contrasto tra un’apparente fragilità (Lucia Franti è estremamente minuta) e una forza potente che scaturisce da un’insopprimibile spinta etica e da qualcosa che riguarda la maternità in senso lato – l’istinto di prendersi cura di qualcuno, il desiderio di mettere al mondo una nuova vita. Avevo poi in mente una frase letta in Villaggi, uno degli ultimi romanzi di John Updike: Gli uomini capiscono gli uomini, meccanismi dalle pochissime leve – qualche appetito molto concreto, un orgoglio di guerriero e uno stoicismo atavico. Le donne sono luminose creature lunari, che ci feriscono quando si negano e, di nuovo, quando non si negano.

Di fondo, però, c’è che L’invenzione degli animali, che in apparenza è un romanzo distopico, nasconde al suo interno una tensione utopica verso un futuro basato su paradigmi completamente diversi; e in questo senso, qualsiasi nuovo mondo non può che partire da una donna.

Cosa ti auguri che il lettore trovi in questo romanzo? Tu che cosa ci hai messo?

Quando scrivo, non penso mai a chi leggerà il risultato finale: l’unico lettore che tengo in considerazione sono io, con i miei gusti, le mie passioni e le mie idiosincrasie. La speranza di fondo, quindi, è di trovare qualcuno che condivida con me le stesse inclinazioni, che nel caso specifico devono ricomprendere un po’ di interesse per la scienza, l’etica e la politica.

Allo stesso tempo, però, cerco di inserire la storia che ho in mente in una struttura facilmente riconoscibile, come la commedia in Tutto male finché dura, e il thriller in questo, declinando un genere in qualche modo codificato secondo la mia personale sensibilità. Quello che allora vorrei augurare a un ipotetico lettore de L’invenzione degli animali è di trovare, tra queste pagine, una storia avvincente che non ha rinunciato ad affrontare temi un po’ più complessi e che hanno a che fare con il nostro futuro.

Commenti
Un commento a “L’invenzione degli animali. Intervista a Paolo Zardi”
  1. Elena Grammann scrive:

    “ogni libro che ho scritto è legato agli altri, e può capitare che personaggi minori di uno diventino i personaggi principali di un altro”
    Mi ricorda qualcosa, anzi qualcuno… com’è che si chiamava pure? Ah sì, Balzac.

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