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“Prima che te lo dicano altri”, il romanzo tra due mondi di Marino Magliani

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Pubblichiamo un pezzo apparso su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Matteo Giancotti

Colpisce subito, nella scrittura di Marino Magliani, il piglio ruvido: «Certe cose si facevano perché bisogna farle, ma non se ne parlava». Altro esempio: «Uno è il posto dove si nasce, disse. Poi ti innestano». Modi laconici, specialmente nei dialoghi, per nulla complimentosi; come di un Hemingway filtrato all’italiano attraverso uno scabro dialetto.

Si rispecchiano così, nelle parole, la natura e l’antropologia di un territorio aspro e difficile, quale è l’entroterra imperiese (la zona della Val Prino, di cui Magliani è originario), colonizzato per una metà da speculatori russi e per l’altra da cinghiali che «impestano»; in forma ormai residuale vi resiste, quasi suo malgrado, una sparuta comunità locale, legata per inerzia, più che per scelta di vita, a lavori antichi: la raccolta e il commercio delle olive, la silvicoltura, la caccia (leggi bracconaggio) e ogni tanto, per cambiare, la pesca.

Questo è l’ambiente in cui si incardina la prima metà del romanzo Prima che te lo dicano altri (Chiarelettere), ritorno di Magliani alla narrativa «pura» dopo libri notevoli come Soggiorno a Zeewijk (Amos) e L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exorma), nei quali il racconto autobiografico cedeva frequentemente il passo a inflessioni saggistiche e poetiche.

Con questo nuovo libro Magliani dimostra una volta di più di avere elaborato una cifra stilistica che lo distingue. Di suggestioni letterarie la sua pagina ne offre molte, ma la rapidità talvolta anche brusca del dettato, la resa perfetta di piccoli dettagli tecnici che contribuisce in modo fondamentale all’illusione di realtà, le sfumature liriche e filosofiche che fanno lievitare il senso di molte scene di vita, tutto questo dà alla sua scrittura una forma propria, nettamente identificabile.

Il protagonista del romanzo, Leo Vialetti, è un uomo tra i cinquanta e i sessanta, senza paie (senza padre) all’anagrafe del suo borgo, rude, poco istruito, taciturno come i suoi compagni di caccia e di bevute, che vive contemplando malinconicamente la vita. Dal futuro non si aspetta nulla, mentre il passato lo assilla con domande rimaste troppo a lungo senza risposta: interrogativi che lo porteranno in Argentina, a vedere che fine abbia fatto quel giovane uomo, Raul Porti, che nell’estate del 1974 gli dava lezioni private (Leo infatti, alunno di seconda elementare, non sapendo ancora ben distinguere dialetto e lingua, quell’anno era stato rimandato in italiano).

Di Porti nessuno sa più nulla da quando, nell’autunno del ’74, è partito per l’Argentina, con un incarico da agente nel settore della compravendita di terreni. Pur avendolo frequentato per un’estate soltanto, Leo si è sempre sentito profondamente legato a lui: nessuno, in fondo, si era mai interessato con tanto affetto di quel bambino «allardato» che l’intera contrada etichettava come senso paie.

Al suo paese Raul Porti aveva lasciato una «villa», una strana costruzione che, non avendo di fatto più proprietari, viene messa all’asta dal comune esattamente cinquant’anni dopo la partenza di Porti (il romanzo è ambientato nel 2024); di fronte a quell’opportunità, per quanto economicamente svantaggiosa – l’edificio è in pessime condizioni e sta scivolando a valle con la terra su cui è stato costruito -, Leo non esita, vende tutto ciò che ha e si aggiudica Villa Porti. Dopodiché parte per l’Argentina, consapevole del fatto che cercare un uomo di cui si sono perse le tracce al tempo dei desaparecidos è come cercare un ago in un pagliaio. Ma il viaggio, così come la partecipazione all’asta, sono per lui come un debito d’onore, che va pagato, in ricordo dell’unica estate felice della sua vita.

La seconda parte del romanzo, quella argentina, è altrettanto vivida della prima, ma cresce di ritmo per raggiunta di elementi narrativi nuovi, detection e thriller. Leo cerca giustizia, è disposto a tutto, ed è così sprovveduto, o disperato, o soltanto stanco di subire, da suonare al campanello di un ex torturatore chiedendogli conto di un desaparecido che lui quasi certamente non può aver conosciuto. Ma è poi veramente un desaparecido Raul Porti? Non è così facile stabilire chi siano i colpevoli Leo è costretto a impararlo sia che si tratti di una lite per la proprietà di un pezzettino di terra negli spazi angusti di una valle in Liguria, sia che si tratti di gente scomparsa nei territori immensi della Pampa argentina.

Magliani sa bene come far correre velocemente una storia senza «bruciarla»: è un narratore di razza; e comunque le sue pagine, anche quelle che si leggono più rapidamente, conservano sempre una notevole densità linguistica e di pensiero. Sono due aspetti difficili da combinare insieme: questo libro li tiene uniti in un buon equilibrio.

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