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Miss Julie, un dramma del potere. Intervista a Liv Ullmann

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica (fonte immagine).

C’è un momento nella Miss Julie diretto da Liv Ullmann in cui l’imminente suicidio della protagonista viene annunciato da un coro di uccelli che cinguetta nel bosco. In altre circostanze gli uccelli avrebbero distratto la ragazza, le avrebbero fatto barattare il dolore con la bellezza del mondo. Ma Julie procede già separata da sé e dal bosco, ormai incapace di ascoltare uccelli che non siano il suo, un cardellino giallo brutalmente ucciso poche scene prima dall’amatissimo amante.

Nessuno in questa storia è cattivo, eppure tutto volge al disastro. Quando Liv Ullmann ha deciso di scrivere e dirigere un film tratto dal dramma di August Strindberg Miss Julie stava lavorando all’adattamento teatrale di Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams. Cate Blanchett era Blanche DuBois. “Williams si ispirava incredibilmente a Strindberg”, racconta al telefono la regista dell’ottimo Miss Julie, interpretato da Jessica Chastain, Colin Farrell e Samantha Morton e distribuito in Italia da Lab 80 Film.

“Se io che non mi ero mai interessata al drammaturgo svedese ho iniziato a leggerlo, è stato proprio grazie a Un tram che si chiama desiderio. Lì ho capito che tutto quello che Cate Blanchett faceva sul palco veniva dal personaggio di Miss Julie. E mi è venuta voglia di lavorare al dramma di Strindberg”. Un dramma che più che l’amore racconta il potere. “È esattamente questo, un dramma del potere”, conferma Ullmann. “Non credo che Strindberg volesse scrivere delle relazioni tra uomini e donne. Sulle donne ha scritto cose terribili, e credo gli facessero un’enorme paura. Credo più che volesse raccontare come il potere condizioni le relazioni tra gli esseri umani. La gente è convinta sia un dramma sul passato, ma mai come oggi la questione del possesso è attuale. Basta pensare ai rifugiati, a come abbiano creato un corto circuito nel comune pensare su ciò che è bene e ciò che è male”.

Magistrale nel film è l’uso della luce come elemento narrativo della storia. La luce non è lì solo per illuminare, ma per raccontare. Lo dico a Ullmann e lei mi parla immediatamente di Vilhelm Hammershøi, pittore danese dell’ottocento celebre per i suoi interni con donne ritratte quasi sempre di spalle. Dice la regista: “È incredibile come nei suoi quadri riesca a raccontare storie solo utilizzando la luce”.

A conquistare in Liv Ullmann non è solo la passione e intelligenza con cui parla del suo lavoro, del come l’essere stata un’attrice l’abbia aiutata a diventare una regista attenta, una che sa che la creatività degli attori è preziosa, che nella relazione tra regista e attore la fiducia è una faccenda reciproca. A conquistare in Ullmann è il modo in cui difende la propria identità, così palesemente indipendente da quella di Ingmar Bergman, il regista che agli occhi di tanti sembra per necessità doverla definire. E il modo in cui al tempo stesso, nel giro di una frase, lo illumina e mantiene dentro il quadro: “Sono solo orgogliosa di avere lavorato con Ingmar, e mi va bene che la gente mi chieda costantemente di parlarne, ma certe volte mi domando: perché non l’hanno mai chiesto a lui?”

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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