L’ipersonno

di Carlotta Vissani

L’ipersonno è una condizione globale. È uno status diffuso, come un’epidemia asintomatica che sgretola il sistema nervoso in tante piccole molecole disconnesse senza più ombra di attività elettrica. Mi è venuto in mente l’ipersonno per due ragioni fondamentali: la prima è che stanotte ho sognato di essere Sigourney Weaver e alla memoria è affiorato il terzo episodio di Alien in cui l’ipersonno era una letargia indotta furbamente per far sì che il corpo non invecchiasse nei lunghissimi viaggi nello spazio (si parlava anche di decenni). E mi sono detta che questa sospensione/glaciazione capsulare/fisico/mentale era qualcosa di necessario, conservativo, fondamentale per poter salvaguardare la vita, un’invenzione geniale.

Mi trovavo in un luogo pubblico – di quelli che mixano la nostalgia per le antiche tradizioni ai materiali innovativi e quindi via con il design, l’acciaio satinato e gli sgabelli che sposano la plastica arancione a forme irregolari di gambe artificiali pronte a sorreggere menti e deretani in attesa di risposte – ed era come se ci fosse un muro invisibile ma spessissimo a separare due blocchi di carne umana. Nessuno poteva vederlo, io sì. E lo vedevo non perché sia dotata di capacità paranormali, ma perché spesso il punto di vista dell’osservatore – se opportunamente collocato nello spazio fisico e architettonico a disposizione – consente alcuni impercettibili vantaggi. Dal fondo del locale, sotto decine di scaffali rimpolpati di libri e storie in preciso ordine alfabetico, osservavo il pubblico in faccia, tutti seduti composti, in ascolto mentre, dall’estremità opposta, giungevano gli echi della caciara, della leggerezza necessaria del vivere, mani che gesticolavano, bocche che si aprivano, capelli che ondeggiavano. Entrambi avevano le loro ragioni per essere inseriti in quel quadruccio di spazio a loro riservato: chi per assorbire, interiorizzare o semplicemente presenziare a un annuncio letto sulle pagine del giornale, chi per sfogare, liberare, dimenticare, tergiversare. Necessità che vanno, in ogni caso, assecondate laddove la pulsione che dà origine al comportamento è frutto della libera e consapevole scelta. Quelli che stavano nel reparto “mente” si stavano interrogando, non senza sguardi perplessi e preoccupati, su come stanno cambiando i consumi, su quali settori ricadono quelle quattro lire che ci sono rimaste ancora in tasca, su quali sono le ragioni per cui un genitore, la domenica pomeriggio, porta suo figlio sotto i neon accecanti di un centro commerciale piuttosto che a vedere le vacche al pascolo o, se non le vacche, i riflessi del sole nel fiume o, se non le sponde di un canale d’acqua melmoso, almeno a giocare a calcetto in un polmone erboso in cui, se tutto va bene, riuscirà a scartare abilmente carte stracce, bottigliette di plastica, mozziconi di sigaretta ed escrementi animali. E allora forse sì, meglio il centro commerciale nella sua asettica igiene, come quello progettato da Renzo Piano, il Vulcano Buono, nella steppa desolata del CIS (Centro Ingrosso Sviluppo, la più grande cittadella di vendita all’ingrosso d’Europa) nei pressi di Nola, in Campania. Lì, sfido chiunque a trovare un luogo migliore per passare un pomeriggio libero. Si parlava di questo, di come reinserire i nostri vecchi nella catena lavorativa perché, per quanto conservatori, hanno spesso quel quid in più ancora valorizzabile e poi un esercito di brillanti menti in odore di precariato non può e non deve provvedere al saldo delle loro pensioni. Si discorreva dell’iPad, mostro di tecnologia che diviene oggetto di culto, feticcio da possedere per sentirsi al top dell’avanguardia, sperando che tra un mese non ne esca una versione più sofisticata, più che altro perché non ci sono più cassetti liberi