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Lo sconosciuto

di Saverio Mariani

L’ho scoperto giorni dopo, ma la sala operatoria nella quale mio padre è stato chiuso per oltre quattordici ore, non era distante dall’altra sala dove i chirurghi avevano praticato l’espianto allo sconosciuto.
L’operazione, nel suo complesso, sembra semplice: tirare via da un corpo morto gli organi ancora sani, e impiantarli nel corpo malato di un’altra persona. Come spostare i mobili vecchi da una stanza all’altra, accatastare i primi da una parte e coprirli con un telo o con un sudario, evitando così che la polvere si depositi come una nevicata lunga mesi, anni, secoli. Nella nuova stanza vengono montati i nuovi mobili, le pareti, dipinte di un nuovo colore solare, acquistano una veste rinnovata – eppure in tutto questo trasloco niente sarà veramente nuovo.
Guardo le due stanze da fuori attraverso le porte leggermente sfessurate e illuminate da un sole che fatica a tramontare. Intravedo le vicende, gli intrecci, i lacci che non si snodano. Sono così vicine queste due stanze, comunicano. Si parlano, si scambiano l’aria e i fluidi, le energie: sono allineate dentro un lunghissimo corridoio cieco, con le porte di ferro color giallo acceso.
Nelle settimane successive all’operazione, nei lunghi pomeriggi in cui mio padre riposava e io rimanevo a sua disposizione, seppur non nella sua stessa stanza, per motivi igienici, ma in un’altra stanza ancora (questa è una storia di stanze da cui uscire e nelle quali vivere e riposare per qualche ora), uscivo e tornavo al piano di sotto. Mi affacciavo nel corridoio e sentivo il respiro affannarsi mentre i miei occhi vibravano. Allora mi giravo e tornavo a camminare in mezzo ai pazienti e alle persone sedute nelle afose sale d’attesa. Uscivo da stanze entrando in altre, perché l’ospedale di Ancona ha una struttura reticolare, geometrica. O almeno così si veniva a costituire nella mia testa e dentro la memoria storica dei miei muscoli che lo hanno percorso quasi per intero. Lì tutto è in relazione con tutto; anche gli angoli più lontani della struttura hanno un filo che li tiene assieme. L’ospedale è stato costruito come un alveare perché potesse entrarci tutto e tutto riuscisse a convivere, a interfacciarsi col resto ma anche a rimanere isolatamente un fatto privato. Le stanze sono chiuse, ma hanno una porta che si apre.

Non so come sia morto lo sconosciuto – forse di vecchiaia. O forse in un incidente: oramai in tanti muoiono per strada, davanti agli altri, senza nemmeno godere del pudore di una morte privata – e in verità non so nemmeno se sia davvero morto. Ma poi, era un uomo lo sconosciuto? Ne sto parlando come fosse un maschio, bianco e non certo giovanissimo. Eppure non lo so se questa descrizione risponde a verità, per quanto ne so lo sconosciuto potrebbe anche essere un giovane studente sfortunato, o un uomo di colore della stessa età di mio padre. Ci sono molte cose che non so se rispondano a verità e sono tutte così plausibili.
I medici ci hanno correttamente informato che, se lo volevamo, potevamo conoscere il nome e il volto della persona che ha donato il fegato a mio padre. Ma ce l’hanno sconsigliato, perché in condizione post-trapianto i risvolti psicologici che possono seguire sono poco prevedibili, sia nella persona che ha subìto l’operazione sia nei famigliari più stretti del donatore.
Mentre ne parlavamo coi medici nella loro stanza all’interno del reparto – i computer erano accesi, le cartelle sul tavolo centrale, le borse e gli zaini con gli effetti personali dei dottori un po’ alla rinfusa – guardavo fisso uno di loro. Mia sorella mi stringeva una mano e mia madre annuiva in continuazione con la testa. Il dottore a cui prestavo una particolare attenzione era giovane, rampante; percepivo chiaramente che aveva fretta di poter dire qualcosa, di intervenire nel discorso che il capo equipe ci stava facendo in maniera pacata e sorridente. Ci guardava sicuro con gli occhi accesi, posizionati dietro grandi occhiali rettangolari neri con la montatura di alluminio. Quando finalmente prese la parola disse qualcosa che mi fece pensare immediatamente: lo sconosciuto è un uomo. Che avesse detto qualcosa di troppo – non ricordo le parole esatte, ma solo quello che provai lì e una volta uscito dalla stanza –, che si fosse in un qualche modo “tradito”, me lo confermò lo sguardo del primario.
Ora, dopo qualche anno, capisco ancora meglio che è difficile per una persona a cui è stato trapiantato un organo vitale fare i conti con l’idea che una parte di te non sia tua, e che sia servita una morte affinché potessi rimanere vivo. Il processo psicologico si complicherebbe ancora di più se a questo sentimento – che in ogni caso esiste, anche se in maniera minuscola, latente, nella mente del trapiantato – venisse aggiunto un volto, quello dello sconosciuto. «Basterebbe associare quel volto a questa situazione e la nostra mente potrebbe cominciare a pensare alla vita di quello che non è più uno sconosciuto, ma un tessuto di affetti e ora una mancanza nella vita di chi è rimasto», spiegai a mio zio – fratello gemello di mio padre –, poco dopo, al telefono, dando prova di aver già elaborato il ragionamento che ci fecero i medici. Mio zio era tornato a casa dopo l’operazione, ma era con lui che avevo accompagnato mio padre in ospedale la sera precedente il trapianto. Mentre lo guardavo — sono gemelli eterozigoti, diversi in tutto, nei tratti del volto, nei comportamenti e anche nella postura — aspettando che passassero le ore, niente nei suoi occhi mi suscitava un paragone con mio padre. Mio padre era dentro la sala operatoria, mio zio in quella d’attesa e tutto questo mi sembrava normale.
Così decidemmo di evitare di far partire la complessa e pericolosa procedura, una trafila che avrebbe inevitabilmente riguardato anche la famiglia dello sconosciuto la quale ha sempre l’ultima parola e può decidere di non rivelare se stessa e lo sconosciuto, e dunque di non conoscere la persona a cui è arrivato l’organo donato.

