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Lo so

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di Edoardo Rialti

Un anno fa ero a Parigi, e camminavo con un fantasma.

Mano nella mano, o più precisamente a braccetto. Le avevo offerto il gomito poco prima di uscire dall’appartamento e lei aveva fatto scivolare la mano nello spazio vuoto. “Vogliamo andare?” le ho chiesto.  Ci siamo chiusi la porta alle spalle. “Forza, a pas-seg-giar”, scandito come nella canzone di Mary Poppins. Abbiamo sceso le scale e siamo usciti assieme nella notte fredda e limpida di Dicembre. Lei mi guardava di traverso, il volto illuminato dalle luci bianche e gialle dei piccoli teatri e quelle rosa-rosse dei sexy shop che costellavano parimenti Rue De La Gaieté, a Montparnasse, e sorrideva appena. Io esalavo nuvolette di respiro, lei no. In metropolitana anche quella piccola differenza era azzerata.

Sedevamo uno accanto all’altra. Davanti a noi, nel vagone piuttosto pieno, c’erano un ragazzo castano e una ragazza bionda, in piedi, lui aggrappato alla sbarra sopra la testa e lei stretta a lui. Difficile sapere se fossero fidanzati da tempo o agli inizi della storia. Entrambi assai belli, quasi il modello cinematografico della giovane coppia francese, lei circondata dalle falde del cappotto scuro e lungo di lui,che la superava di tutta la testa. Indifferenti e condiscendenti verso chi li circondava come sanno esserlo solo i profondamente felici. Chi possiede un potere o un segreto.

Anche la mia compagna indossava un cappotto scuro. Sedeva accanto a me. Ci siamo scambiati un’occhiata. Aveva i capelli voluminosi, che le ricadevano appena sotto le orecchie, e sul maglioncino a collo alto si distingueva una semplice collana di perle bianche, che tracciava come un secondo ovale, più ampio rispetto a quello disegnato dal volto pallido, dagli zigomi alti, dagli occhi appena socchiusi e dauna lieve piega all’angolo della bocca.

Siamo scesi poco prima di Notre-Dame, che spiccava illuminata nel cielo scuro, e abbiamo attraversato il fiume, sul quale sedevano alcuni barboni, nonostante il freddo, infagottati tra cartoni e lattine di birra. Le avevo nuovamente offerto il braccio e mi sono piegato a mormorarle: “Stasera ti porto a rimorchiare. Vediamo come ce la caviamo insieme, io e te.” Ha sbuffato una risata senza suono e rovesciato gli occhi al cielo.

E così eccoci seduti a un cafè di Le Marais con un gin tonic. Le luci rosate del locale piuttosto affollato illuminano i clienti, quasi tutti uomini, seduti ai tavolini o accalcati intorno al banco circolare al centro della sala. Sopra una sorta di palchetto rialzato alla mia destra, stravaccati su due sofà scuri, alcuni liceali tendono il braccio, annuiscono e scandiscono silenziosamente il ritornello in playback di Empire State Of Mind di Jay-Z e Alicia Keys. “There’s nothin’ you can’t do / Now you’re in New York”. Alla mia sinistra, al tavolino immediatamente incollato al mio, due ragazzi sulla trentina si stanno baciando sopra i bicchieri con ghiaccio e cannucce; uno mi guarda, osserva il mio libro e il taccuino, e sorride.

Io approfitto dello sguardo incrociato e in inglese gli domando di badare un attimo alle mie cose mentre vado al bagno. Al mio ritorno e al “Thank you” mi fissa, accenna col mento al taccuino e domanda con accento marcato che lo fa quasi sembrare slavo: “What are you doing here?”

“Writing.”

