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Lo scroccone che è sempre intorno a noi. Jules Renard, narratore della modernità

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di Matteo Moca

Jules Renard è poco conosciuto in Italia, a differenza del suo paese natale dove il suo Journal è annoverato tra i grandi diari della letteratura (disponibile qui in lingua originale, come tutta la sua produzione), così come un’altra sua grande opera, le Histoires naturelles, che simboleggiano la sua grande capacità di osservazione, sempre declinata in chiave umoristica. Nella sua breve vita (nasce nel 1864 e morirà a soli 46 anni, a Parigi, nel 1910), Jules Renard è stato molte cose – si è professato dreyfusardo e repubblicano, anticlericale e socialista – ma prima di tutte è stato un uomo di lettere, uno scrittore che a questa arte ha dedicato tutta la sua vita. Il suo Journal è il perfetto concentrato di tutta la sua arte, un diario quasi trentennale che è l’espressione più compiuta del suo sguardo, della sua arte ironica ma sempre amara, quasi un presentimento della molteplicità delle declinazioni dell’umorismo di cui parlerà Pirandello nel suo celebre saggio.

Renard è universalmente conosciuto per il breve romanzo Pel di carota, racconto arguto ma nello stesso tempo malinconico e sconsolato di un’adolescenza, addirittura considerato da Sartre, sempre facile a giudizi sommari, all’origine della letteratura moderna. In questi giorni, a quarant’anni dalla prima edizione, l’editore Adelphi ristampa un altro suo romanzo, Lo scroccone, meno conosciuto di Pel di carota, ma sicuramente il capolavoro dello scrittore francese (altrettanto belli e meritevoli di essere letti sono i piccoli racconti raccolti in L’uovo di gallina e altri racconti, edito proprio quest’anno da Via del Vento Edizioni). Come accade nei diari, dietro una storia semplice e lineare Lo scroccone nasconde molteplici più oscuri e malinconici significati, è caustica critica verso un tipo di società ed è anche espressione dell’amore verso la letteratura dell’autore.

Nonostante un’ambientazione per noi lontana e inaccessibile, se non attraverso le grandi opere della letteratura moderna francese, Lo scroccone parla anche a noi lettori di oggi, mostra alcuni degli aspetti più scomodi delle nostre personalità; forse proprio per questo Adelphi ha deciso di ripubblicarlo, proprio perché pur nella sua lontananza temporale, il romanzo di Renard è quantomai attuale.

Lo scroccone è Henri, protagonista del libro, personaggio negativo, egoista ed approfittatore che trova nella famiglia Vernet, classica famiglia della media borghesia parigina del XIX secolo, la sua preda. Inizia lavorandosi Monsieur Vernet, parlandogli di articoli da lui mai scritti che fanno scattare nell’ingenuo capofamiglia il desiderio di tenersi stretto un intellettuale. Così Henri inizia a presentarsi sempre a cena a casa della famiglia Vernet e così conosce anche Madame Vernet, donna di pacata e modesta ignoranza che vede nel giovane poeta un figlio da coccolare. La famiglia decide così di portare nelle sue vacanze al mare anche Henri ed è in questo frangente che si compie il capolavoro dello scroccone. Un viaggio al mare tutto a spese della famiglia, la seduzione della moglie dell’ignaro Monsieur Vernet ed anche il tentativo di seduzione, parzialmente riuscito, della nipote della coppia, Marguerite. Come detto, dietro questa trama semplice e lineare, si nascondono però altri significati che esulano dal plot, significati che vanno ricercati sia da un punto di vista di intelligente critica della società sia da un rapporto intenso, quanto parzialmente mimetizzato, con la letteratura francese dei grandi maestri dell’Ottocento.

Henri è uno scrittore in potenza, non ha mai scritto nulla ma nutre forse il desiderio di farlo, eppure ha la testa piena di letteratura. Il suo gioco con la famiglia Vernet si compie attraverso un utilizzo egoistico e per i proprio fini della letteratura, delle sue descrizioni, dei suoi personaggi e delle sue storie. Così agisce Henri ma così, allargando l’indagine, agisce anche Renard, che pesca e riutilizza, spesso stilizzando oppure rovesciandone i termini, i grandi maestri del romanzo francese, creando così una divertente parodia che ha il merito di oscurare ad un occhio distratto i più seri e profondi risvolti della storia. Oltre alle continue menzogne che racconta alla famiglia Vernet per entrare nelle sue grazie ed avere sempre un pasto caldo (e d’altronde, non è anche la menzogna un modo narrativo particolarmente complesso? Forse più complesso addirittura della scrittura romanzesca perché, come diceva Lacan, il vero mentitore deve avere una memoria inespugnabile), oltre a queste menzogne che consistono nelle inesistenti collaborazioni a giornali e riviste, nelle poesie mai scritte che inventa sul momento e nella finta faticosa stesura di un romanzo, Henri ricopre tutte le sue azioni con un velo romanzesco da fatto letterario.

