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Lo scrittore ritrovato. Sul “pantarèi” di Ezio Sinigaglia

di Pierluigi Lupo

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Un po’ quello che accade a volte con i libri. Se ne stanno lì, dormienti, per molti anni, prendono polvere, cadono nell’oblio, e poi un giorno qualcuno decide di ridargli vita. È il caso del libro in questione. Il pantarèi di Ezio Sinigaglia, ripubblicato a gennaio dalla casa editrice TerraRossa con il chiaro intento di restituirgli un po’ di giustizia. Infatti, dopo la sua prima uscita, nel 1985, con un piccolo sconosciuto editore (SPS), il libro passa inosservato.

Sinigaglia, all’epoca trentasettenne, realizza il sogno di trasformarsi da lettore in scrittore, con l’ambizione di dimostrare che il romanzo non è morto. Ma davanti all’indifferenza della critica e ai pochi lettori, decide di abbandonare l’impresa appena iniziata. Ci vorranno più di trent’anni prima di vedere un altro suo romanzo. Nel frattempo continuerà a lavorare con le parole, per editori e pubblicitari, ricoprendo vari ruoli, tra cui quello di redattore, traduttore, ghostwriter, autore di guide turistiche, copywriter. Somiglia molto a Daniele Stern, protagonista del Pantarèi. E veniamo al romanzo.

Stern, “poligrafo senza occupazione”, deve incontrare Ghiotti. Non sa nemmeno se è uomo o donna. Redattrice, sottolinea l’usciere. Quindi va nel suo ufficio e trova la donna occupata al telefono. Nell’attesa lui fantastica, “un week-end nella sua casa di montagna”. Appena lei smette di parlare al telefono, lo informa sul lavoro. Dovrà completare l’ultimo volume di un’enciclopedia della donna, quello di cultura generale. Più precisamente riscrivere il capitolo sulla letteratura del Novecento e in tempi strettissimi, una settimana. Stern accetta, non può fare altro.

Lo vedremo impegnato alla vecchia preistorica “Olivetti portatile verdazzurra”, e nel tempo libero. Avremo così due Stern. Quello impegnato nel lavoro (la parte saggistica). E l’altro, quello che continua a pensare all’ex moglie, andata a vivere “con quel suo avvocatuccio tutti peli”, ma anche a Fabio, Carmen e ai ragazzi (la parte narrativa).

Sinigaglia si avvale di due prospettive: la prima e la terza persona, usandole anche all’interno dello stesso paragrafo. E giocherà a rifare gli stili degli autori analizzati: Proust, Joyce, Musil, Svevo, Kafka. Questi cinque, secondo la sua visione, sono i giganti della prima metà del Novecento che rompendo con il passato e allontanandosi dai predecessori, “hanno frantumato tutti gli schemi tradizionali e tranquillizzanti sui quali il romanzo s’impalcava”. Insomma, sono quelli che hanno rinnovato il romanzo. Successivamente darà spazio anche ad altri “rivoluzionari”: Céline, Faulkner, Robbe-Grillet.

Ma tornando alla parte narrativa, la prima cosa che fa Stern, dopo il lavoro ottenuto, è comprare un paio di scarpe nuove. Lui dice per festeggiare, in realtà per fare colpo sulla ex moglie con le Clark (molto in voga negli anni in cui il romanzo è ambientato), dimostrarle di non avere più “gusti da vecchio”. Dunque, entra nel primo negozio di scarpe. Ed ecco la descrizione della commessa.

“Brunetta. Diciassette-diciotto. Occhi verdacqua. Perduti dove? Sogna un mondo dove non esistano i piedi.” E dopo aver ascoltato la richiesta del cliente si allontana “su gambe corte e tozze. Culo basso. Svogliata. Automatica. Tutto il giorno a. La destra. La sinistra. Spinga. Come se la sente? Calza bene? Provi a camminare.”

Sembra proprio di vederla questa ragazzetta sciatta, annoiata, che lascia cadere la scatola delle scarpe sul pavimento, provocando un sonoro “dung”, e tratta i clienti tutti allo stesso modo, con il suo vocabolario standardizzato, l’attenzione solo dalle caviglie in giù.