Nessuno l’ha più rivisto entrare in casa, con le consuetudini che aveva e che mai conoscerò, ma lo sconosciuto non è morto. Non è nemmeno scomparso, ma non è morto. Il suo silenzio, la sua assenza, sono una maschera che nasconde una trasformazione. Già la sua maschera “originale” mi sfugge, potrei averlo incrociato furtivamente e non ricordarmelo affatto. Forse una volta, al mare, eravamo entrambi al bancone del bar a prendere da bere. Forse lui stava comprando un gelato ai suoi figli, o forse figli non ne aveva affatto.
Sono il primo a dirlo, nella mia famiglia, qualche tempo fa alla cena del “secondo compleanno” di mio padre – una pratica istituita per festeggiare, nell’anniversario del trapianto, la rinascita di papà; l’8 agosto c’è ancora quell’aria vacanziera che si concilia alla perfezione con una festa di compleanno all’aperto. Sono stato il primo a dirlo, ma con molta probabilità non certo l’unico a pensarlo: lo sconosciuto non è morto. Eppure non si può dire che sia vivo.
Come può dirsi morto un uomo i cui organi tengono in vita un altro uomo?
Per me che ho studiato filosofia, e che della filosofia avrei voluto fare un mestiere, questa domanda ha un profilo speculativo interessantissimo. Se non fosse che ogni volta che ci entro sento di nuovo l’odore degli ascensori dell’ospedale di Ancona (un misto di disinfettante e sofferenza che mi seccava la gola), e il caldo appiccicoso di quell’agosto in cui camminavamo sul crinale. Il battito cardiaco comincia a salire e l’indice della mano sinistra mi inizia a tremare, come fosse in preda a un raptus. È il segnale che la vita si è innestata nei ricordi e le emozioni vissute si aprono di nuovo, ricominciano a ballare come palloni di plastica che rimbalzano nel mio stomaco.
Prima di queste pagine e prima della cena di quest’estate, gli effetti legati alla riemersione di quel senso di paura tremenda e inconfessabile li avevo forzatamente confinati alla mia testa. Nessuno vedeva, nessuno sapeva. Avevo chiuso le porte della mia stanza.
Poi, per fortuna, alla cena – rilassato dal sorriso contagioso di mio padre e dalla birra consumata oltre misura – ho detto, quasi improvvisamente, mentre parlavo d’altro, che lo sconosciuto in fondo non era morto. E tuttavia non è neppure vivo. Credevo di averlo detto sottovoce a qualche amico, ma probabilmente non è stato così. Lì per lì sono uscito dall’aporia dicendo quella che può sembrare una banalità: è vivo negli occhi di papà, lo vedete, e continuerà a vivere attraverso di lui, cin cin! – come se la vita fosse una cosa che si può spezzettare, una parte mantenendola attiva, mentre l’altra viene disattivata dall’esterno. Il giorno successivo ho dovuto fare ritorno a quell’idea, mentre sistemavo il caos lasciato dalla festa – un caos simile a quello che intravedevo appena fuori dall’ospedale, soltanto affacciandomi da una finestra o concedendomi una passeggiata serale. In silenzio, dunque, nello stesso silenzio di allora, c’erano le due stanze. E poi altre due, e ancora due, e i corridoi che le collegavano, e gli ascensori a connettere i piani e nel frattempo che raccoglievo l’immondizia della sera prima, nella mia testa l’ospedale di Ancona diventava un’arnia gigantesca e rumorosa come non lo era mai stata. Un alveare molto più grande e molto più connesso di quanto non credessi prima. Brulicava e si faceva sentire, ma i volti non si vedevano, così le persone perdevano la propria identità. Erano bianchi dalla testa ai piedi. Tutti uguali: né morti, né vivi. Come lo sconosciuto.

