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Una lista di lettura: quattro saggi stimolanti su argomenti molto diversi

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Come cambiare la tua mente, Michael Pollan, Adelphi (traduzione di Isabella C. Blum)

Un libro, soprattutto su un tema complesso e scivoloso come questo, può ovviamente essere letto in più modi e molteplici sono anche le interpretazione che ne escono. Eppure, e sicuramente proprio a causa della delicatezza dell’argomento, in brevissimo le applicazione scientifiche degli psichedelici e il loro rapporto con la mente, un certo puritanesimo finisce per emergere con forza (si veda la recensione su Repubblica di Stefano Massini).

Si tratta però di letture fuori fuoco, che scambiano questo libro di Pollan, critico gastronomico, autore di deliziosi libri tra il saggio e la forma narrativa come Cotto o Il dilemma dell’onnivoro, per ciò che non è, ovvero un’istigazione all’uso di psichedelici («Per cui, non me ne voglia Pollan, ma alla sua domanda “Come cambiare la tua mente”, risponderei “con un sano bagno di realtà”. Altro che funghi» scrive Massini; non sono comunque mancate letture esemplari, più complete e profonde, come quelle di Federico De Vita, Carlo Mazza Galanti e Vanni Santoni). Come cambiare la tua mente è un libro che si situa al confine tra l’autofiction, il diario di viaggio, e la divulgazione, il racconto di un lungo esperimento scientifico: il personaggio principale è infatti lo stesso Pollan che incontra numerosi scienziati, micologi, medici e guru, studiosi o esperti di psichedelici, e che prova su se stesso gli effetti di varie sostanze (dalla psilocibina all’LSD), in test in cui è accompagnato da gruppi di medici che supervisionano i risultati.

Pollan con questo libro offre anche al lettore l’opportunità di conoscere la storia della psichedelia, tentando di superare tutta una serie di pregiudizi che pesano sull’argomento –  anche, semplicemente, sul parlarne – e di scrivere l’itinerario di questo lungo viaggio intellettuale cominciato con la scoperta di Albert Hofmann. Il titolo riporta un chiaro riferimento alla mente e qui sta un’altra delle peculiarità di questo libro: Pollan scrive in un passaggio che queste sostanze «generano significati nella mente umana» e così esplora gli effetti che si generano nei cervelli di persone affette da problemi o sane (si passi la semplificazione). Importante è infine annotare che Pollan in partenza è scettico nei confronti dell’utilizzo di queste sostanze, ma con l’approfondimento e lo studio che caratterizza il suo scrivere libri, finisce per cambiare idea, credendo in una prossima adozione in campo medico.

Ecco un altro aspetto ancora che si può rintracciare nel libro, il mutare e il trasformarsi di un’idea, una via, in linea generale, ben poco praticata.

Sulla follia ebraica, Jacques Fux, Casa editrice Giuntina (traduzione di Vincenzo Barca)

Jacques Fux è uno scrittore brasiliano, laureato prima in matematica e informatica nel suo paese e poi in letterature comparate e letteratura francese in Francia, sconosciuto in Italia prima che Giuntina scovasse questo testo (“romanzo” recita il frontespizio, ma si tratta di una forma sfuggente che forse costeggia più i versanti del saggio-narrativo) che si concentra sulla figura dell’ebreo folle. La follia, come grande contenitore di altre più o meno ignominiose immagini, fa parte del pregiudizio antiebraico da sempre, certe volte piegata verso l’avarizia sintomatica, altre volte verso i rapporti incestuosi: in questo libro Fux sceglie una galleria di personaggi ebrei, per un verso o un altro folli, e si immedesima in loro raccontandone le storie eccezionali. Tra questi uomini e queste donne, a ognuno è dedicato un capitolo, incontriamo per esempio Bobby Fischer, il campione di scacchi ebreo e antisemita, di nazionalità americana ma antiamericano, Sarah Kofman, filosofa francese sopravvissuta alla Shoah ma poi morta suicida oppure Otto Weinenger, altro filosofo suicida a poco più di venti anni («Genialità o suicidio? Ecco la questione fondamentale. Ecco il grande problema. Ecco le strade tra cui scegliere se si è un’anomalia come me: ebreo e omosessuale» si chiede Weinenger).

Al termine di questa galleria di personaggi entra in scena l’autore stesso, con una vertiginosa scelta formale che porta il testo a virare dalle parti del romanzo, un autore che «è impazzito insieme ai suoi personaggi» e dunque ha bisogno di confessare la propria fragilità, cercando «una forma di redenzione e di supplizio attraverso la scrittura»: questo costituisce l’ultimo, e impeccabile, capitolo finale.

Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, Mark Fisher, minimum fax (traduzione di Vincenzo Perna)

Robin Mackay, compagno e sodale di Fisher ai tempi dell’Università di Warwick, ha parlato di «funzione Fisher», indicando con questa dicitura non solo la quantità di contributi speculativi che possono nascere dalle sue riflessioni, ma anche «cosa possiamo imparare su cosa significa prendersi cura di noi stessi e degli altri». Ora che Mark Fisher è giustamente assurto a imprescindibile punto di riferimento per alcune tra le più significative riflessioni teoriche contemporanee (autore di culto, fosse anche solo per il fatto che è probabilmente più citato che letto davvero), il lettore italiano può conoscere, dopo i fondamentali Realismo capitalista (Not. Nero editions) e The weird and the eerie (minimum fax), un altro importante tassello della sua opera, Spettri della mia vita, un libro forse meno teoricamente decisivo rispetto a Realismo capitalista, ma tra i suoi libri forse il più bello da leggere, oltre a rappresentare una nuova e importante bussola per muoversi nel tempo presente.

Proprio il rapporto tra passato, presente e futuro è al centro del libro, una relazione indagata attraverso un’ottica audace e coraggiosa che ruota attorno alla perdita del futuro, alla sua nostalgia direbbe Fisher, argomento che è al centro delle variegate riflessioni. Per fare questo Fisher riprende la definizione di realismo capitalista per cercare di comprendere come mai non si riesca a immaginare il futuro: riassumendo, certo in maniera poco generosa, la chiave individuata da Fisher, si può dire che questa impossibilità sia dettata da una sorta di nostalgia che finisce per immobilizzare la nostra immaginazione e quindi anche qualsiasi tipo di riflessione teorica e politica sul presente che possa portare a immaginare un futuro differente. Per fare questo Fisher si concentra sul concetto di hauntologia, concetto mutuato da Derrida e che troverà in musica delle ottime messe in pratica (dal catalogo Ghost Box a Leyland Kirby), sul rapporto tra Joy Division e New Order, su Burial e sul film Inception: «la vita continua ma il tempo si è in qualche modo fermato» scrive Fisher commentando la serie TV Sapphire & Steel, e sembra stare proprio qui il punto da cui cercare di ripartire.

Mister Jelly Roll Vita, fortune e disavventure di Jelly Roll Morton, creolo di New Orleans, «Inventore del Jazz», Alan Lomax, Quodlibet (traduzione di Giuseppe Lucchesini)

Dopo il bel Grande Musica Nera. Storia dell’Art Ensemble of Chicago di Paul Steinbeck, la collana Chorus, dell’editore Quodlibet, diretta da Claudio Sessa, si arricchisce di questo nuovo volume dedicato a Jelly Roll Morton, all’anagrafe Ferdinand Joseph La Mothe (1890-1941), pianista e compositore statunitense. Com’è noto Alan Lomax, scomparso nel 2002, è stato uno tra i più importanti etnomusicologi, responsabile delle prime pioneristiche registrazioni dei grandi, nonché primi, musicisti blues. Nel 1938 incontrò in un locale di Washington il pianista Morton, originario di New Orleans: Lomax, che di personaggi eccezionali doveva averne già conosciuto qualcuno, rimase così colpito dalla personalità strabordante di Morton, che gli chiese di concedergli un’intervista, che poi si prolungò in un lunghissimo dialogo che durò per settimane. Su questa lunga conversazione Lomax continuò a lavorare per più di dieci anni, tanto che il libro uscirà solo nel 1950, quando Morton era già morto, e viene qui per la prima volta presentato al lettore italiano. «Lo senti questo riff? – disse a un certo punto Morton al suo intervistatore – Ora lo chiamano swing, ma è solo una piccola cosa che ho inventato un sacco di tempo fa»: Morton si riferiva qua al jazz, di cui si proclamava con non poco narcisismo l’inventore, e anche se forse non è possibile individuarlo come tale, certo ha avuto un ruolo decisivo nella primogenitura del jazz e del blues.

Ma la ricchezza di questo libro non si esaurisce nella narrazione, in prima persona, della vita rocambolesca e irripetibile di  Jelly Roll Morton, perché nel suo racconto, mirabilmente ricamato e armonizzato da Lomax, si legge anche della storia degli Stati Uniti, in particolare dei suoi stati del Sud, il ruolo della cultura popolare nella prima metà del Novecento e le mosse che segnano la nascita della moderna industria discografica.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Commenti
2 Commenti a “Una lista di lettura: quattro saggi stimolanti su argomenti molto diversi”
  1. Alice scrive:

    Molti interessanti, stimolanti e ottimi anche per l’estate

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