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Lo scrittore “serve and volley”

Questo articolo è uscito sul portale Treccani in uno speciale sulla punteggiatura a partire dal libro di Francesca Serafini, Questo è il punto, edito da Laterza; lo speciale è reperibile qui.

di Sandro Veronesi

Ogni tanto gli scrittori perdono la brocca. Sì, è così: prendete l’esempio citato in Questo è il punto. È ripreso da un libro che non ho letto (Domani niente scuola di Andrea Bajani, ndr), quindi non posso dire se il brano, contestualizzato, diventa solo esilarante. Ma preso da solo è una crisi di nervi in diretta di uno che, siccome gli girano le scatole, se la piglia coi puntini: uno sproloquio che come precetto sembra una roba da neurodeliri.

Tambureggiamento nella lingua

Per spiegare perché, vorrei arrivarci usando l’analogia col tennis. Lo vedete il tennis adesso com’è: poca cosa in confronto a quello che potrebbe essere. Il tennis è fatto di tutto: non soltanto di servizio e dritto, e lunghissimi scambi in diagonale, che sono di una monotonia imbarazzante. È come una lingua che non fa più uso – un po’ per le idiosincrasie personali, ma soprattutto per un vezzo che diventa vizio o viceversa – di una buona metà degli strumenti di cui dispone per essere chiara, per essere espressiva, per essere evoluta: e il linguaggio diventa evoluto quando i dispositivi di cui si serve si evolvono. Se, da tot che sono, diventano la metà perché nessuno fa più uso del punto e virgola, per esempio, io posso anche continuare a usarlo, però è come il “serve and volley”: una cosa che non fa quasi più nessuno. Lo fa solo Llodra – che peraltro non è uno dei più dotati e quindi non riesce a imporlo vincendo – perché quella roba non la insegnano più. Non insegnano ai ragazzini i colpi al volo. Il gioco a rete non è insegnato, preferiscono questo tambureggiamento che è un po’ quello che succede nella lingua. Non solo in quella italiana.

Un punto verso l’orrido

Per esempio, questa pratica di usare il punto al posto delle virgole è ormai invalsa dappertutto ed è considerata addirittura una cifra stilistica, e invece non è una cifra stilistica: è un impoverimento della tua cifra stilistica, che diventa cifra stilistica perché, se ci si mette d’accordo ad andare verso l’orrido, alla fine sarà cifra stilistica anche la mancanza di stile totale. Però è molto facile avere uno stile se i dispositivi che hai da combinare insieme sono due, soltanto due (il punto e la virgola). Si assomiglieranno tutti gli stili, sempre. Il problema è che la lingua nel corso dei secoli si è dotata, evolvendo, di una serie di strumenti, anche importandoli da altre lingue, che non ha nessun senso mettere in discussione perché ti stanno antipatici. Ma vi rendete conto da un punto di vista psichiatrico cosa vuol dire prendersela con un segno interpuntivo? “Ah, no, io non sopporto il punto e virgola”. “Allora te devi andare a farti vedere”. Cioè, già prendersela con le parole non è molto sano. Per esempio, è inutile pigliarsela con l’attimino: te la devi pigliare con chi lo dice, e nemmeno tanto con chi lo dice, ma con i mandanti di ‘st’attimino. Poi è quello il problema, sempre. Perché ci sarà il segreto di stato pure sull’attimino.

Il prete congolese analfabeta

E comunque, se c’è chi se la piglia coi puntini e col punto e virgola – gente che non lo sopporta, gente che sclera solo perché gli dici “guarda che ci sarebbe una certa ricchezza” e che ti risponde “no, io questo non lo sopporto” – allora io invece vorrei citare un romanzo, secondo me strepitoso (di cui però non dirò il titolo e l’autore, perché spero che l’anno prossimo lo pubblicheremo a Fandango ma per correttezza devo dire che non lo abbiamo ancora stabilito), dove invece i punti sono tutti amati. È scritto da un prete congolese che alterna episodi anche molto affascinanti di esorcismi – perché il protagonista è un esorcista – ai ricordi del suo nonno analfabeta nel Congo. La cosa bella è che questo nonno analfabeta oralmente mette a punto un trattato sulla punteggiatura: lui non sa leggere, quindi interpreta tutto come segni e capisce subito che la scrittura alfabetica è una cosa e la punteggiatura tutta un’altra. E allora comincia a fantasticare sul punto e virgola: “io lo capisco, l’ho capito lui, il punto e virgola. È infingardo però poi alla fine è una persona fedele”. Insomma umanizza i punti, e li descrive e fa questo trattato – che poi il protagonista rievoca – di una profondità, di una ricchezza che solo un analfabeta può fare: uno cioè che guarda le figure e la fa diventare come nelle favole di Gianni Rodari. È molto bello vedere che una persona analfabeta non solo ama tutti i punti come figli – non ce n’è uno che gli stia antipatico – ma lo fa oltretutto in un territorio che teoricamente gli è abbastanza ostico. Io preferisco molto di più lui che non i “puristi della domenica”, per riprendere un’espressione citata molte volte nel libro di Francesca, o anche i cialtroni della domenica – ci sono pure quelli, eh – che, senza essersi mai veramente messi d’accordo per farlo, trascinano piano piano la lingua in un territorio di non espressività.

