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L’Italia è un paese senza futuro

Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l’università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche.

Certo, non a tutti il futuro italiano appare così catastrofico. Si respira, per esempio, a leggere le riviste popolari in attesa dal parrucchiere, un altro clima. Su Chi di questa settimana un Piersilvio Berlusconi (chissà che, così per dire, non sia lui o la sorella il prossimo leader del centrodestra) abbronzato e tonico riempie la copertina e ci elargisce consigli quasi-buddisti su come stare bene con se stessi. Sul numero della settimana scorsa invece – negli stessi giorni in cui migliaia di precari con decenni di supplenze alle spalle non ricevevano nemmeno la carità di una chiamata annuale – Maria Stella Gelmini anche lei non si lasciava avvelenare dal pessimismo. E ribatteva in una distesa intervista dalla sua casa di Ischia di non sentirsi schiacciata dalle incombenze del presente, e di avere anzi un progetto ben definito per il futuro: dopo Emma (una bella bimba paffutella, che ha ormai quattro mesi), adesso pensa a un maschietto. È questa, lo ribadiva a chiare lettere, la sua priorità, il centro di tutto – e quest’estate, mentre lavorava certo, si è dovuta occupare di come arredare la sua nuova casa al centro di Roma. Non c’è mica da vergognarsi a pensare un po’ ai cazzi propri; soprattutto non c’è mica da vergognarsi a volerli raccontare anche a chi magari alla stessa età del ministro non si può permettere altra stanza dove dormire che quella della propria adolescenza, con i poster dei Queen ingialliti alle pareti.

Ma l’assenza di una fiducia minima nel futuro di questo paese si può riconoscere anche da altre impressioni sparse. Sempre a dar retta agli osservatori internazionali, il tasso di competenze dei lettori sta precipitando di anno in anno, insieme alla libertà di stampa, e agli investimenti nella cultura, eccetera, eccetera: l’elenco del declassamento italiano è una litania che abbiamo imparato a conoscere e a lasciare sfumare. E a dire il vero, non servono neanche tutti questi numeri; si ricava la stessa evidenza, se uno gira a zonzo per la propria città o fa una telefonata a qualche amico tornato dalle ferie. La marcescenza dell’incultura destrorsa che ha contagiato la nostra società ha fatto sì che, nella convinzione comune, si sia introiettata inconsapevolmente l’idea che il pensiero, la riflessione siano occupazioni depressive, che lo studio non serva, che passare tempo sui libri non sia fondamentale, che i luoghi dell’apprendimento siano le reliquie di un’epoca ormai al tramonto.
Mentre nel tempo d’estate gruppi di studenti organizzati, ricercatori universitari con una tesi di dottorato da completare migrano per un paio di mesi a studiare all’estero, a passare un luglio o un agosto nei campus organizzati dal British Council, o a consultare la bibliografia nella Bncf parigina, nella Library of Congress, nella biblioteca nazionale di Monaco o Berlino (aperte dalle 8 alle 24…), in Italia l’idea che d’estate si studi (anche) è peregrina, obsoleta, bizzarra. A agosto, in grandi città come Roma o Firenze o Napoli, per dire, le biblioteche (nazionali, comunali, universitarie) chiudono del tutto, al massimo lavorano qualche giorno con orario dimezzato fino a pranzo, non hanno l’aria condizionata, l’accesso a internet, etc…; diventano luoghi che non accolgono nessuno.
Eppure non sarebbe difficile pensare alla questione biblioteche come un punto nodale – non solo simbolico – per un programma di sinistra. Non sarebbe troppo inventivo, per dire, che uno slogan di sinistra fosse: Una modernissima biblioteca pubblica in ogni quartiere oppure Mille nuove biblioteche in tutta Italia.
Il ventennale disastro civil-culturale, che in assenza di definizioni migliori abbiamo finito per chiamare berlusconismo, ma che è sinonimo di frantumazione sociale, di depoliticizzazione, di cinismo di massa, potrebbe cominciare a essere veramente contrastato (non tanto legittimando la conversione in articulo mortis di una certa destra a una minima etichetta costituzionale ma) provando a immaginare un paesaggio diverso con un po’ di inedita lungimiranza. Ossia? Ossia si potrebbe impegnarsi a invertire quel processo iniziato negli anni ’80 per cui la gente ha preso a ritirarsi dai luoghi pubblici dentro le mura delle proprie case, ha progressivamente evitato il confronto con il resto del mondo, ha imparato a consumare cultura e intrattenimento in forma privata: si è – per farla breve – trasformata da società civile in audience.
C’è un libro di Antonella Agnoli, uscito da Laterza un anno fa, che s’intitola Le piazze del sapere e che – partendo dalla questione apparentemente tecnica di come ripensare le biblioteche pubbliche in una società in trasformazione come la nostra, dove comunità è sinonimo di facebook e dove la lettura è un’attività in progressivo declino – prova a buttare nell’ambito della riflessione sociale un’idea modestamente rivoluzionaria: “Ricostruire luoghi di dibattito, di conoscenza, di informazione: piazze ma anche biblioteche intese come piazze coperte dove la possibilità di incontrare amici sia altrettanto importante dell’opportunità di prendere in prestito un libro o un film”.
A mali estremi, piccoli rimedi. E il vero male estremo – proviamo a capirlo una volta per tutte – non è neanche il federalismo d’accatto che si vuole approvare entro la fine dell’anno parlamentare, e nemmeno la volontà di riformare l’intero apparato giuridico italiano per far sfuggire un sol uomo ai processi. Il vero male estremo non si data nel presente, ma nell’eventuale futuro: ed è la riduzione delle ore nei licei, la sparizione degli spazi di dibattito politico, la chiusura dei teatri, la riduzione dei posti di ricercatori all’università, cose come il mancato investimento nelle biblioteche pubbliche… Stiamo diventando, senza accorgercene, un paese senza futuro: prima di innamorarci di questa cupio dissolvi, potremo anche avere un istante di ripensamento.

