Bon-Iver

L’inverno di Justin Vernon

Bon-Iver

(fonte immagine)

Nel 2011 Justin Vernon/Bon Iver pubblicò il suo secondo disco, ad oggi l’ultimo del cantautore americano. Pubblichiamo questo pezzo uscito all’epoca sul Mucchio, che ringraziamo.

di Claudia Durastanti

La domanda non è come è sopravvissuto ad Emma ma come è sopravvissuto a tutto il resto.

Io di Emma, la ragazza a cui stando alla leggenda pare sia dedicato il primo struggente album di Justin Vernon – meglio noto come Bon Iver – non volevo neanche parlare. Con il tempo sono giunta a dubitare che sia mai davvero esistita (e qui lui non conferma e non smentisce); per me For Emma Forever Ago era più un lungo addio recitato a una vecchia idea di se stesso, incubata negli anni e poi gradualmente rivelatasi inesatta. Così gli chiedo se ci è riuscito, a dire addio a quel Justin Vernon: “Direi di sì. Credo di essere andato oltre, con la mia vita e tutto il resto, per quanto sia stato complicato. All’inizio ci andavo piano, non riuscivo a stabilire se ero felice oppure no, nonostante il disco stesse andando bene e tutto fosse oggettivamente dorato intorno a me dopo la sua uscita. Ma sono passati quattro anni e ora posso dirlo, che sto meglio”.

A dispetto del senso comune, la tragedia ha molto a che fare con la giovinezza e meno con quel che accade dopo: come fa un artista ad affrontare questa riduzione di intensità che la vita gli impone? Non gli manca mai, il suo dolore? “Se ti manca, allora devi chiederti che tipo di persona sei per davvero. A quel punto, quello che stai facendo è desiderare il dolore, cercarlo, e io non so se ero in quella scia, forse mi illudevo di esserlo. Perché se ci rifletto su, allora mi rendo conto di voler essere libero dalla sofferenza; dal punto di vista artistico magari ti chiedi come farai a scrivere una canzone decente se non sei a pezzi, ma è un atteggiamento ingenuo. E’ strano che sia io a dirlo, considerando come è andata gran parte della mia vita: la tristezza è sempre stata l’emozione più facile da esplorare per me. E’ sempre stato così. Con  il disco nuovo mi sono messo alla prova per capire se ero in grado di esprimere anche una gamma di sentimenti più complessa”.

Nelle interviste Justin Vernon dichiara spesso che non legge libri e questo mi sorprende, data la natura letteraria dei suoi testi. In Towers – dall’album Bon Iver – c’è un verso, For the love comes the burning young/from the liver sweating through your tongue, che è già un classico; sono giorni che lo ripeto ad alta voce da sola. Quando glielo dico, nella nostra conversazione si apre una parentesi di silenzio e io so anche perché: come dichiarerà da lì a poco, spesso Vernon si sente estraneo rispetto a quello che ha scritto. Poi lui inizia a ridacchiare, a disagio, e io intuisco che c’è un preciso momento in cui le parole che ha inciso hanno smesso di essere affar suo e sono diventate solo mie, solo vostre: lui è libero di dimenticarsene. “Quando diventi così intimamente consapevole di quello che hai fatto vuoi solo stabilire delle distanze. Non devi sentirti così speciale rispetto a quello che è successo”.

Tuttavia, ci sono canzoni come Blood Bank (dall’omonimo EP del 2009) che hanno uno scheletro narrativo decisamente consapevole, e lì diventa più facile parlarne. “Blood Bank è diversa da tutti gli altri pezzi di Bon Iver. E’ uscita fuori per caso, stavo guardando un episodio di Northern Exposure (serie televisiva trasmessa in Italia con l’agghiacciante titolo Un medico tra gli orsi) incentrato sulla donazione del sangue e ho scoperto che gli indiani dell’Alaska sono in grado di stabilire l’identità di una persona in base al colore del suo sangue. L’idea mi ha affascinato e subito dopo ho scritto Blood Bank, ma forse ha più senso dire che si è scritta da sola. Anche il nome Bon Iver proviene da Northern Exposure: se ci penso, sono tanti gli episodi positivi della mia vita sono legati alla televisione (qui c’è un probabile riferimento a serial come Dr.House e Grey’s Anatomy che hanno la precisa inclinazione a usare le sue canzoni in momenti particolarmente glicemici della programmazione, circostanza che lo ha aiutato ad incrementare le vendite)”.

Io, invece, pensavo che Bon Iver fosse una frase che scriveva a margine delle lettere scritte agli amici durante il ritiro in una baracca del Wisconsin. “Sì, la prima volta che ho usato quell’espressione è stato in una lettera a un mio amico del North Carolina che suonava nei The Rosebuds. E’ stato lui a farmi notare che sarebbe stato un buon nome per una band”.