Agita un indice con un sorrisetto. “This is not a place for writing.” Strascica le parole. Mi chiede cosa faccio nella vita, e alla risposta “Writer” annuisce lentamente, a occhi socchiusi, gli angoli della bocca piegati verso il basso. Non so se mi abbia mai detto di sé, ma ricordo bene che ha indicato il compagno, ha fatto una pausa come se cercasse le parole, per poi sbuffare un “He is…An engineer… Something”, agitando la mano davanti alla faccia. Un altro sorrisetto, poi hanno ripreso a chiacchierare e a baciarsi; e io sono tornato al taccuino e alla compagna alla mia destra e alla sua foto sul tavolino. È quella di una giovane donna in bianco e nero, seduta sotto un albero, le mani che si stringono i gomiti. I capelli corti arrivano poco sotto le orecchie e il viso è un ovale dalla bellezza antica, difficile da collocare in un decennio preciso del Novecento. Anche su quel vestito scuro spicca la collana di perle, e al polso si distingue un orologio rettangolare dal cinturino sottile. La gonna le copre le gambe fin sotto le ginocchia. Accanto a lei, ammucchiato sull’erba c’è quello che pare il cappotto; subito sotto i suoi avambracci incrociati invece c’è un libro o un grosso quaderno. La donna guarda dritta in camera e sorride. Si chiamava Giulia Guerrini, più nota come Cristina Campo.

Si vede talvolta in un treno, in una sala d’aspetto, un volto umano. Che ha di diverso? Di nuovo potremmo dire ciò che quel volto non ha, ciò che i suoi occhi non tradiscono…nel treno, nella sala d’aspetto, essi gonfiano l’anima di gioia, di un accresciuto, appunto, sentimento di vita… Sono, in realtà, occhi eroici. Hanno guardato la bellezza e non ne sono fuggiti. Hanno riconosciuto la sua perdita sulla terra, e in grazia di ciò l’hanno guadagnata nella mente.

Sono partito per Parigi in un momento difficile. E ci sono andato solo con lei.

Coraggio, cara. Non ho forza per altre parole questa sera. Mi trema la mano, ma con 6 ore di sonno dovrei star meglio. Mi scriva o non mi scriva. Prenda la penna per piangere o vaneggiare: so tutto. Qui non rido, mi creda. È tutto di una estrema serietà: non i fatti, ma noi.

Ci sono emozioni e intuizioni così nostre che solo a tentar di comunicarle pare già di guastarle, di non rendere loro affatto giustizia, di tradirle. E poi ecco incontrare qualcuno che lo sa e basta, che conosce quello stesso angolo del giardino d’estate e i monti azzurri o quella pausa in un brano che poco dopo non continuerà a darci quanto ci aveva promesso. Se durante un evento pubblico, persino gradevole, nel quale sorridiamo e scherziamo eppure sentiamo che parimenti intelligenza e stupidità non hanno quasi nulla a che spartire con la camera di silenzio che c’è dentro di noi, e pare battere un’unica nota senza sosta, ci sentissimo improvvisamente afferrare il polso, alzassimo lo sguardo e incrociassimo uno sconosciuto o sconosciuta che ci fissi e scandisca: “Lo so”, forse torneremmo a casa senza bisogno di mangiare, perché l’avremmo già fatto. Sorrideremmo tra noi, con i polmoni che paiono dilatarsi. Non avremmo bisogno di musica o video in sottofondo. Ci spoglieremmo, laveremmo e andremmo a letto. Riposeremmo dando il benvenuto al sonno come all’ultimo incontro della serata.

Non credi che potrebbe farti bene – e un giorno aiutarti molto a comprendere – se tu scrivessi in un quaderno sigillato (per te sola, con l’idea di bruciare tutto tra un anno) tutto quello che vivi? Quello che stai vivendo è prezioso. Scrivi un diario senza colori – ma tutto ci dev’essere, tutto. E dimentica il mondo, là dentro; e te stessa, e i tuoi amici – e Dio stesso. Di’ tutto e nient’altro. È importante.

Ed eccomi lì, a camminare di notte, e chiedermelo. Ma tu lo sai che ti devo così tanto, tu lo sai che ti amo tanto? Lo vedi davvero quello che sto vivendo adesso,mentre rido e piango da solo, e cosa ne pensi?

Nella crisi peggiore della sua vita Dante sostenne di essere stato raggiunto dal poeta che venerava, un pagano dal quale lo distanziava il doppio dei secoli che separano Dante e da noi. E il poeta Charles Williams avrebbe poi ribaltato la prospettiva immaginando un Virgilio che muore nelle febbri e nel delirio, quasi cieco di follia per la corruzione dell’Impero e per il fallimento della poesia, e improvvisamente prova un moto incomprensibile di gioia e riposo. È il sostegno invisibile ma vivo e presente di coloro che nei millenni avrebbero amato le sue opere e sofferto per la sua fine disperata, migliaia di Dante anonimi, e avrebbero solo voluto essere lì, a stendergli un panno bagnato sulla fronte, a tenergli la mano.Celeste, la governante di Proust, non aveva dubbi: “Quando uno è stato potente sulla terra, come lo fu lui, non può che continuare a esserlo anche dopo, e sono certo che anche dall’aldilà mi sta vicino.”

