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Lipsia tra le due Germanie, trent’anni dopo la riunificazione

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, qui in una versione più estesa. (fonte immagine)

A Lipsia le “Montagsdemonstrationen”, le proteste non violente del lunedì, tracciarono non solo simbolicamente la strada che condusse alla caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989.

All’alba di quell’anno, l’aria a Lipsia, epicentro della Ddr e sede del colosso industriale VEB TAKRAF che raggruppava ventisei imprese, era irrespirabile. I confini della città erano pieni di crateri di lignite e le fabbriche a carbone l’annerivano. Nelle chiese, luoghi relativamente sottratti al controllo poliziesco statuale, la protesta degli ambientalisti, che rappresentarono il primo nucleo della rivolta pacifica, si saldò con quella di chi mirava ad abbattere la frontiera tra le due Germanie per riconquistare piena libertà di movimento e d’espressione. Coltivando ancora l’idea di riformabilità dall’interno del sistema, contestavano allo Stato socialista di aver tradito il socialismo e non sognavano il capitalismo.

All’inizio in piazza marciavano poche centinaia di persone, poi il fiume s’ingrossò rapidamente. Una data fondamentale è il 4 settembre 1989. Dinnanzi alla centralissima Nikolaikirche, che già dal 1982 accolse chi si riuniva per invocare cambiamenti radicali, mille persone portarono per la prima volta in piazza striscioni che recitavano: «Per un paese aperto con cittadini liberi» e «Restiamo qui, ma vogliamo le riforme».

Il nove ottobre settantamila persone invasero il principale anello stradale della città. E per la prima volta la polizia, i gruppi antisommossa dell’esercito e la Stasi non intervennero, segno evidente di cedimento. La settimana successiva affluirono trecentomila persone. I manifestanti, partendo dalla Nikolaikirche, sfilarono spesso davanti all’edificio, la “Runde ecke”, in cui l’8 febbraio del 1950 s’insediò il Ministero per la Sicurezza di Stato, la Stasi, che trascorse poi quasi mezzo secolo ad ascoltare e spiare la vita dei cittadini. Trent’anni fa, il 4 dicembre del 1989, Tobias Hollitzer era fra i trenta temerari che occuparono la struttura, che oggi è uno spazio museale.

«Erano davvero giornate in cui le cose cambiavano in modo estremamente veloce e non c’era una reale pianificazione – spiega Hollitzer, direttore del Museo. Avevamo promesso di restare pacifici, a patto di poter sapere: la Stasi non doveva dunque assolutamente distruggere gli atti e i fascicoli dell’archivio. La Stasi, scudo e spada del partito unico, era sinonimo di repressione in ogni ambito dell’esistenza e soprattutto di ciò che era sconosciuto. Questi segreti suscitavano molto interesse. Dal 1992 si è potuto richiedere l’accesso agli atti per conoscere quali dossier avessero raccolto. Le ricerche negli archivi non sono concluse e attirano la generazione dei nipoti».

Nel 1992 il Bürgerbewegung Neues Forum pubblicò una lista con i nomi di 4500 informatori della Stasi. Una goccia nell’oceano: si stima fossero 180000. Ricostruire la fiducia tra i cittadini stessi e l’autorità statuale ha costituito una delle sfide più insidiose della riunificazione. «Il principale ricordo, che conservo dell’ingresso della “Runde ecke”, sono i sacchi di posta originale ammassati nelle stanze – prosegue Hollitzer. Già in quelle ore il museo ha cominciato a esistere, preservando dalla sparizione i documenti. Nel maggio del 1990 si tenne una prima esposizione con il lavoro dei Bürgerkomitee, comitati costituiti dai cittadini occupanti e nucleo di pratica democratica».

Il Museo è parte integrante e un simbolo della città. La metà dei suoi visitatori provengono dall’estero, circa il 20% invece dalle regioni della Germania dell’est. Ed è stato scelto di non cambiare la sua struttura originale con i pavimenti in linoleum, carta da parati giallo scuro e i vecchi strumenti di spionaggio.

All’ingresso del complesso museale campeggia uno slogan significativo dell’epoca: «Wir sind das volk». Lo slogan “Noi siamo il popolo” raffigurò la rottura del senso di rappresentanza in uno Stato che in modo martellante si dichiarava al servizio del popolo. Nel periodo più critico della transizione verso la Germania unita questo stesso slogan fu riadattato: «Wir sind das volk aber nicht ohne arbeit» (Siamo il popolo, ma che è senza più un lavoro).

Dopo il processo di privatizzazione e la chiusura di molte fabbriche Lipsia conobbe l’esodo di centomila lavoratori con un’acutissima crisi economica e demografica, oggi superata con costose politiche sociali. La ricca e feconda storia culturale ha consentito a Lipsia di non smarrire la propria identità nella delicata fase di transizione dalla fine della Ddr alla riunificazione. Il legame tra letteratura, arte, musica e cinema contraddistingue la città. E negli ultimi vent’anni il processo di riqualificazione e rivitalizzazione dei quartieri è stato realizzato investendo nelle attività culturali.

Tuttavia la memoria e l’oblio, a trent’anni di distanza dalla caduta del Muro, rappresentano un terreno di contrasto che segna l’identità collettiva. «Soprattutto negli ultimi cinque anni la memoria storica è sempre più oggetto della strumentalizzazione politica. La complessità, le difficoltà della riunificazione e ciò che è andato storto dopo il Novanta non possono cancellare il senso di una rivoluzione pacifica, della scelta consapevole della democrazia parlamentare e l’abbattimento della frontiera», sostiene Hollitzer.

Dal Duemila Lipsia ha vissuto una profonda trasformazione e rinascita urbanistica. Il dato della disoccupazione si attesta su quello nazionale del 7%, ma per alcune fasce di popolazione lo schema dei blocchi contrapposti è ancora paradigmatico ed esprime un senso di alienazione nella Germania riunificata. «In questo processo politico, economico e sociale qualcosa è andato storto. Permane la sensazione di essere trattati come cittadini di seconda categoria – osserva Clemens Meyer, nato e cresciuto a Lipsia, autore del romanzo simbolo Eravamo dei grandissimi. È sufficiente posare lo sguardo su Dresda, Chemnitz o sulle aree rurali. È come se l’est della Germania fosse rimasto un mondo a sé, che porta sulle spalle il peso di un certo tipo di eredità. Le fratture si avvertono tuttora e si sentiranno ancora per decenni. Questo sentimento varia in base alle generazioni, al contesto geografico e dipende molto dalla situazione economica regionale. È certo che i cittadini dell’est non hanno mai avvertito la necessità di mostrare gratitudine o peggio riverenza. La posizione è chiara: il Muro l’hanno fatto cadere loro con l’esigenza di cambiamento. Non è stato l’ovest ad abbatterlo».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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