Da quelle due stanze era entrata e uscita Martina — una giovane dottoressa con i capelli castani ordinati spesso in una treccia appoggiata alla spalla sinistra, tenuta stretta da un elastico celeste che non stonava sul camice azzurro dentro al quale si muoveva in ospedale —, era lei ad aver collegato le due stanze. Nei primi giorni che seguirono l’operazione, una volta che mio padre fu fatto uscire dalla terapia intensiva, Martina passava spesso nella sua camera ad accertarsi delle sue condizioni di salute, dei piccoli scostamenti rispetto a qualche ora prima. Papà aveva perso un po’ il suo colore e il volto si era leggermente asciugato, ma non aveva dimenticato come ci si lega alle persone.
La dottoressa Martina raccontò a mio padre e a mia madre — i quali mi raccontarono a loro volta questo aneddoto con gli occhi limpidi, mentre il sole che entrava dalla vetrata del corridoio colpiva quella piccola sacca di lacrime che si crea dopo un’emozione, e non scende sulle gote — che era stata lei a partire con l’elicottero, a raggiungere lo sconosciuto, praticare l’espianto nella prima stanza. Dopo nemmeno una notte era presente, nelle lunghe ore passate nell’altra stanza, durante il trapianto di fegato compiuto sul corpo assopito di mio padre. Papà sapeva solo dire «grazie» e con una mano cercava di sfiorare quella di Martina che raccontava la stranezza di questo suo mestiere. Lei che aveva paura di farsi curare un dente cariato, a poco più di trent’anni aveva partecipato attivamente a quello che può apparire come un miracolo: rendere vive due persone, mio padre e lo sconosciuto.
Come ha dormito Martina nei giorni successivi all’operazione? Com’è possibile che il volto dello sconosciuto non le abbia tolto il sonno? A quello sconosciuto se ne è andato a sommare un altro, e un altro ancora, e ancora un altro?
Sento rimbombare quei «grazie» sussurrati nel silenzio di adesso, nella distanza che sembra separarci dall’agosto del 2014 che invece è così vicino perché è dentro, un confine che ho paura a calpestare, come una rete che mi lascia intravedere cosa c’è dall’altra parte.
Mentre mi sdraiavo su uno scomodo lettino nella camera di un appartamento in collina, con una stupenda vista sul Conero e il mare, nel quale abbiamo sostato qualche mese, guardavo dall’altra parte in continuazione. Vedevo lo sconosciuto e, nonostante tutto quello che riuscivo ad immaginarmi, la mattina seguente mi alzavo dal letto pesante e mai riposato, per andare a preparare la colazione. Sotto il porticato, appena fuori la porta di questa casa, il bosco scendeva veloce verso il basso fino a cadere nel mare. A sinistra il grande naso del Conero s’interrompeva bruscamente, per poi addolcirsi in un golfo dall’acqua limpida. Quello che riuscivo a vedere, e che spesso fissavo per ore, era un grande canale che dal mare portava a noi aria fresca e salsedine. Nel bosco, dalla cui sommità ci affacciavamo, erano diffuse moltissime piante di mele selvatiche, facilmente raggiungibili. A volte ci inoltravamo lì dentro, camminando nella frescura di un’ombra naturale, per raccoglierne qualcuna, finché mio padre non sentiva salire la stanchezza e allora facevamo ritorno a casa. Tornavamo e ci mettevamo a guardare il mare — distante non più di quattro o cinque chilometri — dall’alto.
Se nel nostro linguaggio contempliamo parole come nonostante, malgrado, tuttavia, è perché abbiamo dovuto assecondare il carattere quasi menefreghista della vita. Lei va, procede fra gli inciampi e le disperazioni; non può fermarsi ad ogni morte, ad ogni dolore e a ogni gioia. Anche perché così facendo, non farebbe altro che ammirare se stessa. Eppue noi dobbiamo affrontare i nostri giorni così: tagliando delle frequenze agli apparati ricettivi, evitando di farci schiacciare da tutto quello che non siamo noi e si palesa in maniera così strabordante.
Avrò detto milioni di volte nonostante, malgrado, tuttavia, passando avanti a ciò che succedeva. Nel periodo più intenso della malattia di mio padre vivevo attaccato alla necessità di sopravvivere a ciascuno stato di difficoltà che mi si palesava innanzi. Riguardandoli indietro, dopo anni, quei mesi culminati col trapianto e la successiva ripresa post-operatoria, fatta di analisi e controlli, valori stabili e farmaci, dottori e farmacie, assomigliano ad un blocco di cemento friabile nel quale posso rientrare solo io. Non ho mai saputo raccontare o dire ciò che vivevo ma solo ciò che accadeva.
Quei mesi passati entrando e uscendo dall’ospedale, hanno confermato un’idea che ho sempre covato in me, nella solitudine che coltivo da sempre e nella quale, malgrado tutto, ho necessità di tornare: non è la morte a spaventarmi, ma il dolore. La paura mi assaliva mentre camminavo (camminavo spesso, riempiendo uno spazio che mi illudevo potesse trasformarsi in tempo) e il terreno sembrava inconsistente, liquefatto dal caldo e dall’incertezza. Una sensazione che dai piedi viaggiava velocemente arrivando agli occhi, e camminavo ancora per colmare l’attesa ma non vedevo più come prima; l’insegna del bar affacciato sulla rotatoria davanti all’ospedale era una macchia di colore e nulla più. Il mio sguardo subiva una distorsione ed io non sapevo più distinguere le cose, non sapevo più dove terminava una storia e ne iniziava un’altra.
La morte — l’ho vissuta anche io qualche morte, come ognuno di noi ne ha vissuta qualcuna, insieme a quel primo iniziale sospiro che rimane intrappolato in gola e che si ripresenta nel pianto di dolore come un’aritmia — arriva e crolla allo stesso tempo, sparisce portandosi via niente. Il dolore invece consuma infilandosi negli interstizi della vita di tutti i giorni, innestandosi nei respiri affannosi prima di dormire.

