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L’isola vascello

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Photo by Luca Micheli on Unsplash

di Tiziana Plebani

Alcuni anni fa avevo iniziato un racconto che si apriva sullo sguardo sbigottito di un bambino veneziano affacciato alla finestra della sua camera. Solo nella notte scura,osservava la lingua di terra che chiude il sestiere di Dorsoduro staccarsi e cominciare a navigare. E poiché in quella lingua di terra c’era anche la sua casa, lo stupore era misto al brivido e alla paura dell’avventura, sentimenti mitigati dal conforto di sapere che mamma e papà erano a letto nella stanza accanto alla sua, seppure del tutto ignari di quel che stava accadendo.

Era lui l’unico testimone di quello straordinario evento che non sapeva come giudicare, se fosse buono oppure cattivo, se dovesse avere più timore o lasciarsi invece andare alla meraviglia. Il mio racconto si metteva al fianco del bambino, unica anima insonne, e, come fosse un compagno, respirava con lui, e l’osservava sforzarsi di distinguere il confine tra il buio della notte e l’oscurità dell’acqua, increspata dal forte vento e domandarsi se il viaggio sarebbe mai terminato. Era forse capitato nel mezzo di una favola e in un tempo incantato?

Il bambino protagonista del mio racconto viveva qui dove abito io, in quell’ultima propaggine di Dorsoduro verso il porto e, in quest’avventura, l’insula che toglieva gli ormeggi recidendo i ponti che la collegano a Santa Marta e al resto del sestiere, si stringeva attorno all’antichissima chiesa di san Nicolò dei Mendicoli, che ondeggiando vigorosamente principiava a muoversi e a trascinare con sé il gruppo di case che le sta attorno:un’isola vascello che issava sul campanile il vessillo identitario di san Marco e, spezzando i legami originari, inaugurava una vita tutta sua. Che cercasse lo sbocco nell’Adriatico mar, oppure desiderasse ricollegarsi alla Terraferma e divenire un suo avamposto o bastione, il racconto ancora non lo rivelava. Ma il fermo-immagine che avevo in mente era l’insula che nel buio della notte rimuoveva senza fragori ogni congiunzione e sospinta dal vento prendeva il largo nel silenzio di un’oscurità senza luna.

Nella mia narrazione l’episodio andava a disfare, proprio come si sfilaccia una tela, ciò che la storia veneziana nei secoli, specie negli ultimi, era andata compiendo nel tessuto della città. La miriade di isolette, le insule, separate dall’acqua, ciascuna di vita autonoma e unita alle altre solo a forza di colpi di remo, era stata vieppiù collegata dalle opere dei veneziani, ponti e interramenti, facendo alla lunga prevalere l’integrazione delle terre emerse sulla loro natura anfibia. Pian piano nell’immaginario ci si scordò che Venezia era sì nata dall’acqua ma non da un corpo unitario bensì da un insieme di nuclei affatto uguali bensì distinti anche nella densità e compattezza di terra. Dorsoduro ne tradiva la radice, il suo dorso, o suolo,così come riportano le antiche cronache veneziane, era appunto duro e si stagliava per la solidità rispetto alle velme.

La sera della grande acqua alta dello scorso 12 novembre, che per infausta combinazione coincideva con il mio compleanno o meglio con lo spazio di tempo che avrei dedicato a festeggiarlo, ciò che avevo immaginato pareva stesse divenendo realtà. Proprio qui, in quest’area che viene ormai associata alla coda del pesce con cui Venezia viene rappresentata. Una coda che protegge le spalle a san Marco e guarda a ovest, alle montagne e alla pianura, a terre salde e acque dolci.

A differenza del bambino della mia storia, io ero in preda non tanto a uno stupore quanto a un’acuta apprensione che mi ricordava, questo sì, il tenore irrimediabilmente indefinito delle paure infantili. Il vento batteva così forte sui vetri che avevo l’impressione che prima o poi ce l’avrebbe fatta, sarebbe entrato e ci avrebbe afferrato per portarci via, dove chissà. Le finestre vibravano e si lamentavano, sembravano chiedere aiuto e io benedicevo il falegname che le aveva da poco registrate, impedendo, come era successo nel passato, che si spalancassero di colpo facendo entrare il caos. Ma potevano davvero salvarci quelle semplici misure di fronte al potere in tutta la sua manifestazione del signor libeccio?Neppure ci si poteva avvicinare troppo agli infissi. Al tentativo di chiudere gli oscuri, una mano poderosa cercava di afferrarti e strapparti fuori, per dissolverti poi nella bufera.

Tutta la casa gemeva e nulla si scorgeva dell’esterno.Le sirene che si ripresentavano a intervalli sempre più brevi e inconsueti ancor più confermavano l’impressione di essere precipitati in una bolla spazio-temporale. Eravamo forse davvero soli, sospinti su una zattera-isola che prendeva il largo, preludio alla disgregazione dell’unitarietà di Venezia e metafora della fine di una civiltà millenaria? Soli, impotenti, in balia del vento e dell’acqua che come degli dei capricciosi si prendevano gioco di noi o si vendicavano. Avete scommesso su una vita costruita sull’acqua, ma quale offerta avete predisposto per ingraziare la nostra benevolenza, quale patto di rispetto avete stipulato con madre Laguna, e,se mai l’aveste fatto,siete stati in grado di mantenerlo?

E io, pure convintamente laica, camminavo su e giù tra salotto e cucina, cantando, come la bambina che ero ritornata a essere, educata alle preghiere, ai fioretti, ai voti, “Mama madona salva Venessia / Dane la vita fane la grassia/ che ti ne salvi da la rovina”.

E mentre cantavo e camminavo mi stupivo della forza del pensiero magico che scoprivo essere annidato in questo me bambina e a cui, di fronte alla maestà degli elementi naturali, alle loro logiche assai diverse da quelle degli umani, viene da ricorrere. Perché in quei momenti appare una sponda che offre un riparo, un balsamo, o solamente una tregua, oltre la bestemmia verso coloro che questa città hanno divorato ed esposto. Che strana alternanza di pensieri sacri e profani, pensavo: invocare la mano pietosa della madre di un dio che non ho e insieme maledire gli empi, i corrotti, gli ignavi, e anche tutti noi incauti, distratti, arresi.

La mattina dopo il pensiero magico era svanito e l’insula della chiesa di san Nicolò dei Mendicoli, come le sue consorelle, appariva al suo posto, unita alle altre, strapazzata ma ancora salda.Ma la trama su cui è costruita ha rischiato di sfilacciarsi davvero, e non solo nell’immaginario del mio racconto. Servirà un potente filo, fatto di amore e di sapienza, per ricucirla.

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