hitler roma 1938

L’Italia razzista. La persecuzione contro gli ebrei

hitler roma 1938

“Roma di travertino rifatta di cartone aspetta l’imbianchino, suo prossimo padrone”, scriveva Trilussa a proposito della visita di Adolf Hitler a Roma nel 1938, e non si dica che i poeti a Roma siano soltanto avatar della cartolina della Città Eterna. L’ex vedutista di cose viennesi riconvertito in Führer  e “primo soldato del Reich” (le tre allucinazioni, come le ha chiamate lo storico militare inglese John Keegan ne “La maschera del comando” pubblicato dal Saggiatore) arrivò in treno a Roma alle 20,30 del 3 maggio.

L’imponente rappresentanza sbarcò a stazione Ostiense, all’epoca una stazione fantasma, a mala pena uno scalo di binari, e quindi inventata per l’occasione: la logistica della propaganda trovò utile l’ubicazione di quel binario perché da lì, appena al di fuori delle millenarie mura aureliane, si poteva risalire in parata trionfale fino al Quirinale passando per i gioielli classici di Roma.

In un mese e mezzo venne creato un padiglione basso, con forme quadrate, in linea col monumentalismo ufficiale, una struttura provvisoria con la facciata in travertino e una selva di tubi innocenti ricoperti di legno e stucco per dare l’effetto del marmo. La cosa funzionò e piacque, venne allora rifatta sempre dallo stesso progettista Narducci nel 1940 in vista della mai aperta esposizione universale del ‘42. La fiction fu aiutata dal buio della sera, l’arrivo di Hitler finì avvolto e inquadrato da luci e riflessi spettacolari.

L’invenzione della nuova porta d’ingresso a Roma faceva il paio con i cartelloni pubblicitari disseminati lungo le tratte ferroviarie per nascondere all’imbianchino le baraccopoli di una Roma non all’altezza dell’Impero. Il bluff cialtrone della stazione Ostiense assomiglia a quei canali youtube come Primitive Tool o Jungle Survival: ingegnose e rapide costruzioni temporanee di case e piscine con materiali basici in mezzo alla foresta, sperando che non si metta a piovere e sciogliere l’impasto di argilla, rovinando tutto.

A maggio il primo trancio dell’estate che verrà è seducente, alla sera il caldo blu del cielo diventa un fondale intimo, non più respingente. Poi subentra giugno e l’estate si manifesta con una luce ottusa, sparpagliata, spiazzante. C’è qualcosa di aggressivo anche se non succede nulla. Ufficialmente la visita di Hitler non comporta firme, trattati, convenzioni. Ma è pur sempre lo scellerato Adolf Hitler in pompa magna, mica Gregory Peck in vespa.

Ed è nel riparo da questa luce spietata, nei corridoi e nelle stanze di redazioni e ministeri romani, che si stanno preparando in segreto le leggi razziali, portando a compimento un percorso burocratico già random e accelerato con la creazione delle nuove colonie africane. Il sole che il mattino dopo sbatte sull’enorme spiazzo polveroso della nuova stazione illumina le grandi bandiere con le svastiche messe a cordone del viale d’ingresso, nelle foto ufficiali non c’è vento, le figurine che si vedono camminano in qualcosa più grande di loro, non hanno addosso l’euforia dei pretini di Mario Giacomelli. Ma non importa, Mussolini sta provvedendo ad aggiornare l’Italia sul fuso di Berlino.

E così il 15 luglio esce anonimo il “Manifesto della Razza” sul “Giornale d’Italia” con il titolo “il fascismo e i problemi della razza”, scritto dal Duce, anzi dettato al 25enne Guido Landra, poco dopo sottoscritto da dieci scienziati italiani (Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, lo stesso Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari), programma che fissa i punti fondamentali del fascismo nei confronti della razza, concetti strampalati che sosterranno l’insieme di decreti, leggi e circolari con l’obiettivo di cancellare la comunità ebraica in Italia, in quanto “gli ebrei non appartengono alla razza italiana“.

Poi viene l’agosto che tutto brucia: il 5 esce in 75mila copie l’orrido e violento quindicinale “La difesa della razza” diretto da Telesio Interlandi a cui Mughini ha dedicato un libro che di recente è stato ristampato da Marsilio, “A via della Mercede c’era un razzista”, alludendo alla sede del quotidiano Tevere, che si distinse nella campagna antisemita e che aveva sede nel budello della via del centro. Annunciato nelle circolari addirittura con un codice segreto, parte dal 22 agosto il nuovo censimento degli ebrei, la schedatura per il punto di non ritorno che segnerà il debutto legislativo il 5 settembre con l’esclusione delle persone ebree dalle scuole, e continuerà a lungo. Nota: tra i primi provvedimenti del Minculpop c’è il divieto di traduzione di libri ebrei, di adozione di libri scritti da ebrei, comprese le cartine geografiche.