Stern in molte circostanze è un bambino costretto a fare l’adulto. La moglie l’accusa di essere insicuro, vile di fronte alle scelte, di vivere alla giornata, quindi immaturo, e perciò di non costituire un valido sostegno. Quello che oggi si potrebbe definire un bamboccione. Lui invece si definisce un “disoccupato di talento”. Ed ecco un’altra forza del romanzo, l’ironia. La ritroviamo spesso. Un’ironia capace di strappare un sorriso e ispirare tenerezza. Quella stessa tenerezza che hanno gli amici per Stern.

“I mariti abbandonati sono spesso per amici e amiche motivo di premurosa tenerezza.” E da qui scatta una gara di solidarietà per cercare di aiutare l’amico di turno abbandonato dalla moglie. Questi aiuti consistono soprattutto in inviti a cena. E nei primi tempi di abbandono Stern riceve talmente tanti inviti da provare il “complesso dello scrocco”. Così per scacciare questo senso di colpa e sdebitarsi, finisce per “spendere in doni più di quanto avrebbe potuto ragionevolmente spendere per nutrirsi in modo autonomo e solitario”.

Per due terzi del libro Sinigaglia accompagna il lettore, tenendolo per mano, facendolo anche ridere, poi nell’ultima parte lascia che sia il lettore a doverlo seguire. Ma non è sempre facile stargli dietro. Aumentano i giochi di parole, anche di “enigmistica”, Stern è chiamato a risolvere rebus, indovinelli, sciarade, e si arriva all’assenza di punteggiatura. E qui il lettore rischia di perdersi, ma tenendo duro potrà godere di scene ancora belle e incisive.

La sequenza di Stern in compagnia del ragazzo in auto, poi in discoteca, costretti dalla musica alta a parlare urlando. La descrizione delle luci stroboscopiche che rende perfettamente l’ambiente e l’atmosfera del luogo: “un sinistro biancore lampeggiante come un faro freddo e accecante che s’accende si spegne s’accende al ritmo stesso ansimante della grancassa e i gesti da rotondi e flessuosi si fanno in quell’alternarsi di oscurità e bagliori secchi aguzzi legnosi come in un vecchio film muto dove le persone paiono muoversi a scatti”.

Tra le parti che mi hanno colpito, c’è quando Stern si reca a casa della moglie, una casa che non conosce, e mentre cammina pensa alle parole da dirle, ma all’improvviso si blocca, incapace di formulare una qualsiasi frase, non potendo sapere quali mobili si troverà davanti. Come sarà l’arredamento della casa?
E per meglio far capire questa sua difficoltà ricorre a una similitudine. Le parole stampate di un libro, nessuno può saperle finché il libro è chiuso. Allo stesso modo lui non potrà sapere quali parole dirà alla moglie se prima non avrà visto l’arredamento della casa.

In alcuni momenti si ha l’impressione di leggere Bianciardi, Calvino, e non solo. Il dialogo quasi surreale scaturito tra Stern e la signora Stella, domestica della moglie, che mischia lingue e dialetti, rimanda al Pasticciaccio di Gadda. La lettera che Stern scrive mentalmente alla moglie, mentre cammina in strada, ricorda un racconto di Buzzati Una lettera d’amore.
E sarebbero ancora molte le cose da dire, ma non vorrei togliere al lettore il gusto di scoprirle. Aggiungo soltanto che Sinigaglia è uno scrittore di razza, come pochi ormai. E se trent’anni fa, al posto della SPS, ci fosse stata Einaudi, Feltrinelli o Garzanti, forse oggi si parlerebbe di un’altra storia. Comunque, rispetto al 1985, una migliore accoglienza del romanzo c’è già stata: il terzo posto nell’ultima classifica di qualità dei libri.

Pierluigi Lupo (Napoli 1971), vive a Roma dall’età di sei anni. Appassionato di scrittura e letteratura, negli ultimi anni ha pubblicato storie d’amore su “Confidenze” e “Confessioni Donna”. Attualmente collabora con “Donna Moderna” occupandosi di cultura e spettacolo, recensisce libri per “L’Indice dei Libri del Mese”, “Minima&Moralia” e sogna di pubblicare un romanzo.
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