Nei mesi che precederono il trapianto, mesi ricolmi anche di una speranza che era timore mascherato, mentre chiunque avrebbe voluto avere una soluzione per mio padre e dunque per noi, io immaginavo tutti gli scenari possibili. Immaginarli significa farli esplodere, riportare alla luce la fragilità più profonda delle cose. Io in quei mesi ho scoperto la mia più profonda fragilità, abissi a cui non avevo mai avuto accesso, spazi sconfinati che mi facevano sentire inutile, accerchiato da un esercito straniero. Come quanto, in un grande supermercato di Ancona e l’incapacità di trovare la corsia che cercavo si trasformò immediatamente in uno spaventoso presagio di realtà.

Cerottavo queste falle e mi sentivo colpevole, sentivo di compiere un atto di presunzione, credevo di mancare di affetto e reale speranza. Guardavo così tanto e così spesso a cosa sarebbe potuto essere, alle possibilità (anche le peggiori) quasi volessi anticiparle, studiarle razionalmente e poterle combattere preparato nel caso si fossero presentate.
È stata questa terribile paura incancrenita nelle mie ossa a permettermi, tuttavia, di essere presente a ciascun passaggio successivo. L’ospedale che ci chiama con un fegato compatibile, la corsa ad Ancona, la giornata in attesa fuori dalle due stanze, ciò che è seguito e il ritorno a casa.
Di tutto questo non voglio dimenticare nulla.