I grandi scrittori che sbroccano

Perché io non me la piglio con i messaggini: quella roba è espressiva – a me per esempio le emoticon mi emozionano, mi commuovono – bisogna solo capire come “normarle”. Non è quello l’impoverimento. L’impoverimento è quando scrivono tutti allo stesso modo, e perché poi? Perché ti sta antipatico il punto e virgola? Quando certe cose stanno antipatiche alla maggioranza – ed è, ripeto, una cosa da neurodeliri – è lì il problema. Come è successo una volta alla Scuola Holden. Un ragazzo, mentre sto parlando, mi fa una domanda: “Scusi, eh, io lo so che non si devono usare gli avverbi, ma se uno proprio ne devo usare uno…” Ho detto: “Scusa… che? ” “No, io ho studiato, lo so che non si possono usare, però poi alle volte ci sono le eccezioni, allora…” Io ho detto: “Scusate tutti. Fermi. Stop” e il resto della lezione l’ho passato a farmi raccontare chi gli aveva detto che non si potevano usare gli avverbi (i mandanti!) e poi ho scoperto che il mandante era Stephen King: lo scrive lui in On writing di non usare gli avverbi. Eh, vedi, Stephen King dallo psichiatra mi sa che infatti ci va anche per altre ragioni… E qui allora io dico attenzione ai cattivi maestri, che non sono mai i cattivi scrittori ma sono i grandi scrittori che sbroccano.

Rispettare l’istinto espressivo dell’autore

Perché io ho visto Djokovic spaccare la racchetta che è esattamente questa roba qua. L’ho visto qui a Roma, poi ha vinto la partita ma siccome aveva perso un set se l’è presa con il suo strumento di lavoro, una cosa che teoricamente ti aspetti da un ragazzino, che poi però cresce e gli dicono: “pallino, non è che perché non le paghi le racchette le puoi spaccare”. Non si spaccano le racchette e noi non possiamo stare dietro al maestro quando perde la brocca. Quando perde la brocca il maestro, raccatti la brocca, e trovi il modo di fargli notare che questa cosa non la deve fare. E anche nella lingua i veri danni vengono fatti dall’alto e non dal basso, come l’editor Gordon Lish che ha impoverito la lingua di Raymond Carver. In cambio gli ha dato il successo ma chissenefrega del successo di Raymond Carver se poi ha impoverito la sua lingua! Gli editor dovrebbero fare quello che raccomanda Francesca nel suo libro: cioè, quando è il caso, tenere per buono anche l’istinto espressivo dell’autore, e non catalogare come errori delle scelte consapevoli.

Avvicinare la forma al senso

A me per esempio nei giornali ancora oggi mi cambiano la lineetta singola; ma non ho mai trovato per fortuna nessuno in una casa editrice che me l’abbia contestata, anche perché se me la contesti, e c’è tempo di parlarne, io ti sommergo di citazioni di maestri veri della letteratura anglosassone che l’hanno usata. In un giornale è diverso, perché non c’è tempo di litigare e alla fine decide il tipografo. Però non è che sia il giornale quello che deve dare le lezioni di lingua. Poi, certo, è encomiabile e ammirevole lo sforzo linguistico che fanno molti giornalisti come Giuseppe D’Avanzo – e Francesca fa bene a citarli nel libro – che nonostante abbiano poco tempo per scrivere i pezzi, però ci stanno dietro alla lingua, ai segni di interpunzione, a questa articolazione del discorso che va facendosi, e che, via via che si fa, va somigliando a quello di cui parla: come nel caso di D’Avanzo, come nel caso di tutto il libro di Francesca. La cosa bella di Questo è il punto – una delle cose belle – è che, quando parla di punto e virgola, Francesca usa il punto e virgola, però senza dirlo: cioè, ce ne accorgiamo leggendo, perché sta dando un esempio pratico di quel che sta dicendo, senza dire “Guardate l’esempio”. Fa un po’ come le Bestie di Tozzi, no? Quando Tozzi descrive le bestie, il suo approccio nei confronti della bestia e del racconto mima il movimento della bestia: se parla di un serpente è sinuoso, se parla di una blatta è mezzo nascosto, se parla di un cane invece ha un atteggiamento simpatico. Che è quello che fa Francesca nel suo libro, usando nei vari capitoli i punti di cui sta parlando; e che è quello che fa D’Avanzo e che fanno molti giornalisti bravi. Quelli che usano la lingua e i dispositivi della lingua per mimare quello che stanno dicendo: avvicinando in questo modo la forma al senso.

Commenti
3 Commenti a “Lo scrittore “serve and volley””
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    http://solounatraccia.blogspot.it/2012/06/light-turned-on.html

    2) “Chi parla male pensa male e vive male”

    3) “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”

  2. SimoneGhelli scrive:

    Io amo il punto e virgola, e infatti quando giocavo a tennis (ormai una vita fa) cercavo di fare il serve and volley anche se non lo insegnavano, e naturalmente perdevo di fronte ai palleggiatori compulsivi come si può perdere davanti a un muro che si limita a ribattere la pallina.

  3. A me è stato rimproverato l’uso del verbo al passivo, perché, insomma! Il passivo! Al giorno d’oggi, non si può più usare il passivo…

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