19_carra_madre-e-figlio

L’invenzione della madre

19_carra_madre-e-figlio

Pubblichiamo un estratto da L’invenzione della madre, il romanzo d’esordio di Marco Peano edito da minimum fax. Vi segnaliamo l’incontro di domani, giovedì 19 febbraio, alle 21 al Circolo dei Lettori di Torino: con l’autore intervengono Michela Murgia e Giorgio Vasta. Letture di Rolando Ravello. (Immagine: Carlo Carrà, Madre e figlio)

La festa

La madre sarebbe tornata. Dopo più di un mese in ospedale, tutto a casa era pronto per accoglierla: Mattia e suo padre avevano curato ogni dettaglio.

Era martedì 1° febbraio 2005 e l’aria era fredda, ma c’era il sole. Ogni cosa sembrava leggera.

Fermi in piedi, fuori dalla stanza di un ospedale di provincia, stavano in attesa i barellieri: volontari – forse segnati da un lutto personale – che regalano il proprio tempo ai bisognosi. Hanno il compito di predisporre la lettiga per il trasporto del paziente da casa all’ospedale (e questo è un viaggio triste) o, come ora con la madre di Mattia, dall’ospedale a casa (e questo è un viaggio allegro). Si muovono rigorosamente in coppia – uno dei due di solito ha più esperienza, l’altro cerca di imparare.

Quella volta i barellieri erano un ragazzo e un uomo anziano, e agli occhi di Mattia persino il colore squillante delle loro divise sembrava voler festeggiare la fine del ricovero. Con mille attenzioni avevano protetto sua madre avvolgendola in una coperta pesante, ruvida al tatto. Non doveva prendere freddo.

L’ambulanza avrebbe raggiunto la casa della paziente appena dimessa. Un movimento speculare (ma al rallentatore, aveva pensato Mattia) a quello che l’aveva condotta fin lì.

Dopo aver compiuto un’ultima ispezione alla stanza – nulla di lei doveva restare lì dentro, neppure un fazzoletto –, Mattia seguì la madre. Spinta in barella con molta prudenza dal ragazzo in divisa, attraversarono insieme i corridoi, poi l’ascensore e infine raggiunsero l’uscita.

Non avrebbe più scordato l’esattezza con cui i raggi del sole, appena la porta scorrevole si chiuse dietro di loro, colpirono il volto della madre. La luce era perfetta, moltiplicava il biondo dei capelli radi e le illuminava i lineamenti come una carezza; lei sorrise, poi disse qualcosa di dimenticabile su quella giornata.

La festa proseguì a casa. Il padre di Mattia aveva invitato alcuni amici: coppie con cui negli anni lui e la moglie avevano condiviso esperienze – fra cui avere figli, tanto che c’erano persino un paio di coetanei di Mattia. E ovviamente c’era la sua ragazza.

Erano tutti in cucina, attorno al tavolo su cui stavano dei bicchieri colmi di spumante (il servizio delle grandi occasioni, quello che la madre non voleva mai usare perché l’occasione non sembrava mai grande a sufficienza) e una torta con il nome di lei fatto di lettere di cioccolato, seguito dalla scritta bentornata. Quel nome che qualcuno, sbagliandosi, pronunciava mettendo una o dove c’era una a.

La nonna di Mattia – l’unica che gli era rimasta, un po’ acciaccata ma ancora lucida – era accompagnata dalla badante. Durante il ricovero della figlia le sue condizioni le avevano permesso di farle visita in ospedale soltanto un paio di volte, e adesso sedeva orgogliosa a capotavola: si tormentava il foulard con la mano malferma, e la badante glielo risistemava sibilando nella sua lingua fatta di spigoli qualcosa che suonava come un rimprovero bonario. La ragazza che da qualche anno si prendeva cura di lei verificava di continuo che la vecchia fosse presentabile. Soffiandosi il naso per la commozione di aver riabbracciato la figlia aveva sbavato un po’ il trucco leggero con cui aveva preteso d’imbellettarsi. E adesso doveva fare attenzione affinché non si sporcasse con la torta.

Poi alla spicciolata gli amici dei genitori se ne andarono, la sua ragazza pure, e anche la nonna scortata dalla badante tornò a casa sua. Rimasero loro tre, in cucina, fra bicchieri di spumante mezzi vuoti e piatti sporchi. Padre e figlio in piedi, la donna seduta sulla poltrona.

Hai visto, disse lei non si capiva rivolta a chi, c’era anche l’ingegnere.

Perché ti vogliono bene, rispose con eccessiva sicurezza il marito.

Mattia fece sì con la testa.

E poi la madre tentò di alzarsi, senza riuscirci.

Fu allora che Mattia scattò, quasi gettandosi su di lei: Fai attenzione, disse. Forse dovremmo… Poi rimase in silenzio, fulminato da uno sguardo del padre.

La presero sottobraccio, disponendosi uno a sinistra e uno a destra, e con pazienza inesauribile – un passo dopo l’altro, la sedia a portata di mano quando lei diceva di essere stanca – l’accompagnarono di là.

Qualche ora prima, quando erano arrivati gli ospiti, la madre si era fatta trovare già seduta in poltrona. Fra chiacchiere e ricordi inoffensivi tutto aveva suggerito un’idea di normalità.

Ma niente più avrebbe avuto i contorni rassicuranti di una festa in famiglia: la leggerezza esibita quel giorno era artificiosa, Mattia e suo padre erano i principali responsabili di quella e delle tante farse che sarebbero seguite.

Perché se era vero che la madre di Mattia era tornata a casa dall’ospedale, era altrettanto vero che ci era tornata per morire.