Anche Holocene, dal nuovo disco, sembra avere una storia: “E’ l’unico vero esempio di storytelling in Bon Iver. La seconda strofa parla della casa di un mio amico a Eau Claire (la cittadina del Wisconsin dove è cresciuto con la sua famiglia) in cui per la prima volta abbiamo scoperto cosa fossero le feste e abbiamo cercato di diventare adulti bevendo litri di birra e cose del genere. Un paio di anni fa quella casa è andata a fuoco e Holocene è diventata il segno di una perdita, il simbolo dei miei tentativi bruciati alle spalle. La terza strofa, invece, parla della notte di Natale che ho trascorso con mio fratello in mezzo a una tempesta di neve: tutte le autostrade erano chiuse per il ghiaccio e c’era una calma quasi angelica sospesa su di me. In quel momento ho capito che dovevo prendere una decisione e andare avanti. Che dovevo scegliere di stare meglio, e farmelo bastare”.

Uno dei problemi, con For Emma Forever Ago, è questo: a differenza di dischi il cui mito è stato trasmesso e alimentato dalla storia – come Berlin di Lou Reed, per esempio – questo album è stato un mito istantaneo, e tutti eravamo lì a raccoglierne l’importanza, a esaltarne le particolari condizioni di gestazione. Il mito, però, è una cristallizzazione arrogante, non fa venire voglia di lasciar perdere dopo? Di dire “bene, io mi fermo qui?”. “Lasciar perdere? Forse ci ho pensato, qualche volta. Ho sempre apprezzato l’aura leggendaria di un album, ma non credo che una persona – quando smette gli abiti del fan e indossa quelli dell’artista – debba farsi tentare dall’idea di entrare nella storia. Piuttosto, deve seguire il percorso che per lui naturale. E il mio percorso era questo: una persona normale – so benissimo che il mondo della musica non è sempre equilibrato, sta di fatto che io non sono un pazzoide, ho avuto dei problemi ma non tutti questi problemi – che vuole comporre canzoni. Non ho mai pensato di essere un eletto, o che la mia unicità derivasse solo dalla mia storia. L’unica cosa speciale in me, se c’è, è che cerco di diventare un musicista migliore e lavoro sodo per riuscirci”. A tal proposito, il verso And at once I knew I was not magnificent diventa particolarmente significativo: “Rendersene conto non è affatto deprimente. Non ho mai voluto essere un Gesù Cristo dell’indie-folk; durante quella famosa tempesta di neve la notte di Natale ho capito di essere abbastanza lucido da dire a me stesso Ok, non sei magnifico, non sei glorioso. Ho intuito che ridimensionandomi sarei stato più tranquillo, più siamo piccoli più siamo sereni. Più belli, anche. E io sono più interessato a essere un buon amico, un buon compagno in una band e un buon familiare più di quanto sia interessato a essere un’icona”.

Bon Iver è un viaggio attraverso città reali, immaginarie e vari stati di coscienza. Ma dov’è Justin Vernon adesso? “Non sono stato in molti di quei posti, alcuni dei quali sono del tutto inventati. Sono città metaforiche; non avevo mai visto Calgary in vita mia e la canzone parla appunto di qualcosa che era al di fuori della mia portata: quando l’ho scritta, per me era la metafora dell’amore da prendere sul serio, qualcosa che per l’appunto non conoscevo. Non ci sei mai stato, in quella città, eppure senti di comprenderla. Adesso sono a Beth/Rest: Bon Iver mi ha aiutato enormemente sotto il profilo dell’autostima e dell’accettazione di me stesso, e questo accade proprio nell’ultima traccia del disco. Lì, finalmente, mi sono potuto fermare. E ho accumulato le forze necessarie per ripartire”. Eau Claire, però, non viene mai citata, nonostante secondo lui ci siano riferimenti molto strani sulla sua città natale disseminati in tutto l’album. “Forse è più semplice metterla così: Bon Iver non è un disco su Eau Claire ma sul mio posto nel mondo, che solo per coincidenza si trova nel Wisconsin. Per chi lo ascolta, Bon Iver parla del luogo in cui quella persona si sente a casa e può farne quello che vuole, riscriverlo in tutti i modi che preferisce. Quel che vorrei che accadesse è che il disco parlasse di te, di quello che vuoi, ovunque tu sia”.

A quel punto dico a Justin Vernon che per me immaginare il suo eterno inverno non è facile. Una volta ho intercettato un pezzo di For Emma Forever Ago mentre ero in macchina, nel cuore di agosto, e ho fatto uno sforzo non indifferente per non toglierlo, c’era un senso di spiazzamento molto forte. Lui annuisce, ma non credo abbia capito cosa intendo davvero.

