LAPR0766

Lo show di Renzi nelle università private

di Francesca Coin

Circondato da guardie del corpo e accolto da una folla di giovani alla ricerca concitata di un autografo, Renzi è arrivato ieri alla Luiss, l’università di Confindustria come una popstar degli anni Ottanta, una di quelle per cui le fan gridavano e si strappavano i capelli, un po’ come in quel film di Carlo Cotti, Sposerò Simon Le Bon. A guardarlo bene quel teatrino surreale non mancava di mettere una certa tristezza. Manzoni, la buona scuola e l’azzeccagarbugli, una mescolanza di argomenti privi di alcun nesso logico, tenuti insieme solo dagli occhi sedotti di una platea imbonita e dalla boria di chi parlava, mentre ad altri non rimaneva che arrendersi allo spettacolo mesto di Premier che cita mozzichi dei Promessi Sposi quasi fossero l’ultimo libro che ha letto, assaliti dalla realizzazione tragica che la linea di demarcazione tra la politica, la cultura e lo spettacolo è definitivamente venuta a mancare. Teatrini, frasi fatte, risa auto-compiaciute: non è un caso che Renzi abbia scelto la Luiss per farsi applaudire. L’ultima volta che ci ha provato in un’università pubblica, infatti, è stato contestato. Non da tutti, c’è da dire, a rigor del vero: i docenti se ne stavano seduti docili e concilianti in platea, ma gli studenti – cui l’ingresso al Politecnico era negato – dall’esterno chiedevano che se il Premier ne andasse. Così, dopo un discorso fatto ancora una volta di slogan e ritornelli, cultura-coraggio-innovazione, un po’ come i Duran Duran cantavano no-no-notorious, Livio Serra, rappresentante degli studenti, era entrato per offrire al Presidente un cappello da giullare, dicendosi indignato che il Politecnico di Torino si fosse ridotto a fare da “passerella per il Presidente del Consiglio” tanto più di fronte a un tale scempio di retorica. Che cos’è che indigna tanto, delle passerelle di Renzi? Prima di tutto quella specie di abisso che separa i riflettori, i selfies e le telecamere dal mondo vero, quello che di cotante parole non sa che farsene, anzi ne farebbe volentieri a meno perché di problemi ne ha altri. Ma di fatto c’è un problema più profondo, cioè che in quella parlata da giullare, in quel sorriso auto-compiaciuto, Renzi offusca una realtà tragica, il fatto che la sua Luiss, Università privata promossa da Confindustria il cui Presidente è Emma Marcegaglia, sta all’istruzione pubblica come le sue parole di innovazione stanno ai bisogni reali dell’Italia. Sono, cioè, baluardi di una retorica vuota e auto-referenziale, uno spettacolo di dubbio gusto che finiti i plausi e i riflettori ci riportano all’agonia ignorata di un paese stremato dall’austerità e dal declino, senza un euro per la ricerca e le borse di studio, in cui crescono i neet e la fuga dei cervelli, mentre lui e i suoi finanziatori privati sorridono, si fanno i selfies e ci salutano dalle telecamere.

Commenti
12 Commenti a “Lo show di Renzi nelle università private”
  1. spago scrive:

    Non ho esperienza di università private.. ma conosco la Statale di Milano è ho la peggior opinione possibile degli studenti dell’università pubblica. La gran parte di essi non è impegnata in politica, nell’università, culturalmente, etc.. oltre la sua stessa “carriera universitaria”. Questi sono i migliori. I peggiori sono quelli impegnati. Perchè il loro impegno è sempre in direzione ostinata e contraria a ciò che sarebbe buono, giusto, utile e ragionevole.

