lions bonnie nadzam

This is not an exit. “Lions” di Bonnie Nadzam

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(Immagine: Alexander Ramsey)

Una distesa piatta e asciutta di terra gialla bruciata dal sole, battuta dal vento, in mezzo al nulla. Fattorie. Un pugno di case basse, circondate da campi di grano e raggruppate intorno a una Main Street su cui si affacciano un diner, un bar, una ferramenta. Una chiesa, quasi sempre. Una cisterna dell’acqua o la vecchia torre di un mulino a vento, a volte. Magari una piccola scuola elementare, lo scheletro di una fabbrica abbandonata: residui di un passato non troppo remoto in cui ancora si coltivavano, oltre al grano, irrazionali ambizioni di crescita. Sagre paesane alcoliche e danzerecce. Popolazione perlopiù di mezza età, molti anziani, qualche bambino, pochi adolescenti; contadini, allevatori, un predicatore, il pazzo del villaggio, alcuni commercianti rimasti a gestire la manciata di negozi ancora in attività. Solitudine, antichi rancori, solidarietà. Ai margini del centro abitato una o due stazioni di servizio. Oltre i confini urbani, lungo le interstatali, cartelli e segnali stradali a indicare che sì, malgrado tutto un mondo là fuori esiste e si annuncia con le gigantesche e pacchiane insegne al neon di bowling, fast food e motel.

Nel nostro immaginario la provincia americana è un puzzle composto di pochi tasselli, sempre gli stessi, ricombinati in un numero limitato di variazioni. Una versione liofilizzata di quel complesso e irriducibile ecosistema di periferie urbane e semi-urbane, sobborghi, small town, villaggi e città fantasma disseminato su una superficie di cinquanta stati che, attraverso molteplici declinazioni narrative, si è lentamente fuso e rimodellato, trasformandosi in un non-luogo mentale, più che geografico o sociale, indistinto e pressoché uniforme.

Generazioni di scrittori e sceneggiatori ci hanno così abituati a considerare lo spazio immenso e variegato che si estende al di fuori delle grandi città come il set ideale in cui mettere in scena “vite comuni ma straordinarie” di persone qualsiasi che compiono azioni all’apparenza banalissime, ma in realtà universali, archetipiche. Sherwood Anderson, William Faulkner, Raymond Carver, Jim Harrison, Kent Haruf, Tom Drury, Breece D’J Pancake, Nickolas Butler: sono solo alcuni degli inventori di un’America rurale, riservata, remota, in cui la provincia arriva a identificarsi non solo con l’America tout court, ma con tutto il mondo. E gli uomini che in quelle storie vivono le loro esistenze quotidiane non sono semplici uomini, ma la rappresentazione stessa dell’umanità.

Ovviamente, come ogni rielaborazione letteraria, anche l’invenzione di una provincia insieme chiusa in se stessa e universale finisce per essere più interessante della realtà stessa. È banale ripeterlo, ma non inutile: perché a forza di considerare le piccole comunità dei Grandi Romanzi Rurali come microcosmi di riscatto e redenzione, fallimenti e rinascite, fragili punti di equilibrio tra autorealizzazione e condanna, rischiamo di dimenticare una verità molto più bieca.

E cioè che, nella maggior parte dei casi, vivere in un paesino sperduto nel mezzo dell’America centrale o occidentale è, più realisticamente, una merda.

A ristabilire un equilibrio più ragionevole tra realtà e finzione interviene ora Bonnie Nadzam, che nel suo secondo romanzo, Lions (pubblicato in Italia da Black Coffee nella traduzione di Leonardo Taiuti), mette in scena l’ultima estate di una minuscola comunità morente, depressa e rassegnata al fallimento di sogni e ambizioni, avviata sempre più rapidamente ad annullarsi in una ghost-town. I primi coloni la chiamarono così, con “un nome figlio di un’inventiva sfrenata e di irragionevoli speranze”, ispirandosi ai leoni di montagna degli altipiani che scendevano talvolta in pianura, ma rimasero delusi: “di leoni non se ne erano mai visti” e gli abitanti di Lions finirono presto prigionieri di un’esistenza senza scopo né motivazioni, condannnata a bastare a se stessa così com’è.