Qualche mese fa, quattro anni e qualche settimana dopo l’operazione, eravamo a cena nella mia nuova casa, e guardavo mio padre parlottare con mia sorella. Era tranquillo, un po’ stanco. Sorrideva in risposta alla simpatia di mia sorella e le sue funzioni vitali si svolgevano senza particolari intoppi. Mia madre ci guardava, alternando sui nostri volti il suo sguardo aperto di quando è serena e i suoi occhi neri assorbono tutto, riflettendo molta luce. Il grande organismo nascosto circolava e il fegato dello sconosciuto compiva, silenziosamente, il suo lavoro. Sembra che abbia accettato l’idea che il suo corpo funzioni grazie anche ad una parte non propriamente sua, dicevo fra me e me. Perché il sistema si mantenga in equilibrio, mio padre ha dovuto cambiare un po’ la sua vita: soprattutto deve mandare giù tredici pasticche al giorno. Servono per stabilire una sorta di adattamento continuo all’interno del suo organismo, il quale deve “capire” una cosa fondamentale: il nuovo fegato non è un inganno, non è un cavallo di Troia da cui difendersi.
La cena nella mia nuova casa era finita; guardavo lo spettacolo davanti a me ed io ero vivo, come lo ero in quell’agosto di quattro anni fa nonostante la pressione dall’esterno risultasse insostenibile. Mio padre era vivo, così come lo era in quell’agosto in cui l’ho sentito contemporaneamente così vicino e così distante, sul punto di perderlo.
Era vivo anche lo sconosciuto, pur essendo morto aveva allentato lo schiacciamento che sentivo. Lo sconosciuto — che vita faceva lo sconosciuto? Sarebbe stato felice di queste parole che gli ho dedicato, di tutti i pensieri che lo hanno riguardato nella mia testa, di tutte le volte che incontrando qualcuno ho pensato e se questo fosse il figlio, un parente, un conoscente dello sconosciuto?, di tutte queste riflessioni che fanno bene solo a me e possono sembra un atto dovuto ma non richiesto? — aveva tagliato la corda da cui cercavamo, noi tutti, di districarci a fatica.
Siamo ancora tutti vivi, mi dicevo come a volermene convincere. Ma siamo vivi in maniera diversa.

All’ufficio anagrafe, aspettando il mio turno per compilare i moduli del cambio residenza, ho trovato un depliant informativo realizzato per sensibilizzare le persone a dichiarare che, al momento della propria morte, i propri organi vengano donati. Cenavamo e il depliant, che mi ero portato via e ho riletto più e più volte, era in mezzo a qualche libro sulla libreria. Al suo interno ci sono risposte chiare, in tre lingue (italiano, spagnolo e inglese), alle principali domande sulla donazione di organi e alcuni paragrafi che spiegano perché è importante donare. “Il trapianto è vita” si chiama questa campagna di comunicazione della Regione Umbria.
«La morte è causata da una totale e irreversibile assenza di funzioni cerebrali, dipendenti da un prolungato arresto della circolazione per almeno 20 minuti o da una gravissima lesione che ha colpito direttamente il cervello. In questi casi, tre specialisti (un medico legale, un rianimatore ed un neurologo) eseguono una serie di accertamenti clinici per stabilire, per un periodo di almeno 6 ore consecutive, la contemporanea assenza di: riflessi che partono direttamente dal cervello, reazione agli stimoli dolorifici, respiro spontaneo, stato di coscienza, qualsiasi attività elettrica del cervello».
Questa è la risposta che nel depliant si dà alla domanda Come fanno i medici a stabilire con assoluta certezza che una persona è morta?
Come fanno i medici; perché se avessero scritto un più generico come possiamo stabilire (tutti noi, tutti, coinvolti più o meno in questa salita e discesa continue), avrebbero dovuto rispondere che no, lo sconosciuto non è mai morto ed è ancora vivo. Sebbene il suo volto e le sue storie mi rimangano velate, so che si sono innestate in quelle di mio padre, l’unico ad essergli stato vicino, ognuno nella propria stanza, l’8 agosto del 2014 in un afoso ospedale di Ancona.

Saverio Mariani è nato a Spoleto (PG) nel 1990, dove vive e lavora. È laureato in filosofia, lavora nel mondo della comunicazione e dell’organizzazione teatrale. Redattore della rivista online Ritiri Filosofici, ha pubblicato il saggio filosofico Bergson oltre Bergson (ETS, Pisa, 2018). Il suo blog letterario è: attaccatoeminuscolo.

Commenti
3 Commenti a “Lo sconosciuto”
  1. lorella scrive:

    sarà per la giornata “particolare” per motivi personali … ma …. grazie …

  2. Cristina scrive:

    Grazie Saverio, l’ho letto senza respirare, in apnea. Bellissimo!!! Complimenti!

  3. gina scrive:

    complimenti Saverio, forte esperienza molto significativa….fa riflettere.
    grazie

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