Commenti
34 Commenti a “L’Italia è un paese senza futuro”
  1. Perfettamente d’accordo con la tesi dell’articolo. E’ un ragionamento che va esteso a tutti gli spazi della cultura. Troppo spesso ho visto, da studente universitario, l’università trincerarsi nelle sue mura, invece di aprirsi al confronto con la cittadinanza. Porto anche la mia testimonianza di (modesto) operatore culturale. Faccio volontariato in un cineforum e, troppo spesso, mi imbatto in persone che guardano a questo spazio come una sorta di “cinema a basso costo”, piuttosto che ad uno spazio di elaborazione culturale a tutti gli effetti. Se tutte le pratiche che sperimentiamo in rete quotidianamente hanno effettivamente un valore è giunto il momento, anzi l’obbligo di trasportarle di nuovo nel mondo fisico.

  2. ilse scrive:

    sottoscrivo; tutto

  3. gustavo scrive:

    Sulle biblioteche sono perfettamente d’accordo: per quanto mi riguarda se non ci fosse la Biblioteca dei Castelli Romani, non potrei leggere, semplicemente. Con grandi sforzi dei vari comuni, cerca di dare un servizio che, visti i tempi, è oro. Per il resto, e leggendo i commenti dei noti personaggi, mi sembra di vivere in un paese diviso in due da una tagliente spada. E io mi ritrovo sempre nella metà meno abbiente; questi ultimi hanno tutto l’interesse a negare quel che è sotto gli occhi di tutti. E’ grave, gravissimo, che sia la nostra classe dirigente a mentire, sapendo di mentire.

  4. Tommaso scrive:

    Come non concordare. Poi a volte sembra di individuare poche cause, a volte ci si perde nella complessita’ e si pensa che non ci sia soluzione.
    Mi viene in mente il mio amico Antoine, palestinese, che mi dice sempre, riguardo la Palestina: “Non credere a quelli che dicono che la situazione e’ complessa. La situazione in realta’ e’ semplice.”
    Tra le varie cause, una delle possibili e’ mica la mancanza di coraggio nel accettare le sfide, mettersi in gioco, da parte di tutti? Questa in realta’ dovrebbe essere una atavica caratteristica italiana, cioe’ che ha distinto gli italiani dagli altri da sempre. La voglia di fare, l’autonomia, la liberta’ degli italiani e’ finita?

  5. andreabros scrive:

    davvero un bellissimo articolo.
    aggiungo alle tue citazioni un altro esempio: la national gallery e tutti i musei pubblici inglesi aperti al pubblico e gratuitamente tutto l’anno.

    quando leggo articoli come il tuo percepiso l’esistenza di una coscienza comune apartitica, che crede nella cultura come motore e guida di una società civile.

    la sensazione è che questa coscienza comune sia poco numerosa, spesso banalizzata, sempre in preda a tentativi di politicizzazione e comunque priva di spazi per farsi ascoltare.

    ti consiglio di dare un’occhiata al concept di “idea store”, riguardo al ripensare gli spazi di fruizione del sapere in termini di socialità, condivisione e apprendimento.
    mi sembrerebbe un primo passo sostenibile anche qui da noi.
    poi dimmi che ne pensi

  6. ariemma scrive:

    Anch’io non posso che sottoscrivere. A napoli domani siete tutti invitati al Primo Festival del Pensiero Emergente

  7. Giorgio Frabetti scrive:

    Io non credo la causa della caduta di senso civico segua la traiettoria del berlusconismo. Per me è grave incultura il candelotto gettato addosso a Bonanni.
    Comunque sull’idea dell’incoltura come strada maestra della disgregazione sociale siamo in sintonia e condivido in tutto il tuo bellissimo articolo.
    Perchè noi 30-35enni non diamo vita attraverso la blogosfera ad un “movimento di classi medie” paragonabile a quello che mosse l’Italia nei primi del secolo con “la voce” di Prezzolini, “L’Unità” di Einaudi e Amendola? Noi che siamo giovani abbiamo il diritto di porre la questione generazionale. Ma la “questione generazionale” non è solo il posto fisso, la lotta al precariato (anche questo c’è intendiamoci); ma è combattere per un Paese, una Politica che riscopra il senso del futuro e ormai non solo per noi (che abbiamo il paracadute della famiglia etc.) ma per i Ns. figli, per chi verrà dopo di noi, che sconterà ancora più in pieno e forse in modo ancora più lancinante la deriva della Ns. Società? Scusate … il viaggio!

