PEANO_LInvenzioneDellaMadre

Il Libro dell’Anno di Fahrenheit – Radio 3: un estratto

PEANO_LInvenzioneDellaMadre

L’invenzione della madre di Marco Peano (minimum fax) è il Libro dell’Anno votato dagli ascoltatori di Fahrenheit – Radio 3. Ne pubblichiamo un estratto, ringraziando l’autore e l’editore. (Immagine: l’illustrazione di copertina di Alessandro Gottardo)

di Marco Peano

La sveglia di Mattia non ha suonato. O meglio, ha suonato – e pure all’ora giusta – ma lui l’ha spenta e ha ripreso a dormire. Quindi è come non avesse suonato.

Quando spalanca gli occhi sulla sua giornata, Mattia si accorge che non è affatto presto. Lancia il pigiama in un angolo della stanza e si lava al volo, ma una scarica di diarrea gli fa perdere altri minuti preziosi. Impreca contro l’influenza intestinale mentre butta giù un caffè molto amaro, s’infila una maglietta ed entra in auto – impensabile affidarsi alla corriera – già imboccando il cancello.

La distanza da casa al posto di lavoro è davvero minima, tre chilometri appena. Li percorre in gran velocità, nella speranza che nessun cliente sia venuto proprio quel mattino – gli seccherebbe che qualcuno lo vedesse aprire la serranda del negozio a quell’ora, anche se di sicuro il proprietario neppure s’è accorto della sua assenza. A un certo punto il cellulare si mette a suonare, tenendo una mano sul volante Mattia risponde senza decelerare: il padre lo informa che ha dimenticato il portafogli sul tavolo della cucina. Lui impreca di nuovo, pensa rapidamente al da farsi e poi si decide: pazienza.

Mancano pochi metri alla videoteca quando dietro una curva, su una piazzola di terra e ghiaia di fronte a un paio di brutte palazzine di cemento, s’imbatte in una gazzella dei carabinieri. Hanno fermato un automobilista, è in piedi davanti alla sua macchina e sta parlando con uno dei due uomini in divisa. Istintivamente Mattia butta il cellulare sul sedile a fianco ma non serve a nulla: un carabiniere biondastro mostra la paletta e lo invita ad accostare. Mattia sospira, inserisce la freccia e si prepara a quello che accadrà.

Abbassa il finestrino senza spegnere il motore, e alla canonica richiesta di patente e libretto risponde con un sorriso imbarazzato (un po’ gli scappa da ridere per la situazione, ma un po’ è effettivamente preoccupato), dicendo che non ce l’ha. L’uomo in piedi, di qualche anno più vecchio di Mattia, resta impassibile sotto il cappello.

Guardi, aggiunge allora Mattia, stavo proprio per tornare a casa a prendere il portafogli con dentro la patente…

Quindi non ha neanche un documento d’identità.

No, fa Mattia (l’altro automobilista nel frattempo è rientrato in auto, e ora si allontana indisturbato), come le stavo dicendo mi hanno appena avvisato che ho scordato il portafogli a casa, abito proprio qui vicino e…

Favorisca il libretto, per favore. Il carabiniere lo dice fissando un punto in alto, sopra la capote dell’auto, dove Mattia non può vedere.

Nello spiazzo in cui l’hanno costretto a fermarsi, Mattia nota un merlo intento a beccare furiosamente il terreno. L’altro carabiniere, più anziano, se ne sta in disparte; stringe fra le mani un piccolo mitra legato a una tracolla, e osserva le auto che passano sulla strada.

Mattia si contorce appena sul sedile, ma si accorge che con la mano non riesce a raggiungere la tasca posteriore dove tiene il libretto, quindi sfila platealmente la cintura dal suo alloggiamento – come a dimostrare che sì, è vero, non ha la patente, ma la cintura c’era (non so quand’è scoppiata la seconda guerra mondiale, signora maestra, ma so risolvere un’espressione con frazioni) –, si volta e afferra la custodia di plastica nera.

Prende a rovistare fra i documenti: bollo, assicurazione, fotocopie varie… il libretto però sembra non saltare fuori.

Un momento, eh, dice Mattia.

Basta che non ci mettiamo tutta la giornata, fa l’altro stizzito.

Mattia si convince di aver perso il libretto di circolazione, e teme che magari per un’infrazione simile (guida senza patente e senza libretto) gli possano venire decurtati dei punti della patente, sarebbe una bella seccatura.