Soltanto un anno prima, Giuseppe Bottai, “tra i più zelanti sostenitori della crociata antiebraica” come sentenzia la Treccani, di censimento ne faceva un’altro: quello delle osterie romane, a margine di un libro di culto della romanistica di cui Bottai volle scrivere assolutamente la prefazione, “una scorribanda nei sentieri della vita popolaresca romana tra rumorose alzate di bicchieri”. Aggiungi un posto a tavola, anzi no. A proposito di Roma popolare: nei rivoli delle mille cose interdette c’è la raccolta di rottami, l’esercizio da ambulanti, l’essere stracciaroli. Per chi volesse una foto simbolo di questi provvedimenti basta dire che metà dell’iconografia della Roma moderna a cavallo della breccia di Porta Pia finisce idealmente all’indice.

Di tutto ciò che nella realtà delle cose sancirà la visita di Hitler, di quale Italia segretamente già predisposta accolga il dittatore alla stazione e quale Italia inebriata dallo sguardo del potente alleato rompa definitivamente gli indugi sulla questione della razza; della “preparazione terrificante nella metodicità dell’odio razziale, anche prima che tutto sia travasato in norme giuridiche”; delle leggi razziali, “di cui ufficialmente e con tanta decisione si escludeva ogni possibile introduzione”; delle progressive disposizioni limitative e vessatorie, “320 provvedimenti dal 1938  fino al 1943 e un’altro centinaio dopo”; della “discriminazione, spoliazione, e persecuzione dell’antisemitismo burocratico”: di tutto questo e oltre ha scritto un grande libro di ricerca e divulgazione il giornalista Fabio Isman, autore di molti libri inchiesta sui beni culturali.

Per assemblare le oltre 250 pagine de “1938, l’Italia razzista, i documenti della persecuzione contro gli ebrei” pubblicato da Il Mulino con prefazione di Liliana Segre (si spera venga adottato nelle scuole), Isman ha consultato 231 volumi: contando le ore passate negli archivi grazie alle note d’ingresso e uscita ha raggiunto 32 giorni di studio tra gli scaffali di istituzioni e amministrazioni, come quello dell’Archivio centrale di Stato e Banca intesa di Milano.

Ha la copertina grigia, il tono spento, colore della burocrazia. È un libro che non era stato ancora scritto sui “conti italiani della Shoah prima della Shoah” come è stato detto in una delle tante presentazioni, una indagine sull’acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati a partire dall’isolamento serissimo e feroce delle leggi del ‘38, ovvero quanto è stato portato via, anche di nascosto, e quanto recuperato con gran fatica. I lavori della Commissione Anselmi, istituita nel 1998 e conclusa nel 2001 (Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati), hanno stilato un elenco di 8mila confische.  Ed è anche un testo sui legami giuridici della legislazione antisemita italiana ancora in piedi in anni recenti. Tanto fu convincente il bluff della stazione Ostiense quanto radicate furono le disposizioni. Nel 2008 un decreto legge abroga 3.300 atti, tra cui la legge 22 dicembre 1939, n. 2194, che vietava agli ebrei di allevare e usare i colombi viaggiatori. Fino alla legge Bersani del 1997 gli ebrei professionisti non potevano riunirsi ufficialmente: era illegale per gli architetti ebrei consorziarsi per fare uno studio. L’Egeli, l’Ente gestione e liquidazione beni ebraici che nasce nel 1939, venne abolito nel 1997 grazie al ministro del Tesoro Azeglio Ciampi.

Tra le cose mai restituite, e di cui si è occupata una commissione del Governo senza risultati, c’è la storica biblioteca della antichissima comunità ebraica romana, razziata nell’ottobre 1943 prima del rastrellamento e sparita chissà dove. Nella ricerca di Isman si legge che “era la più importante biblioteca in Italia, e tra le maggiori in Europa. Nel censimento del 1934 risultano 8mila volumi, 28 incunaboli, 183 cinquecentine, anche quelle stampate a Venezia da Bomberg (tra cui una prima edizione del Talmud, 8 tomi), Bragadin e Giustiniani. Testi del ‘500 da Costantinopoli, Salonicco, Cracovia e Lublino, e del ’700/800 da Venezia e Livorno. Secondo uno studioso degli anni 30, conteneva un quarto dei libri editi dai famosi Soncino (stampatori, tipografi, editori ebrei aschenaziti), con trattati di Avicenna, commenti ad Averroè del Trecento, e libri introvabili altrove”.

Altrove si legge che nel 1961 la ditta romana di trasporti Otto & Rosoni usata come facchinaggio dai tedeschi rispondeva per lettera all’allora presidente della comunità Fausto Pitigliani: “Nessun documento ferroviario risulta emesso da noi, per cui non possiamo precisare la destinazione di detti vagoni. Il trasporto per ferrovia venne curato direttamente dall’amministrazione militare tedesca”.

Nei decenni la biblioteca non è mai saltata fuori neanche a pezzi, smembrata magari tramite l’acquisto parziale da parte di privati, il che fa pensare gli addetti ai lavori che sia nascosta in toto. Dove sia sono solo voci, resta aperta l’indagine dei carabinieri del Patrimonio culturale. Colui che si prese l’incarico di provare a riportare a Roma la memoria della comunità, sprezzantemente razziata non casualmente ma dentro un programma rivolto a tutta Europa, il cacciatore di libri Dario Tedeschi, è morto a Roma a fine 2018.

Stefano Ciavatta, giornalista. Ultimamente scrive di cose romane per Il Foglio.
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