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Lions: storie da luoghi che scompaiono

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Si chiama Gassing up at Roy’s la fotografia di Ralph Graf che ha vinto il Sony World Photography Awards per la categoria viaggi: “è stata scattata alla stazione di servizio e motel di Roy a Amboy, in California… Un paese quasi abbandonato sulla Historic Route 66, lontano da qualsiasi altra stazione di servizio o strada principale”.

L’aspetto di Lions, quell’incrocio di strade e case che Bonnie Nadzam racconta nell’omonimo romanzo, pubblicato lo scorso marzo dalla neonata Black Coffee, deve assomigliare a questa fotografia, condividerne l’aspetto rassegnato e fantasmatico di uno spazio che svanisce ogni secondo più velocemente.

A Lions, Colorado, non succede mai niente; sembra quasi che, di fronte agli spazi vuoti, il tempo decida di scorrere più lentamente, di riavvolgersi infinitamente. Nell’estate che racconta Bonnie Nadzam, Gordon e Leigh devono decidere se frequentare o meno il college: lui lavora col padre, un uomo che sembra esistere solo negli intervalli, mentre lei passa “quelle afose giornate di giugno, luglio e agosto” a lavorare al diner “dove lei, fantasma di una città fantasma, era condannata a servire i viaggiatori”. Qualcosa cambia quando un giorno appare un misterioso uomo con un cane al seguito: come nelle più tradizionali linee narrative, l’arrivo dello straniero scombina l’esistenza di tutti, rivelando la vera natura di Lions, un luogo di epifanie, allucinazioni e fate morgane.

Anni prima dell’inizio di questa storia a Lions, c’erano un paio di stazioni di servizio in attività, perché la cittadina era collocata su una strada che collegava l’est con le promesse dell’ovest, ma, nel tempo, deviazioni e strade più comode avevano finito per tagliata fuori e così una era stata chiusa e i proprietari erano ripartiti per Denver. “La stazione fu saccheggiata e per anni rimase vuota e aperta, alla mercé degli agenti atmosferici. Divorava tutto il nevischio, la pioggia, il sole e il vento, e ogni volta che ci andavi vicino minacciava di risucchiare anche te”: diventa così un portale di comunicazione, il luogo in cui i ragazzi di Lions diventano adulti, in cui il futuro si disvela loro. “Il gioco consisteva nell’avvicinarsi da soli alla stazione di servizio deserta – gli amici aspettavano a una cinquantina di passi di distanza – chiudere gli occhi, girare tre volte su se stessi in senso antiorario, contare all’indietro da dodici e poi riaprire gli occhi. In quell’istante, dalla polvere e dalla luce prendeva forma un te stesso del passato e del futuro, che aveva sempre una qualche direttiva da darti … Una volta che avevi deciso di affidarti alla Echo Station, chiuso gli occhi e girato tre volte su te stesso, tuttavia era troppo tardi. Il tuo destino era segnato, la direzione stabilita”.

Nadzam mette in scena il disvelamento del destino dei pochi abitanti di questa città, racconta come i corpi resistano al cambiamento, ma di come finiscano disgregati a poco a poco dal vento e dalla natura. Il suo è un romanzo sul lento decadimento, sull’erosione che ci mette secoli per diventare evidente: non è forse un romanzo pienamente riuscito, perché sembra voler dimostrare una tesi, con tutti gli strappi e gli sforzi dei libri che vogliono dire qualcosa, invece che raccontarla, ma è chiaro che Bonnie Nadzam conosce la materia di cui vuole scrivere. Lo scorso anno, infatti, è uscito Amore e antropocene (Stampa Alternativa, 2016), un saggio scritto con Dale Jamieson, importante filosofo ambientale, che prova a parlare, attraverso cinque racconti, di cos’è la natura dopo l’uomo, di com’è che è la vita, l’amore, quando la terra diventa antropizzata al punto da non poter vanificare la nostra presenza sul pianeta: in un certo senso Lions si muove nel solco di quegli interrogativi.

La loro era una terra inospitale, troppo dura, polverosa, secca, povera, che non offriva né lavoro, né prospettive. La cosa davvero stupefacente era che fossero rimasti tutti così a lungo. Per anni, come uccellini che spiccano il volo uno a uno, gli abitanti di Lions avevano gradualmente abbandonato la città. … Nei vecchi negozi di mattoni e nelle case imbiancate le finestre erano state sbarrate o rotte a sassati, occhi ciechi di un mondo che molti anni prima era stato reclamato al prezzo di tanto sangue.” I luoghi vivono e i luoghi muoiono, anche le strade invecchiano.

