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L’isola degli artisti

Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci uscito sul Venerdì.

Procchio (Isola d’Elba). Era la notte di San Giovanni del 1950 quando arrivarono dopo un folle viaggio ubriaco. L’Isola d’Elba era ancora fuori dalle rotte del nascente turismo di massa, ma loro andarono a cercare la baia più selvaggia e deserta. Non c’erano che dune, a Procchio, in quegli anni, e solo una casa in abbandono sul limitare del golfo, chiamata Guardiola, perché aveva ospitato per anni la guardia di finanza. Ma la banda di pittori che in quell’anno sbarcò sull’isola per sfuggire all’afa di Firenze non si sognò di occuparne le stanze. Piantarono tende, s’infilarono a dormire nelle barche tirate a riva, costruirono capanni di frasche, eppoi trovarono una trattoria, nel paesino di quattro case e stradine polverose, fecero amicizia con il proprietario e arrivarono a un accordo: avrebbero mangiato sempre gratis e nel frattempo sarebbero diventati gli animatori del locale facendone un punto di richiamo per tutti i tedeschi e i milanesi che cominciavano a cercare il mito dell’Isola di Napoleone. Non mentivano. Realizzarono quanto avevano promesso. E in quegli anni, la trattoria “da Renzo” divenne nota anche fuori dall’Isola.

Le mura completamente dipinte dagli artisti, sulle mensole antichità etrusche trovate in spiaggia, reti di pescatori come supporto per installazioni pazze e geniali, slogan, storie. Giornali e tv vennero a raccontare “la Bagutta dell’Elba”; i turisti si accalcarono sotto la pergola; arrivò a lasciare un piccolo disegno anche De Chirico. Poi non tornò più, forse offeso dalle risate dei “colleghi” quando videro che non era affatto capace di guidare la lussuosa 1400 che gli Agnelli gli avevano regalato per ringraziarlo di un disegno pubblicitario.

Del resto De Chirico non fu che la punta dell’iceberg. Il gruppo era formato da artisti di diverse tendenze che attrassero intellettuali da ogni parte del mondo. Lo zoccolo duro era formato da Rodolfo Marma, Enzo Faraoni, Emilio Ambron con la compagna Anna Maria D’Annunzio (nipote del poeta), Renzo Baraldi, Iginio Gonich detto Gonni, Beppe Lieto, Furio Cavallini e Silvano Bozzolini, ma i fiancheggiatori erano parecchi. Su tutti Marcella Olschki, scrittrice nipote dell’editore fiorentino, Mario Cartoni, giornalista della Nazione, e uno dei più eccentrici animatori della trattoria: l’irresistibile Ormanno Foraboschi, intellettuale d’altri tempi, grande amico di Luciano Bianciardi, creatore di detti famosi e di slogan pubblicitari indimenticabili, come “Il tonno che si taglia con un grissino”. Fu proprio Ormanno Foraboschi, assieme a Gonni (il più scatenato e geniale della cobriccola – di cui si diceva che avesse intervistato Hitler) a dipingere il motto che sarebbe apparso sul muro della trattoria, rendendola celebre: “Qui Napoleone il grande non ha mangiato mai”.

Chiunque passi, oggi, sulla strada provinciale che attraversa Procchio può vederla ancora, quella scritta così dissacrante negli anni in cui il turismo puntava tutto sull’esilio elbano del “grande Corso”. Dentro, però, il tempio dei pittori delle dune è in pericolo. I dipinti sono stati curati e restaurati, finché il locale non ha chiuso i battenti. La dedizione dei discendenti da sola non basta più e il Comune, per ora, non ha risolto il problema. Sull’ingresso della mitica trattoria, i cartelli “VENDESI” mettono paura agli affezionati. Del resto, tutto è cambiato, qui intorno. Negozi, negozietti, boutique, pizzerie e creperie affollano le vie del paese. Hotel, pensioni, affittacamere sono ovunque. «E non c’è nessuno spazio culturale, nessun luogo dove fare mostre, letture, incontri. Ma dove meglio di qui? » domanda Fiamma Lieto, la figlia di Beppe, l’unico che della “brigata bevereccia” di quegli anni (la definizione apparve su tutti i quotidiani) rimase a vivere a Procchio, diventando a pieno titolo “il pittore dell’isola”. «Anche Gonni rimase all’Elba, ma a Portoferraio» racconta Bruno Mazzarri, settantacinquenne ancora proprietario delle sale dipinte ora in vendita «Gli altri pian piano abbandonarono, quando il turismo divenne eccessivo. La stagione dei loro sogni era finita. Io ero un bambino l’estate in cui arrivarono ma ricordo tutto benissimo». Effettivamente Mazzarri ha una memoria prodigiosa. Snocciola aneddoti uno dietro l’altro. «La 1400 De Chirico la parcheggiò lì, vede» fa voltandosi verso l’ingresso. «Non riusciva proprio ad accenderla. Allora Lieto e Gonni si misero a spingere e non sa quante gliene urlavano tra le risa».

