L'Uomo nel diluvio_Modificata

Lo spettacolo dal vivo, lo spettacolo sullo schermo. Riflessioni per un teatro a venire.

di Simone Amendola

Mi scuso da subito, con il lettore, se per parlare di una necessitá che riguarda molti, e di un bene pubblico, partirò da fatti e riflessioni personali.  Esattamente sei anni fa, maggio 2014, alla fine di una delle prime repliche de L’uomo nel diluvio (era la finale di un premio di drammaturgia contemporanea) una signora venne in regia commossa dicendo: ‘…questo spettacolo lo dovrebbe mandare la televisione, lo dovrebbero vedere tutti, farebbe bene al paese’.
Da persona che si occupa anche cinema, e che si rende conto drammaticamente dell’aberrazione del linguaggio teatro nel linguaggio filmico, mentre iniziavo a fantasticare sullo spettacolo visto da centinaia di migliaia di persone nutrivo atroci dubbi sulla sua comprensibilità e sul reale potenziale di quell’idea. Così, prima di farci la bocca, mi sono messo a fare il gioco dell’avvocato del diavolo per mettere a fuoco la questione: – Si, ok, tutto si può fare, ma guardare uno spettacolo in video è un compromesso davvero grande da chiedere allo spettatore di oggi! – Si, però se Maometto non va alla montagna la montagna può andare da Maometto! – Si, ma se Maometto non va alla montagna vuol dire che non gli va di andarci! – Si, ma se nessuno dice a Maometto che esiste la montagna perché Maometto dovrebbe farsi il culo di uscire di casa in una periferia di qualche città di pianura o di mare e arrivare fino a una montagna di cui non conosce nemmeno l’esistenza?
E allora lì ho cominciato a spostare il pensiero ad esempio sui documentari. Ripensando a quanti lavori importanti sono stati realizzati in questi anni del 2000 e a quanto poco la televisione pubblica se ne sia occupata, nonostante fosse il percorso lineare ed il luogo deputato a trasmetterli. Parliamo di film, di racconti complessi e raffinati del mondo reale, e non di sbiaditi e frettolosi reportage televisivi. Il mio Alisya nel paese delle meraviglie riuscì ad essere trasmesso solo grazie alla vittoria del Premio Ilaria Alpi (che consisteva nell’acquisto da parte della RAI), e la programmazione di quel lavoro sono sicuro che ha fatto bene al paese, perché fece emergere un mondo delle seconde generazioni che era molto più avanti della narrazione teorica che se ne faceva. Quanti non addetti ai lavori conoscono il documentario La vita al tempo della morte di Andrea Caccia o Corde di Marcello Sannino o i lavori di Rossella Schillaci o di Giovanni Cioni? E potrei farne altri trenta o cinquanta o cento di nomi, sicuro di squarciare un silenzio assordante. Forse qualcuno oggi inizia a conoscere di più i film di Pietro Marcello perché ha avuto eco con Martin Eden, ma i suoi lavori di prima? Il lavoro sui materiali di repertorio che già faceva in maniera personale?
Da lì, da quelle riflessioni (solo grazie a quello slittamento) riuscii a tornare nel seminato ripensando a quanto fu significativo per tantissimi lo spettacolo Vajont di Marco Paolini, passato sulla Rai prima del 2000. Fu efficace. Magari non dal punto di vista della magia teatrale, ma fu efficace narrativamente, politicamente, culturalmente. E Paolini? Sarebbe un cognome che rimanda subito a quell’artista specifico se non ci fosse stato quel passaggio? Sembrava dunque una strada percorribile, potenzialmente allargabile, l’apripista di una stagione, ma almeno a memoria, non lo fu. Negli anni, e di rado, ho visto altre cose di teatro. Sempre poco e in maniera non sistemica, e più o meno sempre legato a ‘cadaveri ancora caldi’.
Da quel 2014 il tarlo é comunque rimasto, e non ha mai smesso di rendere fragili le certezze. In questi anni di tournée, anche con l’idea di farne un giorno un documentario, ho spesso filmato lo spettacolo per farmi trovare pronto ad un ipotetico appuntamento. Io e il mio socio (e amico fraterno) Valerio Malorni abbiamo provato tante volte a cercare referenti e mediazioni almeno nei teatri più importanti in cui andavamo, ma sempre trovavamo totale disillusione a riguardo: un’amica che lavora al Teatro della Pergola di Firenze ci ha detto chiaramente che nemmeno loro riescono a trovare un accordo con la televisione, o almeno non un accordo sistemico (forse un lavoro di Lavia l’avranno mandato immagino).
E siamo arrivati ad oggi, all’Italia ai tempi del coronavirus, senza che quella cosa così dibattuta nella testa, ma così ambita nel cuore, si sia mai realizzata.
E siamo qui, inermi, a domandarci che società abbiamo davanti, da qui a un anno, due anni? Valerio (Malorni) mi ha confessato qualche giorno fa, scherzando ma non troppo: ‘…probabilmente dovremo saper fare qualcos’altro tra un anno, quando si spera ripartirà tutto. Ci vorrà un tempo prima che tutto riparta, e io inizio a pensare a che altro so fare’.
Drammatico, forse tragico quello che ci troviamo oggi in un paese come l’Italia dove per anni, tanti, troppi, non c’è stata nessuna politica per il pubblico, per il teatro in particolare, relegando all’interesse di pochi romantici spettatori, ai letterati, ai colti, alle pellicce, agli underground, ai fuori sync della società, l’attenzione, la voglia, l’euforia di ‘lasciarsi staccare la testa dalle spalle e farsela sparare in orbita da uno spettacolo’ (cit. Daniele Timpano). E orde di autori, attori, registi, a continuare a farlo come se fosse tutto vero, come se non fosse un gioco, un passo a lato. Come se fosse la vita con tutte le sue battaglie, le vittorie, le sconfitte, i fallimenti, la disperazione e la gioia di una carriera. Tutto da soli, da soli a combattere contro l’immagine stantia della vecchia ricerca, di quei lavori che non ci si capiva un cazzo, che nessuno voleva più vedere, che erano statoassistiti e ormai morti, solo ombre della ricerca di un tempo, di quando si cercava qualcosa in teatro come Antonioni cercava qualcosa nel cinema e il Manifesto nel giornalismo e tutti erano vivi, in tutti i campi.
La società è cambiata profondamente in questi cinquanta/quaranta/trenta/vent’anni e anche il teatro oggi è altra cosa. Chi scrive, chi lo guarda, vede anche Netflix, ama Scorsese, ma non sputa su Zalone. Ripudia la De Filippi e la merda tv, ma segue le maratone di Mentana e non sogna per forza l’Internazionale.
Chi va in scena guarda negli occhi lo spettatore e gli strappa il cuore, gli parla alla pancia, lo uccide per farlo rinascere, non lo addormenta più. O almeno lo fa di rado, in una percentuale più vicina al cinema insomma, dove a volte ti frega anche un film che sulla carta ha vinto a Cannes e quando lo vedi è un po’ fuffa.