Bon Iver è un disco che abbraccia tutte le stagioni, in questo ha più la qualità della vita che quella della sofferenza. Il primo album era molto più materiale e legato alla terra, questo sembra sempre sul punto di dissolversi, è tutto vago, non si vedono i corpi. “Non è il disco dell’inverno e la copertina lo è solo in parte, in realtà ci sono delle lacerazioni che lasciano intuire il cambiamento. A dirla tutta, è un album primaverile, è un vero invito al risveglio. Bon Iver parla di un’idea, un’idea infinitamente superiore a tutti noi, e volevo che questo si riflettesse nel suono, che è più corposo e caldo. For Emma era sottile e legnoso, tremava a ogni colpo ed era sempre sul punto di andare in pezzi. Bon Iver è più forte, si fa largo da solo; è come un seme piantato nella terra che erompe in superficie in altra forma. E in questo ha un che di misterioso”.

La grazia del primo disco, per me, era data dall’assoluta mancanza di controllo di chi lo aveva scritto. Sembrava non ci fosse consapevolezza o premeditazione, e questo aspetto deve essersi inevitabilmente perso nel tempo: oggi, Justin Vernon sa di essere Bon Iver. Cosa ci perde e cosa ci guadagna? “E invece le cose non stanno così. Per quanto sia stato il frutto di una scelta artificiale e imposta, ho deciso di lasciare andare le redini di nuovo, non mi sono messo in cabina di controllo, proprio per ricreare le condizioni compositive del lavoro precedente. Anche se le canzoni suonano in modo molto diverso, il processo incosciente con cui sono state scritte è praticamente lo stesso”.

E io che pensavo che questa volta lui fosse nel pieno delle sue facoltà mentali: “E’ il risultato che ti spinge a pensarlo. Ma in fondo, cosa sapevo di più rispetto a prima? Che avevo più tempo a disposizione, che c’erano più colori nella mia tavolozza e una strumentazione meno ridotta. Ma il modo in cui le canzoni vengono modellate nel mio subconscio non è cambiato, mi appaiono sempre in testa come idee bizzarre. Ho lasciato che gli altri membri della band ne ampliassero il respiro e riempissero il suono man mano che venivano fuori. Per il resto, è rimasto tutto inalterato, davvero”.

Fuori dalla cabina nei boschi, però, l’eco di qualche interferenza deve essergli arrivato. Che se ne è fatto, della musica che gli gravitava attorno? “Ascolto tanta roba vecchia che mi fa sentire a mio agio, non sono un gran scopritore di situazioni nuove. Negli ultimi anni sono stato in tour e ho lavorato a Bon Iver senza ascoltare quello che mi circondava: niente hip hop, per dire, e molto Duke Ellington. Sicuramente ci sono dei riferimenti inconsci, ma quando scrivo non assumo mai quell’atteggiamento “ecco, voglio che il disco abbia questo suono. Bon Iver è più un sottoprodotto della memoria, è il residuo e l’elaborazione di tutto quello che ho ascoltato nella mia vita. Le canzoni che mi hanno formato sono tutte lì dentro, da qualche parte”.

La parola hip hop, inevitabilmente, chiama in causa l’altra persona di cui non volevo parlare, Kanye West, a cui Vernon ha prestato la base di Woods per un campionamento e persino la sua persona per un duetto sul palco del Coachella di quest’anno, oltre a collaborare a una traccia di My beautiful dark twisted fantasy del 2010. Cosa ti insegna, uno come Kanye West, ammesso che ti insegni qualcosa? “E’ un artista molto carismatico e stare attorno a figure del genere ha sempre un minimo di conseguenze. Ma non ci sono tracce di quelle sessioni nel mio disco, non ho preso niente di specifico da quella collaborazione. E’ stato interessante osservarlo, tutto qui”.

Justin Vernon è molto consapevole del suo posto al mondo e ha un senso così acuto del limite che faccio a ricordare quanti anni abbia per davvero (trenta, per la cronaca). Cosa gli accadrà a molti anni da adesso? “Spero di continuare a fare musica. Voglio scrivere canzoni, lavorarci sopra, rinnovarmi, stare a posto con la mia famiglia, far parte di un cambiamento culturale positivo. Smettere di evolvere sarebbe un peccato. Sono aperto a qualsiasi possibilità”.

Quando confessa che vorrà essere un bravo padre, un giorno, più di quanto vorrà mai essere una celebrità, io gli credo. La modestia, in chi anticipa qualsiasi sofferenza per il timore che le cicatrici saranno brutte a vedersi, è solo noiosa. In chi ne ha viste tante – e Justin Vernon lo dice, con la voce contratta, dopo qualche pausa, che ha attraversato stagioni di cui era meglio ignorare la durata e l’intensità e che essere felici non è poi questa cosa di cui vergognarsi – è solo una forma sensata e particolarmente elegante di sopravvivenza.

Claudia Durastanti ha pubblicato per Marsilio i romanzi Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (2010) e A Chloe, per le ragioni sbagliate (2013) e per minimum fax Cleopatra va in prigione (2016); un suo racconto è incluso nell’antologia L’età della febbre (minimum fax 2015).
Aggiungi un commento