Una volta, nel periodo degli attentati terroristici, sono tornato a casa reggendo una confezione di gelato, da dividere con un ragazzo che mi aspettava, e mi è parso che quel pacchettino mi ardesse tra le mani come un tizzone. Ci sono state ore di paura e sconcerto nelle quali ho appoggiato le mani al piano della scrivania e domandato se fossi solo io ad avvertire delle piccole scosse di terremoto. E in entrambi quei momenti me lo sono chiesto. Coloro che abbiamo sentito più noi di noi stessi, coloro che parlavano la nostra stessa lingua, che ci hanno insegnato a nominare e dunque davvero a guardare ciò che conta, fuori e dentro di noi, indossando la divisa lacera o sfavillante del nostro paese, orgogliosi come ambasciatori o farfuglianti come veggenti, lo sanno quello che hanno fatto e che sono, per noi? “Chi può dire se anche tra i morti questa legge è santa?”

Quando Corrado Alvaro stava agonizzando con la febbre alta, Cristina lo vegliò mormorandogli che da qualunque lato fosse caduto, da questa o quella parte della soglia, non avrebbe incontrato altro che amore.

Di tutti i brani musicali possibili, quello che danzo con lei è Notte senza Fine dei Tale of Us, in una versione remixata dei Kiasmos. A un anno di distanza da quelle notti di Parigi, lo ascoltavo a Firenze, passeggiando quand’era già buio, respirando l’odore delle foglie fradice, a terra. E improvvisamente mi sono scoperto a desiderare di andarlo a ballare in un locale, come chi aspetta una sentenza,a testa bassa, denti serrati, occhi chiusi,pur sapendo che riaprendoli non la troverò lì, davanti a me, illuminata dalla luce intermittente, azzurra, rossa, bianca, sorridendo sorniona della mia sorpresa – che per lei sorpresa non è – perfettamente a suo agiotra i vivi inconsapevoli, così ridicoli eppure fedeli in quel ritmo alla stessa verità che lei e gli altri guardano dritta in faccia. Allo stacco di bassi lei alzerebbe i gomiti alle orecchie, scuoterebbe testa e spalle e fianchi a occhi chiusi, indietreggerebbe appena.

Certamente, i morti sono gli amici e gli amanti perfetti, perché non ti possono tradire o deludere. Partecipano della stessa natura incomprensibile di Dio, ma suscitano in noi persino maggiore indulgenza. È così facile attribuirgli una comprensione senza riserve. La sete non garantisce l’esistenza dell’acqua. Eppure come negare la speranza che, se continuiamo a cantare, alla fine di tutti i divieti e i sortilegi, dopo aver conosciuto il dubbio beffardo e persino la pazzia e il panico, potremo finalmente voltarci e chi abbiamo amato, nel presente o nel passato, sarà ancora lì, con noi?

Non veder più il tappeto né da diritto né da rovescio, dopo averlo visto, per un attimo, spiegato in tutto il suo splendore… Accettare questo: ecco il grande strazio e la grande lezione. Perché il disegno si è solo dilatato, credo, ed è questo che l’ha reso invisibile.

Io non so se segni e messaggi siano chiari, se ci aggrappiamo a echi sempre più deboli o siamo sordi a prodigi, ammonimenti o rassicurazioni. So però chela validità di un amore può essere misurata anzitutto dal grado di movimento effettivo che suscita in noi, dalla realtà che sappiamo riconoscere all’altro, anche quando non esiste o sembra non esistere più.

È così difficile restare in questa incertezza, e non alzarsi dalla tavola apparecchiata.

per Dario

Commenti
Un commento a “Lo so”
  1. roberto lionetti scrive:

    per cortesia, potreste correggere il nome?
    spiace vedere una cosa così, specie trattandosi di lei.
    buona giornata.
    roberto lionetti

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