Ma il gioco costruito da Renard è ancora più vertiginoso ed intrigante perché la narrazione in prima persona di Henri, e quindi tutte le descrizioni del protagonista, sono accomunabili alla stessa visione del narratore ed il gioco di rimandi e citazioni è allora un intelligente metodo di scrittura del suo autore che sceglie un narratore autodiegetico per aver la massima possibilità di lavoro sui testi, alla faccia dei grandi nomi sempre da venerare. Si può quindi dire, senza incappare in errore, che Henri e il narratore vedono gli operai e i pescatori, gli uomini umili, come li vede lo Zola di Germinale; il mare della località balneare in cui gran parte del libro è ambientato come lo vedrebbe Jules Michelet, ma senza la patina di lirismo e con invece uno sguardo provocatore; e infine Madame Vernet come la Madame Bovary di Flaubert, ma non nella sua naturale tragicità, quanto in un ritratto stilizzato che la accomuna ad una semplice donna stanca del proprio marito.

Ci sono poi altri due autori attraverso i quali è molto interessante leggere il libro di Renard, ed essi sono il Balzac di Illusioni perdute e lo Stendhal de Il rosso e il nero. Queste due opere in particolare, vengono da Renard prese e rovesciate nei loro termini: per quanto riguarda Balzac lo scroccone Henri sembra assumere i lineamenti del Julien di Illusioni perdute. Ma laddove il povero poeta di Balzac scriveva davvero, lavorava intensamente sulla sua opera pur poi perdendosi nel lusso, lo scroccone Henri di Renard scrive per scherzo, sembra scimmiottare Lucien e, paradossalmente, sarà lui, che non prende sul serio il suo lavoro ma che finge per vivere, a stare bene, a differenza del personaggio di Balzac.

E con Stendhal i riferimenti sono ancora più evidenti: ce n’è uno in particolare che pare una copia de Il rosso il nero ma con presupposti e conseguenze del tutto differenti. Quando Madame Vernet si ritrova tra le braccia di Henri (che come il Julien di Stedhal, quando raggiunge ciò che vuole quasi non è più interessato), ed è vicina al tradimento del marito, lascia, come fa Madame de Renal, una ciocca dei suoi capelli all’amato. Ma qui non si tratta del tragico amore di vanità, come è stato definito, che è poi uno dei cuori pulsanti del romanzo di Stendhal, non è la toccante scena in cui Madame de Renal è pronta a rinunciare a tutto per amore; in questo caso è un amore meno tragico e profondo, è il mero tradimento di Madame Vernet al marito e si ha quasi l’impressione che Henri abbia architettato tutto questo per replicare nella sua vita il grande romanzo di Henry Beyle. Il libro di Renard, che pare solo caustica critica sociale, è invece simbolo di un sapiente gioco letterario che mischia, mimetizzandoli, i grandi scrittori francesi e li mette a servizio della propria storia.

Ma la critica sociale è sicuramente uno dei fini del romanzo dello scrittore francese ed è anche, nonostante la sua lontananza del tempo, ciò che lo rende un documento perfettamente utilizzabile anche per la nostra critica del presente. Oltre al ritratto satirico della classica famiglia borghese che si vanta di coccolare uno scrittore, tratteggiato con leggerezza ma con grande ferocia critica da Renard, che costituisce l’allegro quadretto su cui agisce il protagonista, è proprio Henri il bersaglio principale. L’uomo egoista, dalle amicizie immaginarie e dagli articoli mai scritti, è un uomo senza nessuna opinione, che la modella a seconda delle persone con cui parlare, per poter essere sempre d’accordo con tutti e in disaccordo con nessuno. È una rappresentazione pungente dell’intellettuale da salotto, un’opportunista che porta nella famiglia che lo accoglie i fantasmi di una letteratura che non è la sua. Lo scroccone è un romanzo crudele, un romanzo di formazione che non si compie, ma che finisce come è iniziato, con la ricerca di Henri di un’altra famiglia, un altro obiettivo a cui potersi attaccare.

Un gioco letterario sì, ma anche una feroce critica del tempo presente e dei tanti “scrocconi” da cui è sempre bene guardarsi.

Commenti
Un commento a “Lo scroccone che è sempre intorno a noi. Jules Renard, narratore della modernità”
  1. adriano scrive:

    “ 19 gennaio 1994 – « 13 settembre 1887 – L’arte. Non si tratta di aggiogarsi a qualche grosso lavoro, come, per esempio, la fabbricazione di un romanzo nel quale lo spirito intero deve piegarsi alle esigenze di un soggetto che ci si è imposti. È più bello scrivere a piccoli scatti, su cento soggetti che sorgono all’improvviso, sbriciolando, per così dire, il proprio pensiero. Così nulla è sforzato, e tutto conserva il fascino delle cose non premeditate e naturali. Non è necessario provocare. Basta attendere. » (Jules Renard, Diario) “.

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