microfinzioni

Ecco il racconto vincitore del concorso per microfinzioni: Lira di Dio di Cinzia Sposato. La maniera da lei utilizzata per la stesura è quella di Tommaso Landolfi. A presto con il prossimo bando.

Lira di Dio
di Cinzia Sposato

«Esterì, vai a vedere chi è alla porta, ed assicurati che non siano creditori!». La fantesca ciabattò lesta ma felpata verso l’uscio badando che lo scalpiccio non si sentisse all’esterno. Inclinò il busto, coi lombi vaccini protrusi ad angolo retto, ed appoggiò la fronte allo stipite, infilando l’iride nello spioncino.
«Donna Vittò, si tratta della badessa, suor Cunegonda, le dico di ritornare che oggi siete indisposta?».
«Gesù, quant’è scucciante! Ma falla trasì, se no nun ce la levamm’ ‘e tuorno». Esterina, trafelata, corse di nuovo all’uscio e fece accomodare l’ospite nel salottino Luigi XV, dove la contessa Vittoria Genuflessa Scapece di tanto in tanto riceveva. Chella casa in via Chiaia teneva un altro salotto buono avvezzo a ben altri fasti, ma il riscaldamento costava e il mobilio languiva sotto vecchi lenzuoli. Quella bonanema del conte Eusebio Alberico Scapece s’era portato rint’ ‘a casciulella diversi debiti di gioco, e si doveva tirare la cinghia, ci stava la crisi. La contessa finì di scarabocchiare su un vecchio quaderno e rincalzò una ciocca grigia nel tupè rinforzandolo con un paio di forcine perché nun se nne scennesse; poi, avvoltolata nell’ampia pellegrina da camera, andò incontro all’ospite. «Badessa carissima», prendendole le mani con un’impercettibile genuflessione, «è sempre un piacere ricevere una vostra visita!».
Seguì il solito balletto di convenevoli che in genere precedeva la questua annuale per le orfanelle delle Orsoline; la contessa era curt’ ‘e manica, ma a quell’obolo non era mai riuscita a sottrarsi. La badessa sapeva perorare e compatire: chelle orfanelle nun tenano a nisciuno, i fittavoli prima o poi v’anna pavà; riuscendo a strapparle di mano quod supererat.  Quella volta rigirava i pollici nella coppa delle dita intrecciate, e sospirava paonazza col naso traslucido, rimboschito di peluzzi inopinati  sbocciati dai punti neri, senza arrivare a quagliare. Intanto la fantesca, preceduta da un tinnire di cucchiaini e tazzine, si era appropinquata, reggendo il vassoio buono, dove, su una specie di corporale ricamato a mano, erano disposte doje tazzulelle, la zuccheriera d’argento e quattro piccole zeppole di S. Antonio. La contessa la vide con la coda dell’occhio, e sforbiciò dietro la sedia con l’indice ed il medio. Esterina ripose lesta sulla credenza due delle quattro zeppole. Sorbendo il caffè, coi mustacchi stearici imbiancati di zucchero a velo, la superiora venne al punto: Ottone, il pastore tedesco della contessa. Ebbene, la belva si era macchiata di un crimine innominabile, un sacrilegio di straordinaria gravità, per giunta reiterato: aveva defecato cum abundantia ai piedi della reliquia di S. Gennaro, situata all’interno della piccola cappella del convento. Le suore avevano chiuso un occhio in nome dell’antica benevolenza accordata al convento dalla contessa, ma il fatto si era ripetuto proprio mentre il vescovo officiava la messa. E pare che Ottone, non del tutto sgravato, avesse sollevato la stolta zampetta giusto davanti ai mocassini del monsignore, nell’attimo stesso della consacrazione. Monsignore era furibondo, bisognava tenere il cane in catene, mandarlo in campagna, o chissà… «Donna Vittò», segnandosi ripetutamente, «Stateve accuorta, chillo lo vuole morto!». La contessa ammutolì rabbuiata, pensando all’aggravio economico procurato dall’evacuazione sacrilega; ma la badessa, a differenza del solito, non chiese nulla, e tutta scombussolata per l’ultima frase che doveva esserle sfuggita, si accomiatò di prescia sistemandosi il soggolo e spolverando le briciole dalla veste che svolazzò rapida verso l’andito. Gesù! Gesù! Esterina non si dava pace scuotendo incredula i palmi congiunti delle mani; Ottone era l’unico lascito della bonanema, un cane beneducato, timorato di Dio: Gesù, che scuorno! La contessa passeggiava nervosamente ruminando a fronte china sul da farsi. Tutto il giorno in catene sarebbe stato impossibile, chillo abbaia, sceta tutto ‘o vicinato. Bisognava tenerlo sotto stretta sorveglianza ed Esterina ricevette precise istruzioni in merito. I giorni trascorsero nel timore che giungesse da un momento all’altro una brutta notizia, in effetti una brutta notizia arrivò: il conguaglio del gas: cinquecentomilalire. La contessa finì allettata per lo sconquasso, rigida negli arti inferiori, con le ciabatte divaricate a V come due mani benedicenti. L’occhio catatonico, il cervello languido; Esterina la ventava con la bolletta: «donna Vittò, facitevi coraggio!». Ma era solo il venti del mese, e i fittavoli erano già in arretrato di due mensilità. Seguì una sclerosi finanziaria epocale: niente acqua calda e riscaldamento. Ottone, intanto, da due giorni non scorazzava più in giardino. Attizza ‘o braciere, curr’ ‘o caminetto, con tutte quelle ambasce, Esterina se ll’era scurdato. Tra i singulti strozzati comunicò alla contessa l’infausta nuova; poi corse all’altarino domestico ca’ foto della bonanema e, sommamente contrita, accese un cero d’espiazione. «Esterì, mitt’ ‘o visone all’aria», comandò la contessa; quando si recava in visita ufficiale al convento rispolverava insuperbita la pelliccia, ma la naftalina si sa, adda prima svapurà. Ed invece una visita la ricevette lei. Don Duodeno se ne stava con le reni collassate contro lo schienale, le mani intorno alla montagna addominale ricascante sulle cosce divaricate, nell’avvallamento, l’abito talare sguazzava vacante. La contessa sedette di rimpetto, le gambe artritiche accavallate ancora secondo bon ton.«Don Duodeno carissimo, era un po’ che non mi onoravate di una vostra visita; ma permettetemi innanzi tutto di offrirvi un caffè», accennando alla fantesca impalata sull’uscio. «Come sapete onorerei più spesso e molto volentieri la vostra casa se il nostro amatissimo vescovo non mi avesse preposto alla gestione del centro di accoglienza per i poverelli; le incombenze sono tante e il tempo poco», rispose torpido, con un eloquio post-prandiale impastato e sommessamente eruttivo; la sclera oculare intorbidata dal reflusso gastrico sulla quale tratteneva a fatica le palpebre cascanti. Il caffè cadde a fagiolo, ma la contessa aveva sforbiciato rapida ben due volte, e al curato non toccò neppure una pralina di accompagnamento. Allappando la granella zuccherina sul fondo della tazza finalmente venne al sodo: Ottone. Aveva replicato le sue malefatte, ma, cosa ancora più grave, si era approfittato del povero cane del vescovo coartandolo ad una copula contro natura. Con le orbite avvampate da atavica foia recalcitrante, sebbene autotacitata, il curato sussurrò grave che Ottone aveva sodomizzato Gregorio. Sodomia, e blasfemia, e coprofagia, insomma, una faccenda di una gravità inaudita che aveva spinto il vescovo a prendere i provvedimenti del caso. La bestia rivelava i segni della possessione, senz’altro preda del demonio, era stata rinchiusa in un luogo segreto, in attesa di deciderne le sorti. A nulla valsero gli accalorati richiami al perdono cristiano, al remedium concupiscentiae, alla mancanza di libero arbitrio, agli istinti primordiali di una bestia in calore, che la contessa argomentò fissando il curato nelle iridi edotte: Ottone sarebbe stato abbattuto. Donna Vittoria insisteva, non si voleva dare per vinta, ma don Duodeno, prendendole il braccio, le sussurrò untuoso che poteva intercedere; la mensa per i poverelli era un pozzo senza fondo e abbisognava della generosità dei timorati di Dio… La nottata trascorse insonne, donna Vittoria si attorcigliava nel letto gelato facendo di conto senza addivenire ad una risoluzione. L’indomani pregò Esterina di andare in convento ad accendere un cero a S. Gennaro, poi, con un’insolita teatralità, le consegnò la lista della spesa. La fantesca scese nel vicolo e srotolò il foglietto… si segnò ripetutamente sacramentando al cielo: un bottiglia di latte, una pagnottella, nu piezz’ ‘e carne p’ ’o ragù, ma niente tagli di scarto da prendere in macelleria. Gesù! Sarebbe morto digiuno. E tutto per Lira di Dio.