C’era anche Mazzarri il 19 agosto all’inaugurazione della mostra “I pittori delle dune” e per la prima edizione del “Premio Elba Beppe Lieto” riservato a chi dipinge paesaggi elbani. Era lì a raccontare di nuovo ogni cosa. E aprire un mondo, illustrando per esempio il cosiddetto “albero della cuccagna”, di Marcella Olschki.  La storia raccontata nel piccolo dipinto divenne famosa per vie che portano lontano dall’Italia. Uno scrittore per bambini tedesco, Heinrich Maria Denneborg, se ne innamorò e, tra i personaggi ritratti dalla Olschki, scelse l’asino, di nome Grisella, come eroe della sua fiaba. Das eselchen Grisella (ossia L’asinello Grisella) ebbe un enorme successo e fu tradotto in tredici lingue. «Ogni stagione, qualche ragazzino arrivava con il libretto in mano» racconta Mazzarri «Lo vedevo da lontano e già capivo. Veniva a cercare l’originale del suo amato asino e restava lì per ore, mentre i genitori, invece, guardavano il resto». Il resto sono gli affreschi dei pittori delle dune, certo, ma anche quelli di chi li raggiunse, come Felice Carena, Valentino Ghiglia o Denis Martinez, noto pittore algerino, nonché i tratti anonimi di chi venne qui a inseguire un ideale. Tutti quei pittori che si riunirono sotto l’egida del cosiddetto “Meco”, il vecchio oste omaggiato sull’affresco più grande, che, in fondo alla sala, su un golfo di Procchio estivo e festante occupato soltanto da pescatori e pittori, recita: «Questo historico locale fu creato da Domenico Mazzarri dicto “Il Meco” e da un gruppo di pittori di famae internazionale». Laddove il genitivo maccheronico “famae” va letto e interpretato seguendo la pronuncia. Non fama, cioè. Ma fame.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
6 Commenti a “L’isola degli artisti”
  1. sergio garufi scrive:

    un pezzo ispirato, bravo matteo.

  2. sergio l. duma scrive:

    Un bell’articolo che mi ha suscitato malinconia e tristezza poiché rievoca un periodo ormai scoparso e che non tornerà più. D’altronde, in questo paese di capre nessuno oggi entrerebbe in un locale per vedere un artista o una sua opera né se ne sentirebbe attratto sapendo che è stato il ritrovo di grandi intellettuali. No, le capre odierne vanno in qualche bordello estivo spacciato per locale alla moda solo per vedere i tronisti del piffero, i falliti dei reality, le nullità dei talent-show e le meretrici nullafacenti (uso questo termine per non utilizzarne altri più pesanti), magari provenienti da paesi dell’America Latina, che trovano l’America in Italia e si considerano show girl. E’ a questo che si è ridotto l’encefalogramma di una popolazione immonda.

  3. Francesca scrive:

    ci si emoziona già a leggere, immaginando quel luogo, quelle risate, le energie creative che lo percorrevano.

    leggere però fa anche una certa rabbia, a pensare che il nostro Paese non riesce ad avere un rapporto sano con la memoria di sè. non riusciamo proprio a instaurare un rapporto equilibrato e costruttivo con ciò che siamo stati; si oscilla tra due estremi: il “consumo” di pseudo/cultura ed eventistica che ha la consistenza della plastica ( in perfetto stile fast food) da un lato, dall’altro la celebrazione mummificata – e francamente ridicola – di certe icone del passato ( su tutte, la Loren, che hanno “imbalsamato” in quello stereotipo da sex symbol anni Cinquanta, alquanto ridicolo oggi che ha più di 70 anni). obiettivamente, cosa ci vorrebbe, da parte dello Stato, a salvaguardare e far ri-vivere di nuove energie un posto così? e invece in anni andati con i fondi per il cinema hanno finanziato pellicole di ogni sorta, giusto per fare un esempio …

  4. Enrico Marsili scrive:

    Una comitiva di scrocconi (famosissimi, a detta di chi ha scritto l` articolo) che pittura le pareti e organizza un po` di caciara situazionista. Amici miei, in pratica.
    Vuoi mettere l` Elba negli anni ’50? Signora mia, non ci sono piu` i pittori di una volta. Qua era tutto arte, ora e` una creperia.

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  1. […] eredità dei pittori delle dune, ma questa è un’altra […]

  2. […] delle prime 2 edizioni del Premio Beppe Lieto). Sono ancora visibili i disegni dei pittori delle dune, e in particolare quelli studiati da Gonni e Foraboschi per attirare la clientela a […]



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