È tutto vero quindi, ma nessuno, fuori a certi ambienti, lo sa.
E perché nessuno lo sa?
Perché ancora oggi in questo paese, quello che non passa in televisione non esiste.
È dura, ma è vero. Anche questo è vero.
E oggi, in questa nuova gestazione che stiamo vivendo, chi fa e vive di teatro, non può immaginare un parto in scena tra nove mesi, ma lo immagina altrove, inzia ad immaginario anche altrove, magari con un costume che non è quello di un personaggio, ma di un altro mestiere.
E in questi nove mesi non c’è nessuna omeostasi perché nel frattempo non guadagna, non vive un’isola di ozio creativo, anzi, soffre perché è costretto ad attaccarsi alla mammella dello stato come tutti quelli che non hanno altre risorse. Invece lui, l’uomo di teatro, l’autore, l’attore, il regista potrebbe continuare almeno a campicchiare di ciò che ha realizzato, se solo la televisione pubblica volesse raccontare al paese che esiste anche il teatro contemporaneo, che ci sono spettacoli di cui anche chi finora non se n’è interessato, si potrebbe innamorare. E magari tra un anno, o quando sarà, quello spazio di cultura, di vita, avrebbe nuovi occhi e nuove pance a cui parlare, nuovi cuori da stimolare.
E aspettando che alla Rai se ne rendano conto, c’è però chi, nella mischia, ha alzato il dito, non il medio, ma l’indice. Elvira Frosini e Daniele Timpano, due artisti del teatro contemporaneo. Si sono inventati una rassegna in streaming dei lavori e delle compagnie più significativi di questi ultimi vent’anni. L’hanno chiamata #INDIFFERITA e quotidianamente hanno iniziato a pubblicare spettacoli. I loro, quelli di Armando Punzo e di Roberto Latini e di tanti altri. E anche il nostro, quel L’uomo nel diluvio, che aivoglia a fare la muffa sotto l’acqua aspettando la televisione pubblica.
Ma non ci campano Elvira e Daniele, non ci campa nessuno di quelli che hanno messo gratuitamente a disposizione il proprio lavoro online. Eppure la gente che li guarda è felice e valli a leggere i numeri e i commenti sui social!
No, non è teatro, è un video di uno spettacolo, ma non è vita quella che stiamo vivendo, è vita guardata da una finestra. E allora se mammaRai, tra tutti i palinsesti, da Rai5 a Radio1 passando per RaiPlay – e Radio3 che da sempre fa eccezione – insieme a Pirandello e a Eduardo, mandasse anche qualche lavoro di queste persone di cui abbiamo parlato e realizzasse delle narrazioni del teatro contemporaneo (acquistando equamente i materiali video dalle compagnie), potremmo iniziare ad immaginare di esistere anche dopo il diluvio.

P.S.
Questo pezzo che ho scritto viene dopo un post di getto che ho fatto qualche giorno fa su facebook. Uno di quei giorni che ti svegli come Superman ma sei sempre quello del giorno prima. Scrivevo che mi sarebbe piaciuto avventurarmi in una petizione di Change per portare questi temi all’attenzione pubblica. Scrivevo che: – …sono i contenuti culturali la necessità del momento, non l’intrattenimento delle piattaforme! La speranza, l’attesa, la calma, te la dá ricordarti chi siamo, ricordarti che non devi lamentarti di stare in 40 metri perchè c’é chi vive in 8, che il problema non è la mascherina ma se ti tappano la bocca.
Oggi, alla luce della lettera ‘official’ firmata da personalità molto in vista del teatro e della cultura, che invita a programmare i lavori che negli anni la Rai ha già in repertorio, prometto di non sentirmi come Troisi nella guerra nel sogno ‘…che io mi addormento sempre verso i’doi e’ trei di notte, e gli altri, furbi, vanno a dormire sempre verso e’ dieci e’ undici, e si scelgono le armi migliori… e quando arrivo io niente, non trovò più manco nu curtell…’ no, sono felice di quell’incitazione a muoversi e di Troisi prendo l’ammonimento che bisogna ricominciare da tre non da 0.
1. Il teatro è vivo e puó stare insieme al resto del palinsesto
2. È per il bene pubblico che tutti i materiali di cui la Rai è già in possesso siano trasmessi
3. Implementarli col teatro contemporaneo significa solo raccontare l’espressione del paese reale degli ultimi vent’anni.

Aggiungi un commento