  2. John Taylor scrive:

    Adesso però non mettiamo in discussione lo spessore di Notorius.
    http://www.youtube.com/watch?v=M6CLWV0JBU4

  3. Marco Rossetti scrive:

    Caro Raimo, come sei vecchio. Sei fermo alla lotta di classe novecentesca. Per fortuna e con grandissimo ritardo rispetto ad altri paesi dell’occidente (es. Germania, Gran Bretagna ecc.) anche in Italia è arrivato il momento del Riformismo che è appunto il contrario del massimalismo a cui tu ed altri sedicenti intellettuali di questo paese vi siete sempre inginocchiati facendoci pagare un prezzo altissimo. Ma avete sempre alla fine perso, perso, perso! W l’Italia!

  4. Stefano Trucco scrive:

    Il Commissario Politico Marco Rossetti interviene prontamente per ribadire la corretta interpretazione della linea del Partito. Aggiunge, sottovoce, che questo è l’ultimo avviso e non saranno più tollerate deviazioni.

  5. RobySan scrive:

    E’ il Centralismo Democratico Riformato, o Trucco.

  6. Antonio scrive:

    “La fuga dei cervelli”: un’espressione senza senso, trita e ritrita. Ancora e ancora e ancora. Figlia di quell’ideologia di una università in ogni provincia, che ha portato alla mediocrità che abbiamo. Vadano all’estero e ne vengano tanti, dall’estero, nel nostro grande mondo globale. È bello trovare italiani che studiano all’estero, come vorremmo di americani che studiano in Italia.

  7. Maria L. scrive:

    Bah, le solite parole…”agonia ignorata di un paese stremato dall’austerità e dal declino, senza un euro per la ricerca e le borse di studio, in cui crescono i neet e la fuga dei cervelli…” che noia! è l’Italia e gli Italiani, non c’entra Renzi, Renzi fa Renzi come Francesca Coin fa Francesca Coin, e così sia.

  8. Lalo Cura scrive:

    raimo, e confessa una buona volta: tu sei sul libro paga di kim jong-sun

  9. Pier Giovanni Adamo scrive:

    Interessante notare come chi se la prende tanto per il contenuto del pezzo non abbia avuto neanche l’accortezza di leggerlo da capo a fondo come si deve. Christian Raimo non è l’autore del pezzo, che porta chiaramente la firma di Francesca Coin. Forse il Riformismo (con una gran bella maiuscola che lo trasformi in un monstrum astratto e incomprensibile) a tutti i costi, fatto di comparsate alla Luiss e progetti per l’EXPO finanziati e mai realizzati, ha la stessa velocità di quelle passerelle di selfie e impedisce di posare l’occhio, per una volta, sulle parole vere. La lotta di classe, che sarà pure novecentesca ma anche più giovane e attuale del Riformismo populista di Renzi, almeno ti lascia leggere senza fretta, per capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
    La pessima uscita su Manzoni – con fallace citazione di Eco, che non ha mai sostenuto che l’insegnamento dei Promessi Sposi andrebbe abolito, semmai che lo si potrebbe anticipare, rendendo quel romanzo un classico della didattica sin dalla più tenera età – è emblematica dello spregio che il premier (e larga parte della politica italiana) hanno della scuola come istituzione e dell’università come fucina delle intelligenze e della classe dirigente. Lo dico da studente di un’università pubblica, anche per rispondere a chi ha di me e dei miei colleghi una pessima opinione. Impegnarsi nell’università, oggi, vuol dire lottare tutti i giorni per far capire a chi l’università non la vive che non bastano gli slogan a migliorare la qualità della ricerca: gli atenei pubblici, nel palese disinteresse delle autorità, continuano a formare giovani che non si rassegnano a identificare “ciò che sarebbe buono, giusto, utile e ragionevole” nella retorica mercificante della meritocrazia senza criteri; ma soprattutto che imparano anche a diffidare di aggettivi come quelli. Imparare e insegnare, oggi, sono già gesti politici.

  10. HH scrive:

    L’idiozia manifesta dei Guardiani della Rivoluzione Renziota (spaghetto, Marco “Superciuk” Rossetti, Antoniuccio-bellodimamma) è la rappresentazione perfetta dello stato di desolazione in cui stiamo vivendo.

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