Commenti
11 Commenti a “microfinzioni”
  1. emma scrive:

    Ma che brava! Mi sono talmente appassionata che ora mi aspetto di leggere un seguito delle disavventure di Donan Vittoria.

  2. Lorena scrive:

    Brava Cinzia… Complimenti, davvero!!!!!!!!!!!!!!

  3. Roberta scrive:

    Complimenti! Mi sembra un buon inizio per farmi appassionare alla lettura…!

  4. silvia scrive:

    Complimenti! Avvincente,ironico e il tutto scritto con un linguaggio ricercato e con i giusti intermezzi dialettali. Non sapevo di conoscere una futura scrittrice di best seller! Continua così perchè vorrei leggere il seguito…

  5. Dario scrive:

    Splendido, coinvolgente, appassionante, poi il dialetto napoletano è PERFETTO – sembra quasi quasi di sentir parlare TOTO’ e ANNA MAGNANI. Bravissima.

  6. cinzia sposato scrive:

    Ringrazio coloro che hanno lasciato un commento e la redazione per lo spazio che mi ha concesso.

  7. antonella scrive:

    Un ottimo inizio, Complimenti!!! sembra che tu sia napoletana! …e penso già a quando scriverai nel tuo dialetto di origine!!! siamo orgogliosi di Te.
    Antonella

  8. Flavia scrive:

    molto molto grazioso, mi è davvero piaciuto :)
    un abbraccio a te, a dario e a mariolino. ci sentiamo presto!

  9. daniela scrive:

    divertente e spassoso, una lettura coinvolgente e ricercata. complimenti e continua così
    tutti gli orsacchiotti fanno il tifo per te

  10. Mariella scrive:

    Complimenti per la creatività mi sono veramente divertita a leggerlo hai un talento innato per tenere desto l’interesse del lettore

  11. alessia scrive:

    Questo racconto è orrendo. Perchè siete tutti a dire cose non vere?

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