Il carabiniere sta per dire qualcosa, quando da un angolo della custodia stretta fra le mani frenetiche di Mattia spunta la carta gialla e blu del libretto.

Ecco, dice trionfale.

L’uomo in divisa esamina il documento, facendo scorrere lo sguardo dal libretto all’auto, dall’auto al libretto. Si allontana di qualche passo, verifica che la targa, il modello, tutto corrisponda, poi si riavvicina al finestrino.

Il merlo poco più in là compie un breve salto, forse spaventato dall’aria spostata (il continuo viavai delle auto in movimento), poi riprende coraggio e torna a beccare il punto di prima.

L’auto è intestata a sua madre, fa il carabiniere biondastro – è un’affermazione, non c’è un punto di domanda.

Sì, dice Mattia. Certo, aggiunge quasi con orgoglio. Ed è morta, vorrebbe spiegare. È stata malata dieci anni, nell’ultimo si pisciava addosso ogni giorno. Aveva metastasi cerebrali così diffuse che le pupille erano dei grandi buchi neri pronti a tirarti dentro. È morta mentre le tenevo la mano, le ossa delle dita sembravano pronte a spezzarsi, il suo corpo era imbottito di morfina.

Lei ha il libretto ma non la patente, ribadisce l’uomo. Io però le devo fare lo stesso la contravvenzione.

Stringe ancora fra le mani il documento, e sembra quasi dispiaciuto di quella situazione.

Ma io…, e poi Mattia non sa come proseguire.

C’è una pausa in cui ogni cosa è sospesa.

Spenga il motore, per favore.

Mattia gira la chiave nel quadro, intorno ora è tutto silenzioso. Si sta arrendendo.

Intanto l’altro carabiniere si avvicina, e domanda al collega se c’è qualche problema (ma è un’evidente domanda retorica, perché il significato è «Qual è il problema?»).

Non ha la patente, lo informa il biondastro.

Il carabiniere col mitra prende a fissare Mattia, lui sostiene lo sguardo cercando comprensione.

Gli occhi del carabiniere armato si posano sul libretto di circolazione tenuto in mano dal carabiniere biondastro.

Poi succede.

Il libretto è intestato a sua madre, dice quello col piccolo mitra, non si capisce se rivolto al collega o rivolto a Mattia.

Sì infatti, ribadisce il più giovane.

Ma sua madre è morta e stramorta, dice infine l’altro. Il mitra ora gli pende dalla tracolla, ha strappato il documento dalle mani al collega e lo sta leggendo.

Come?, dice il biondastro (e da quel momento in poi non dirà più nulla).

È allora che Mattia individua nei tratti del carabiniere armato un conoscente: una volta forse è pure stato a casa loro, deve aver bevuto un caffè nelle tazzine del servizio buono. È morta da pochi mesi, imbecille, e il fatto che tu non la vedessi da chissà quanto tempo non vuol dire che non ci fosse più. Stava in un letto, e tu dov’eri?

Lo sa che il suo libretto di circolazione non è valido?, domanda quello più anziano.

E Mattia commette il primo errore, risponde chiamando il carabiniere per nome, come a dirgli: «Ma sei proprio tu?» Non credeva neppure di ricordarselo, quel nome, invece è emerso da qualche piega della memoria.

Così facendo ha stabilito un’intimità che l’altro non gradisce, infatti l’uomo si limita a fare uno sbrigativo cenno della testa, quasi stesse ammettendo: «Sono proprio io, ma questo non cambia le cose».

Perché gira con l’auto intestata a un morto?, chiede il carabiniere a Mattia. La domanda assume le sfumature di una provocazione (solo più tardi Mattia si renderà conto che quello che ha ingaggiato dialetticamente con quell’uomo in divisa era un duello western a tutti gli effetti).

E qui Mattia commette il secondo errore.

Solo perché sei armato e sei un carabiniere non puoi parlare di mia madre in questo modo. La frase gli esce tutta d’un fiato.

Come dice?, fa l’altro. E poi subito dopo, per non perdere un solo secondo di autorità: Scenda dalla macchina, prego.

Il biondastro guarda in basso, forse è uno di quei momenti in cui si domanda perché ha scelto di fare il lavoro che fa.

Mattia esce dall’auto sbattendo la portiera. Dalle finestre delle palazzine intorno non si vede anima viva.

Favorisca un documento d’identità, prosegue l’altro ostinandosi in quella recita e facendogli cenno di avvicinarsi. L’auto dei carabinieri ha il bagagliaio aperto, un apparecchio che sembra una vecchia radio piazzato al centro. L’uomo in divisa inizia a compilare un modulo prestampato mentre i led dell’apparecchio s’illuminano a intermittenza.