Emmanuela Carbè in L’unico viaggio che ho fatto (minimum fax, 2017) racconta di come la variante di valico – essenzialmente una serie di gallerie che dalla Toscana portano al di là dell’Appennino – abbia reso la precedente via di comunicazione superflua, ricollocandone l’identità a strada panoramica, titolo malinconicissimo che si traduce in una costellazione di paesini in via di estinzione e di punti di sosta (Autogrill, svincoli, motel che sovrastano le cime dei monti) che assomigliano adesso a installazioni pronte per essere demolite.

Area di servizio Sarni di Roncobilaccio Ovest – scrive Carbè – I bagni al piano terra sono vuoti, puliti, intatti, come se non fosse passato ancora nessuno. Andiamo al piano di sopra e il ristorante Gusto, il mio ristorante, è stato chiuso, l’insegna scomparsa, … Roncobilaccio Ovest ridimensionato, storpiato, mutilato. Tutta una zona a forma di elle è scomparsa, la si intravede dietro le barriere che fanno come il séparé di una stanza di ospedale.” Chiunque si sia fermato qui – e qui si sono fermati tutti, sempre, per decenni – ricordano un posto diverso, il posto dove si sostava un attimo, si tornava a respirare l’aria fuori dalle automobili, si interrompevano le trasmissioni radio che annunciavano i rallentamenti sulle autostrade. I più celebri tra qui rallentamenti erano proprio quelli di Roncobilaccio, quelli che hanno reso necessaria la variante: dall’inaugurazione del valico, però le cose sono cambiate, la strada scorre, la radio non serve neanche più. Nel libro, Carbè si ferma a parlare con Simonetta, l’unica addetta al bar di un autogrill prima frequentatissimo e adesso tagliato fuori dalla grande comunicazione, e le chiede se quello spazio può essere ancora salvato e lei risponde no “con un’intelligenza straordinaria, di quelli che sanno come si lotta al mondo, sanno che il mondo andrà avanti malgrado noi”.

A Marfa, in Texas, in mezzo al deserto c’è un (finto) negozio di Prada diventato straordinariamente famoso negli ultimi anni, un po’ perché non esiste fotografo di moda che non ci abbia ambientato almeno uno shooting, un po’ perché è davvero un’installazione artistica di grande significanza. È un’opera di una coppia di artisti danesi e esempio di cosa possa essere oggi la Land Art: quel posto è stato costruito per svanire, per essere demolito dal tempo, esattamente come la Spiral Jetty di Robert Smithson o il Double Negative di Michael Heizer. Se i due pionieri della Land Art ridisegnavano i fondi dei laghi o scavavano le rocce del deserto del Nevada, in attesa che la terra si riprendesse i suoi spazi, Elmgreen & Dragset costruiscono un negozio perché muoia.

Si ferma là anche Giorgio Vasta, nel suo recente Absolutely Nothing (Humboldt/Quodlibet, 2016): da quelle parti non c’è poi molto altro da vedere del resto, nonostante Marfa sia diventata luogo noto al turismo cosmopolita grazie alla Chinati Foundation di Donald Judd e a una congiunzione di scrittori e artist residencies. Se il suo è un libro sulla svanizione delle cose – quando si legge Lions, si ha l’impressione di aver conosciuto tutti i suoi personaggi già tra le pagine di Vasta – come potrebbe sottrarsi a quella installazione, che resiste come può in mezzo al vento, la sabbia, le luci aliene che compaiono nel cielo di questo quadrilatero di terra? Davanti a questo negozio che negozio non è, Ramak, il fotografo che lo accompagna, racconta che “tre giorni dopo l’inaugurazione qualcuno ha rubato scarpe e borse e ha distrutto il resto”, così lo hanno rimesso in piedi, protetto con un allarme, lo hanno collegato a un sistema di sicurezza: la svanizione improvvisa non era stata prevista da chi lo aveva collocato lì e allora si era voluto invertire il progetto, trasformando Prada Marfa in un’installazione perenne, erosa sì, ma studiatamente.

Se c’è una lezione che mi pare di trarre da queste opere o da questo improvviso rifiorire di letteratura del disperso – che sia Carbè o Absolutely Nothing – è che bisogna guardare al tempo senza nostalgia, ma come una dimensione, come all’altezza, la profondità o alla larghezza delle cose. I luoghi vivono, i luoghi muoiono, i luoghi sono la stratificazione dei luoghi stessi: una città è le città su cui poggia le fondamenta, le ere geologiche della sua storia recente. Che quindi le città non muoiono mai veramente, come le persone non muoiono mai: si trasformano in qualcos’altro, bucano la superficie del tempo o si coagulano intorno a un tratto temporale che esisterà nello stesso modo in cui esistono le stelle: come una fonte di luce e di informazioni che ci raggiunge, ma che forse è scomparsa da secoli.

Così le persone da Lions se ne vanno e così le persone a Lions esisteranno per sempre come una carovana di coloni in cammino – avete mai visto Meek’s Cutoff? una cosa del genere -, un grumo di materia che gravita nello spazio e nel tempo e che divora tutto quello che è diverso da sé.

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
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