Dorme ancora

Ogni giorno, Mattia si sveglia con la certezza e con il timore che quella che è diventata la quotidianità – una quotidianità che in altri tempi non avrebbe tollerato – stia per svanire.

Se ha dormito nel suo letto, c’è un momento sospeso che gli permette di fingere che nulla esista. Ma quando poggia i piedi a terra, il contatto col pavimento di legno della sua cameretta di bambino lo riporta all’oggi. Ignora consapevolmente la stanza da letto dei suoi genitori – vuota – e mentre scende di sotto incontra per primo il gatto, che gli si struscia affettuoso sulle gambe per dargli il buongiorno; poi vede se stesso nello specchio del bagno. Per ultimo ritrova il padre in cucina: un caffè davanti bevuto per metà, la tv accesa sulle previsioni meteo e una sigaretta già spenta a impuzzolentire il posacenere.

(Al risveglio, qualche secondo dopo aver aperto gli occhi, Mattia vorrebbe richiuderli per ignorare la giornata che lo attende. Ma basta un accenno di progresso – un guizzo inaspettato da parte di quel corpo metastatizzato, ad esempio – e la giornata viene subito rubricata come piacevole. Tanto che la sera cerca in ogni modo di ritardare il sonno: mangia dei biscotti, scambia qualche sms con la sua ragazza, fa ordine fra le sue innumerevoli videocassette.)

Com’è andata la notte?, domanda Mattia.

Il padre alza le spalle e fa una smorfia. Sembra Jean-Paul Belmondo invecchiato e ingrassato, pensa Mattia; poi si corregge, perché la somiglianza fisica non c’entra niente: sembra un uomo che da giovane si atteggiava a Jean-Paul Belmondo.

Mattia consuma la colazione in silenzio, mentre il conduttore del meteo dice che la primavera fa i capricci, ma non bisogna disperare.

Vado di là, dice poi, mettendo nel lavello tazze e cucchiaini.

Solo allora il padre si decide a dire le prime parole della giornata: Dorme ancora.

«Di là» è il modo convenzionale con cui Mattia e il padre hanno preso a chiamare il basso fabbricato che, dopo il ritorno a casa successivo all’ultimo ricovero, ospita la madre e la sua malattia. Un edificio costruito una decina d’anni prima nell’ampio cortile: accanto all’officina del padre, dove un tempo c’era un pollaio sorge una specie di dépendance dotata di bagno e cucina. Mattia adolescente ci faceva le feste, lì dentro, e in questo modo – sotto la custodia blanda dei genitori, rassicurati dall’avere il figlio in casa – riusciva a ricavarsi uno spazio di libertà e divertimento. È in quel fabbricato che Mattia ha iniziato a scoprire il mondo.

La madre, incapace di affrontare tre rampe di scale per raggiungere la camera matrimoniale, è ora confinata in quella dépendance. Come se mettendo pochi metri di distanza – quanti saranno, dieci? – dalla casa vera e propria, il dolore potesse essere contenuto. Di là. Sembra quasi mimare l’abitudine di pensarla «al di là».

Il basso fabbricato è diventato il luogo in cui padre e figlio, a giorni alterni, dormono sul divano-letto a fianco del materasso ortopedico dove la donna riposa. Vegliano la madre, la moglie, in un tempo che, anche se sembra averne tutte le caratteristiche, non sarà infinito.

(Si hanno testimonianze di sepolture fin dall’Età della pietra: si tenevano lontani i morti per timore che tornassero.)

Non appena esce di casa, Mattia incontra persone che gli chiedono notizie. Dopo quel breve pomeriggio in cui hanno festeggiato insieme il rientro della madre, nessuno – tranne le amiche che vengono a trovarla di tanto in tanto – l’ha più vista, e allora la gente fa congetture.

Il figlio come un alunno preparato gestisce quel piccolo assedio fornendo un resoconto preciso. Non si rende però conto di adattare ogni volta il responso: contraddice le aspettative dei suoi interlocutori, li depista. Tanto più negli occhi di chi ha davanti Mattia legge lo scetticismo verso l’idea della sopravvivenza, più tende a minimizzare la ferocia del morbo, snocciolando le probabilità di riuscita del trattamento. Tanto più l’altra persona sembra non percepire l’entità della malattia, più lui cerca di sottolineare l’assottigliarsi delle speranze, l’allontanarsi della possibilità di salvezza.

Nel tempo ha appreso strategie sempre più sofisticate per nascondere la verità. Mente alla madre, alla sua ragazza, alla nonna – forse l’unica a credere che tutto possa ancora risolversi –, persino a se stesso.

(Mattia ha ventisei anni. Ne aveva diciassette quando sua madre si è scoperta ammalata. Sono trascorsi nove anni – più di cento mesi – da quel giorno. Ora lei ha cinquantaquattro anni, e li avrà per sempre.)

Marco Peano è nato a Torino nel 1979. Si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Einaudi. L’invenzione della madre (minimum fax 2015) è il suo primo romanzo.
Commenti
7 Commenti a “L’invenzione della madre”
  1. andrea scrive:

    Ce l’ho sulla scrivania ma per adesso non riesco ad aprirlo. Un anno fa ho perso mia madre per un tumore. Fra la diagnosi della malattia e la morte sono volati sei mesi. In mezzo, la lentissima ricostruzione di un rapporto.

  2. Domenico scrive:

    Ho appena finito di leggerlo, l’ho adorato.

  3. Bello. Sobrio e toccante al tempo stesso.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] tanta vita. Nel caso non lo abbiate ancora letto, non preoccupatevi, per mettervi in pari qui trovate un estratto e qui il teaser del libro realizzato da illo […]



Aggiungi un commento