per i contratti di rateizzazione e dilazione. E ci si ricordava, o meglio un giovane autore ricordava, di quando Beppe Grillo faceva dell’ironia immaginando di distruggere il suo ultimo acquisto tecnologico perché fuori dal negozio si rendeva conto che, nella manciata di secondi in cui la carta di credito aveva processato l’acquisto, qualcuno aveva già pensato a come migliorare le performance del mostro di plastica e chip appena impacchettato. Di questo discorrevamo, pur essendo tutti saldamente legati alla logica del virtuale, pozzo infinito di spunti e informazione, strumento topico della nostra quotidianità. Tutto questo mentre un pacioso e condivisibile Gramellini ipotizzava che nell’aria siano state sparse sostanze impercettibili e dannose che addormentano le coscienze e che annullano la ricerca dell’individualità. Dall’altra sponda, a pochi metri di distanza da questo nugolo di comuni pensatori, si levava una musica pulsante fatta di bit e bassi insieme a calici di vino e champagne, tartine ripiene e gossip di fine giornata. Una massa rumorosa dai movimenti sconnessi che interferiva con l’attività mentale di alcuni irriducibili. Una richiesta si è levata sommessa: abbassate il volume del microfono! L’ipersonno è efficace, ma certe frequenze sonore possono spezzarlo. La fantascienza non esiste più nella sua dimensione immaginata, sia essa narrativa o cinematografica, è nel qui e ora. Come un raggio laser, buca la retina di chi è ancora vigile e cova il segreto desiderio di lasciarsi andare a un sonno ristoratore che obnubili, anche solo per un istante, i grilli parlanti. Continuano a volteggiare nella mia mente i fotogrammi del primo lungometraggio di Lucas, L’uomo che fuggi dal futuro, ambientato in una realtà distopica in cui il sentimento deve essere bandito, la morale distrutta, il pensiero livellato, la ribellione sedata, messa a tacere attraverso l’assunzione di droghe per controllare le menti. Distopica: il contrario di utopica, quindi indesiderata. Una società in cui il genere umano viene riconosciuto con una sigla alfanumerica, un mondo in cui lo stato catatonico è imposto, una realtà – disturbante – di dittatura tecno-psicologica. Solo che Duvall almeno provava a scappare, immerso nel niente bianco latte senza percezione di profondità e confini. Oggi, nell’hic et nunc che si ripete uguale a se stesso infinite volte, penso ai mostri generati dal sonno della ragione di Goya e quell’immagine mi piace, possiede una creatività intrinseca ed estremamente fantasiosa, ancora in grado di generare qualcosa, per quanto orrorifico. Il treno, dice Gramellini, viaggia su binari infiniti e paralleli senza destinazione e senza anima che lo guidi e un ipotetico domani – sempre che si riesca ad andare oltre lo scoglio del 21 dicembre 2012 – ci riporterà di almeno quarant’anni indietro, proprio al di sotto della superficie terrena di stampo Lucasiano dove Huxley e Orwell saranno forse un flebile ricordo e l’unica cosa che i nostri occhi saranno costretti a vedere – come dei moderni Alex kubrickiani – sarà la nostra condizione, voluta, semi-vegetativa. Mi piace immaginare, forse un po’ sadicamente, che l’uomo subirà un’evoluzione fisica, una modellazione muscolo/articolare che ci renderà microcefali, le braccia a portata di tastiera e le gambe anchilosate, magrissime, due piccoli stecchini senza più nerbo a dimostrazione di come siamo perfettamente in grado di fare fronte ai cambiamenti e alle necessità. Alcuni proveranno orrore e disgusto e saranno tormentati, altri si domanderanno che cosa ci fanno le loro facce inespressive su quel grande schermo piatto appeso al cielo con catene invisibili.

(Fonti: Nomi, cose, città. Viaggio nell’Italia che compra di Arnaldo Greco – Fandango)

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