Piantata nel cuore brullo del Colorado, Lions si rassegna ad ammettere la sua natura di comunità priva non solo di futuro, ma anche di passato. Esaurite le spinte avventurose che da sud e da est spingono carovane di pionieri all’inseguimento dell’irraggiungibile miraggio del Sogno Americano, di una frontiera che si allontana sempre di più, i viaggiatori si ritrovano ormai privi di energia e volontà per proseguire oltre. In una situazione di stasi perenne, agli abitanti non resta che accontentarsi dell’illusione di ciò che sarebbe potuto essere e non è mai stato. Il sogno si trasforma così in racconto, il racconto in leggende, le leggende, con il tempo, in fandonie.

A tenere in vita Lions non c’è ormai nient’altro, in quell’ultima estate, se non un ricco repertorio di storie di fantasmi che popolano quasi ogni luogo o periodo storico della cittadina. Come lo spirito di Lucy Graves, antica colona dai capelli color latte da cui prende il nome il diner di Jefferson Street, che lavorando all’uncinetto racconta il triste destino dei primi abitanti della città, rimasti bloccati per sempre in quella terra arida e assolata. O le oscure presenze che sembrano infestare le rovine dello zuccherificio, la vecchia stazione di servizio abbandonata, la scuola elementare in cui morì, congelata durante una tempesta di neve, la maestra che attendeva invano il suo amante fedifrago. Sulla pianura che assedia la cittadina alcuni giurano ancora oggi di vedere i fantasmi dei coloni che, arrivando dal New Mexico in cerca di fortuna, scomparvero nel nulla senza mai raggiungere la terra che sognavano. E infine Lamar Boggs, “il pioniere dimenticato” che forse prosegue un’esistenza infinita nelle montagne su a nord e a cui la famiglia Walker, una delle più antiche e bizzarre della città, sembra legata da un enigmatico vincolo tramandato nei secoli di padre in figlio.

Di racconto in racconto gli abitanti di Lions si circondano di spettri, salutano chi parte per sempre, si prendono cura di chi resta. Non vogliono ammettere di vivere in un mondo diverso da quello che immaginano. Ma non si può mettere a tacere per sempre la consapevolezza della verità: “Per quanto tempo si può abitare un luogo ed essere convinti di abitarne un altro che in realtà non esiste?”.

Una domanda di cui Leigh Ransom sembra non voler conoscere la risposta. Lei sa già che il mondo di Lions non è quello in cui vuole passare la vita: Lions non esiste per lei, non è mai esistito. Ha diciotto anni, è bella e ambiziosa, vuole tutto ciò che quel paesino smarrito nel cuore del Colorado non può darle: sogna negozi, feste, scarpe nuove, vestiti. Il college la aspetta. Aspetta lei e Gordon Walker, il figlio del saldatore di Lions, il compagno di tutta la sua vita fino a quel momento e con cui non vede l’ora di cominciarne una nuova, più bella e ricca, altrove. Ovunque tranne che lì. Finché, un giorno di giugno, uno straniero senza nome compare all’improvviso in città con il suo cane, provocando una misteriosa catena di eventi che si concluderà con l’inspiegabile annegamento del misterioso John Doe nella cisterna dell’acqua e la successiva e improvvisa morte del padre di Gordon. Che prima di morire lega il figlio all’adempimento di un dovere opprimente racchiuso nelle sue ultime, sibilline parole: “È stato il lavoro della mia vita. E, in un modo o nell’altro, sarà anche il tuo”.

Ciò che che Bonnie Nadzam realizza in Lions, con una scrittura di altissimo livello, incredibilmente immaginifica e allusiva, è un punto di svolta significativo nella genealogia letteraria del Grande Romanzo della provincia americana. Discostandosi da un filone narrativo che ha spesso dipinto la vita nelle piccole comunità come un diorama di esistenze infinitamente complesse nella loro apparente semplicità, capaci di trovare grandi significati nelle piccole cose, nella cura reciproca e nella creazione di scopi e possibilità anche laddove sembra destinato a trionfare il solido nulla, Lions si configura come un buco nero in grado di risucchiare e assorbire ogni pur minima volontà di fuga. Un posto in cui la vita, lungi dall’essere speciale, è poco più che attesa svuotata di valore.

A Lions il Sogno Americano raggiunge il punto massimo della sua erosione e anzi si spinge persino oltre: rinnega se stesso, trovando senso solo nella rivedicazione dell’assenza, nella casualità della vita e nell’annullamento di sé. Sembra essere proprio questo il sogno del nuovo Gordon, quello che si sostituisce al padre dopo la sua morte, sparisce per giorni su al nord, abbandona ogni desiderio precedente e si vota a un sacrificio perenne che lui non spiega e nessuno capisce. “C’è così tanto silenzio”, confida a Leigh che cerca di convincerlo ad andarsene da lì con lei, “così tanto spazio vuoto. Quello che fino a un attimo prima ti era parso importate di colpo scompare… Tutti i tuoi progetti. La preoccupazione di dover fare qualcosa nella vita”.