Come dicevo prima al suo collega – Mattia cerca di salvare la situazione recuperando un po’ di gentilezza, tornando al lei che il carabiniere non ha mai cessato di usare – non ho il portafogli, stavo andando a casa a prenderlo.

Poi Mattia trattiene il respiro, per capire se deve chiarire il concetto. Fissa il biondastro in cerca d’aiuto, ma quello non ricambia. Dunque non ho la carta d’identità, conclude.

Il carabiniere sorride, senza mai smettere di compilare il modulo. Si ferma un istante per osservare rapidamente l’auto di Mattia, e gli dice: Il fanale anteriore destro è rotto, lo sapeva?

Se le interessa oggi ho pure la diarrea, vuole multarmi anche per questo?, dice Mattia con un coraggio idiota (Sei pazzo – commenterà qualche giorno dopo un cliente della videoteca al quale racconterà quella storia –, potevano anche sbatterti dentro).

Non alzi la voce con me, fa l’altro, mentre il mitra gli sbatacchia in vita. Conoscevo sua madre, ma questo non la autorizza a sfottermi.

Mattia rimane in silenzio. La parola «madre» stavolta gli fa un effetto calmante.

E comunque, prosegue il carabiniere, le devo fare una multa per guida senza patente. Poi fa una pausa prima di concludere: Inoltre sono costretto a sequestrarle il libretto di circolazione.

Cosa?, Mattia sgrana gli occhi.

Può usare l’auto per tornare a casa e prendere la patente, ma il libretto lo teniamo noi, dice quello con pedanteria. E riprende a scrivere.

Mattia scuote la testa, incredulo. Chissà dov’è volato il merlo che – ormai una vita fa – beccava il terreno con tanta violenza. Chissà dov’erano i carabinieri quando Mattia ha ricevuto a casa il foglietto firmato «un amico» che infamava la sua famiglia.

Posso tornare in macchina o devo stare qua a guardarla?, dice Mattia.

Non faccia lo spiritoso, e si accomodi pure nel suo veicolo.

Il biondastro è rimasto immobile a vegliare l’auto di Mattia quasi quella potesse mettersi in moto da sé e fuggire, e si dilegua solo quando lui come una furia apre la portiera e si siede al posto di guida.

L’orologio del quadro comandi segna ormai le dieci meno dieci, e mentre il carabiniere si prende tutto il tempo necessario a compilare il verbale, Mattia chiama il suo capo per dirgli che non sta bene, ha una brutta influenza intestinale, un male di stagione, si scusa molto ma aprirà il negozio nel pomeriggio. Sì, ma oggi fatti trovare, dice il capo prima di chiudere la telefonata.

Quando finalmente il carabiniere gli porge il modulo con la contravvenzione, il figlio non può fare a meno di notare che il nome cristallino della madre è scritto in modo errato: c’è una o dove dovrebbe esserci una a. Stavolta è lui a sorridere.

Sarà stato anche amico di mia madre, non si trattiene dal dire Mattia, ma ha sbagliato a scrivere il suo nome.

Mi faccia un esposto per questo, replica il carabiniere con insolenza. Se imbracciasse il suo mitra sembrerebbe una minaccia in piena regola.

Mattia, sconfitto, si allaccia la cintura. Inserisce la freccia e lascia quei due al loro lavoro dicendo uno sbrigativo: Buona giornata.

Marco Peano è nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Einaudi. L’invenzione della madre (minimum fax 2015) è il suo primo romanzo.
Commenti
3 Commenti a “Il Libro dell’Anno di Fahrenheit – Radio 3: un estratto”
  1. Lalo Cura scrive:

    francamente del premio fahrenheit, così come di qualsiasi altro premio letterario, non può fregarmene di meno
    mi basta la convinzione profonda di aver letto e riletto in pochi mesi il più bel libro italiano che mi sia capitato in mano negli ultimi due-tre anni
    faccio i miei complimenti all’autore e lo ringrazio di cuore per l’esperienza indimenticabile che ha saputo offrimi

    lc

  2. Alessandro scrive:

    Imbarazzante. Stile da blog, stati d’animo detti invece che raccontati. Figurarsi come sono gli altri brani che non hanno meritato di diventare un “estratto”.

  3. Carlo Gallavotti scrive:

    Mha!, francamente non saprei…..

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