  8. Giorgio Frabetti scrive:

    Ah dimenticavo
    Leggete questo mio modesto contributo e di un mio amico Federico.
    Mi pare in sintonia con il post.
    Saluti

    http://www.arezzopolitica.it/2010/06/23/esami-di-maturita-tra-autoreferenzialita-e-qualunquismo/

  9. paolopatch scrive:

    “la riduzione delle ore nei licei, la sparizione degli spazi di dibattito politico, la chiusura dei teatri, la riduzione dei posti di ricercatori all’università, cose come il mancato investimento nelle biblioteche pubbliche”. Aggiungo: la riduzione delle ore di insegnamento di maestre e maestri elementari. Mi colpisce pensare come tutte le pratiche di cui parla Christian, dal teatro al dibattito, dalla lettura comune alla biblioteca, hanno inizio come esperienze nelle ore extra-curricolari delle scuole elementari. E’ in questa fase che il senso civico e culturale si forma come uno stampo indelebile (come già capiva Platone). La riduzione drastica del personale di ruolo, comportando l’impiego dello stesso per ore di supplenza e impedendo le ore di compresenza tra insegnanti, sta di fatto rendendo impossibile la messa in atto di queste attività nelle scuole elementari. Le scuole stanno cercando di mantenere qualcosa, appunto, volontaristicamente. E’ evidente da questo sforzo la volontà politica opposta di sacrificare l’abitudine a tutte le forme di elaborazione culturale non nozionistica e non individuale – ed ecco, dieci anni dopo, i protagonisti delle scene urbane descritte all’inizio di questo articolo. Ecco, se io devo immaginare la formazione di una coscienza comune generazionale dei 30-35-(40) enni, andrei a volantinare nei consigli di classe delle scuole elementari, dove sono tutti feriti ma anche quasi tutti docilmente rassegnati come animali d’allevamento abituati a crescere in gabbie separate e a considerare intangibili le leggi del macello

  10. francesca scrive:

    E’ desolte, ma specchio perfetto della realtà.
    Mi ci è voluto qualche giorno per trovare l’esprit per lasciare un mio banale commento. Il libro di Antonella Agnoli che tanto in questo ultimo anno ha confortato noi bibliotecari è un libro di tale lungimiranza che ogni assennato amministratore dovrebbe leggere e ri-leggere. Noi bibliotecari non facciamo un lavoro neutro purtroppo (o x fortuna): assistiamo con infinita stizza e profonda tristezza alla dissolvenza rapida del valore del confronto e del dialogo culturale. Lottiamo contro lo svuotarsi di senso del nostro essere lì, in biblioteca. Meno libri, meno quotidiani, meno informazione, pc giurassici, nessuna risorsa per una minima programmazione culturale….stiamo finendo..per mangiare pane a tradimento. Essere sulle barricate e difendere con i denti i servizi resi da una biblioteca pubblica….logora se la prima risposta dei nostri amministratori è : ma se a uno interessa un libro…se lo può anche comprare. Detto questo….detto tutto. Forse siamo senza futuro, davvero….ma i bibliotecari, non fanno un lavoro neutro….appunto….

  11. Eleonora scrive:

    bellissimo articolo, condivido tutto…
    mi piacerebbe poter far qualcosa per invertire il senso di marcia che l’Italia ha intrapreso, essendo un’avida lettrice fin da piccola… anch’io detesto vedere la biblioteca della mia città (come la stra-grande maggioranza delle biblioteche italiane) offrire un servizio mediocre e, soprattutto, offrire un servizio penoso in estate!!!
    Ho creato qualche annetto fa un blog dove parlo principalmente di libri, ne compro tanti ogni anno e ne prendo in prestito molti anche in biblioteca. Per ora questo è il mio modesto contribuire per far vedere che la “marcescenza dell’incultura” non mi ha contagiato e vorrei riuscire a trasmettere questa mia passione ad altri.
    Cos’altro si può fare a livello individuale?

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  29. enrico mancini scrive:

    cacciamo questi politici, la colpa è la loro di una situazione che stà degenerando in rigor mortis l’italia

  30. Maurizio enzo lazzerini scrive:

    posso essere anche d’accordo con questa tesi, ma l’italia è fatta di persone che sono parte attiva nella vita sociale e politica che hanno speranze e sui quali gli altri fanno affidamento per le proprie speranze. .Non è un pese di insensati .Io seppur anziano speranze ne ho ed anche progetti per disegnare il futuro con i quali spero di coinvolgere altri e tramite i quali essere coinvolto ad altri progetti che in parte confermino il positivo ed in parte cambino il negativo.

  31. Lalo Cura scrive:

    vernetta, larissa, jumma, emi, nicolette, evette… mi chiedo quale altro blog può contare su un parterre di commentatrici siffatte
    manca solo enlarge penis e non vi nascondo l’emozione che mi provoca il solo pensiero di poterla leggere

    lc

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