Altezza di scrittura e originalità di concezione generale sono però messe da Bonnie Nadzam al servizio di una storia di cui, stranamente, si fatica a comprendere il senso. Concentrandosi sulle due opposte spinte rappresentate dai personaggi di Leigh e Gordon, che incarnano rispettivamente la legittima volontà di fuggire e l’ostinazione a restare malgrado tutto e contro ogni logica, Nadzam costruisce un rapporto claustrofobico e asfittico che contrappone Leigh a tutti gli altri. Un gioco di equilibri in cui, paradossalmente, a giocare un ruolo negativo è la pulsione di fuga. Il desiderio di Leigh di abbandonare un microcosmo moribondo per trovare quell’autentica pienezza di sé che le è sempre mancata nella ristretta dimensione di Lions crea un movimento narrativo in caduta libera, che disgrega il personaggio rendendolo la pecora nera della comunità.

Gordon non capisce più la volontà di liberazione di Leigh. La madre la rimprovera e la umilia mettendola continuamente di fronte all’eccessiva e forse ingiustificata consapevolezza di sé e delle sue supposte qualità, arrivando addirittura a incolparla per il desiderio di volersi fare una vita. La madre di Gordon liquida questo suo desiderio come una sciocca vanità da ragazzina: “Le passerà”, dice. Il modello esistenziale di Lions sembra essere, incomprensibilmente, proprio Gordon: un adolescente ridotto al fantasma di se stesso da doveri inesistenti nei riguardi di una comunità in estinzione, un giovane del tutto alienato che esercita una continua e insistita pressione aggressivo-passiva su una ragazza in lotta con una specie di sindrome di Stoccolma.

Negli occasionali scatti temporali con cui Bonnie Nadzam ci lascia sbirciare nel futuro di Leigh, e soprattutto nell’angosciante capitolo finale, noi capiamo che, molto tempo dopo quell’ultima estate, la ragazza che voleva fuggire da Lions per trovare il suo scopo altrove è diventata una donna disillusa intrappolata in una vita di inganni: ha ottenuto ciò che voleva ottenere, ma in fondo ha fallito come tutti, prendendo – ormai lo ammette – la strada sbagliata. Doveva restare a Lions, per sparire insieme a tutti gli altri.

È lecito chiedersi se sia davvero questo che chiediamo alla letteratura. Colpevolizzazione dei desideri di riscatto, trasformazione della forza del racconto in bugie buone solo a prolungare l’accanimento terapeutico di esistenze infrante, abbandono a rassegnazione e a fallimento, giustificazione del nulla cosmico che cerca in tutti i modi di divorarti, fino a farti credere che è giusto così, è così che deve andare. Se nasci fallito, non puoi ribellarti. Di più: è sbagliato farlo, è moralmente riprovevole. Sei un fantasma, come tutti. Molta narrativa americana ci insegna che spesso i tentativi di cambiare le cose sono destinati a fallire. Lions sembra volerci dire che quegli stessi tentativi sono la strada sbagliata da prendere. Sembra volerci dire che, nella vita, il nostro dovere è restare lì, incatenati agli spettri, ad aspettare il momento in cui, finalmente, ci dissolveremo per riunirci a loro.

“Se avete mai amato davvero qualcuno, saprete che c’è un fantasma in ogni cosa”. Così si apre Lions, con una dichiarazione d’intenti che, per vie traverse e involontarie, sembra richiamare una frase di David Foster Wallace. A me il secondo romanzo di Bonnie Nadzam ha fatto tornare in mente un’altra frase di Wallace, quella secondo cui la narrativa dovrebbe soprattutto spiegare “cosa significa essere un fottuto essere umano”. Bonnie Nadzam vuole spiegare piuttosto cosa significa essere un fantasma. Peccato che, raccontandocelo, sembra aver scordato che uno dei compiti della letteratura è aiutarci a trovare una via d’uscita, non spingerci a intrappolarci nel fallimento.

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
Commenti
Un commento a “This is not an exit. “Lions” di Bonnie Nadzam”
  1. Joelansdale scrive:

    Che mediocre recensione, priva di empatia e scritta male. Per fortuna certi obbrobri esistono solo su web e non su riviste di critica letteraria, altrimenti si dovrebbe pensare davvero che la critica letteraria è morta.

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