Lo squalo

Pubblichiamo di seguito un racconto di Mimmo de Musso

Lasciate che vi dica una cosa. Mio zio Giuseppe è stato l’uomo migliore che un ragazzino abbia mai sognato di chiamare “zio”.
Ho sfogliato gli album di famiglia fino a consumarmi i polpastrelli, e in tutte quelle fotografie traslucide, tra tutti quegli sguardi sconfitti dal flash o che sorridevano all’obiettivo, tra tutti quei sosia di Celentano, dei Pooh e di Anna Oxa, in tutto quel guardaroba indistinto di giacche, gonne, jeans e facce non ho mai trovato nessuno che avesse potuto vantarsi di aver lasciato la casa dei genitori a diciassette anni ed essersene andato per l’Europa (spaccando legna in Germania e servendo Bloody Mary sulle navi da crociera, truffando i casinò di Amsterdam e vivendo come un barbone in Andalusia), di aver amato venti donne e non esserne mai stato ricambiato, di avere fatto a botte con il padre e di aver perso un figlio che stava per nascere, di aver scoperto l’eroina a quattordici anni e di aver montato il palcoscenico per i concerti dei Rolling Stones e Lou Reed, di aver avuto tutte le ossa ingessate e di aver attraversato l’Adda a nuoto.
Nessuno tranne mio zio Giuseppe.
Mia madre, sua sorella, lo amava alla follia. Sarà stato per questo che l’ha scelto come suo testimone di nozze. Ho guardato il filmino del matrimonio dei miei fino a riconoscerne ogni singolo fotogramma, e non smetterò mai di ridere quando mio zio, in primo piano, sbaglia a fare il segno della croce, e sembra che faccia un nodo windsor a una cravatta invisibile.
Ricordo anche i suoi litigi con mio nonno, suo padre. Veri e propri incontri di boxe di strada, anzi d’appartamento, con i soprammobili che cadevano a terra, e sangue e tutto.
Quando suonava il primo gong, a casa ricevevamo la chiamata di mia nonna. Mia madre diceva: “Arrivo subito”, e un attimo dopo venivo catapultato nella sua 126 azzurra, la versione lucana del Maggiolino Tutto Matto, sfrecciando comici e tesissimi per le strade del paese. Quando arrivavamo era sempre troppo tardi. Nel cortile delle case popolari in cui i miei nonni e mio zio abitavano si era già radunata una folla di gente, e un’ambulanza era parcheggiata in una teatrale doppia fila, per ricevere lo sconfitto di turno.
Durante quegli incontri non ho mai avuto il posto in prima fila che mi sarebbe spettato di diritto (voglio dire: ero o non ero il nipote dei due pugili?), ma ero costretto sempre tra la folla, bloccato dalle minacce di mia madre (“Non salire, Marco, hai capito? Se no a casa avrai il resto!”, e schizzava al primo piano). Le versioni dei paesani rimbalzavano da una bocca all’altra. Frasi concitate, prima smozzicate, poi sempre più nitide e chiare, esplodevano tra la folla come tanti piccoli petardi.
“A pugni. Padre e figlio. Che vergogna.”
“Ma perché?”
“Il figlio. Non vuole lavorare.”
“Ma no. Il padre. Ha menato a sua moglie.”
“Ma che stai dicendo?”
“Quello, il padre chissà che faceva su al Nord.”
“Ma che ne sapete voi. Io so che il figlio è una testa di cazzo che voi manco v’immaginate.”
“Ha messo incinta una ragazza?”
“Può pure essere.”
“Maronna, che famiglia.”
“Testa di cazzo il padre e testa di cazzo il figlio.”
“Zitto, che c’è il nipote.”
E allora nel silenzio arrivavano gli sguardi, che si abbassavano su di me tutti insieme, tanti aghi avvelenati che sibilando finivano per conficcarsi sul mio viso.
“Oh, oh! Stanno portando uno con la barella.”
“Chi è? Chi è?” E gli occhi puntavano verso il pugile sconfitto.
Ma la verità l’avevo saputa dalla voce di mia madre, rotta da singhiozzi piccoli e appuntiti come schegge di vetro, che mio padre raccoglieva paziente nella semioscurità della loro camera da letto (riuscire a origliare a undici anni non è mai stata un’impresa per nessuno).

Mio zio era un drogato, e mio nonno un ex alcolizzato. Discorso chiuso. Nessun dibattito a seguire.
Dopo ogni incontro, per evitare il peggio, zio prendeva armi e bagagli e veniva a casa nostra, per fermarsi uno o due giorni. Dormiva nel letto accanto al mio. Quelle sere era lui che mi metteva a dormire. Una volta mi parlò di Venezia, e di quando ci aveva lavorato.
“Venezia”, disse “è la città più bella del mondo. Non ci sono le strade, a Venezia; c’è acqua dappertutto e si gira per la città con le barche.”
“E a scuola? Come ci vanno i bambini, a scuola?” Chiesi io.
“Con la scuola-barca”, rispose lui, e rise. “E a volte, quando fa caldo, fanno lezione sulle barche, proprio.”
“Sì?”
“Certo. Venezia è la città più bella del mondo.”
“Più bella di Roma?”
“Molto di più. Venezia è la città di vetro.”
“Di vetro?”
“Di vetro. Tutti i palazzi, qualche barca, anche il Comune. Tutto di vetro”
“E la scuola?”
“Anche la scuola. I bambini studiano e guardano tutta l’acqua che c’è intorno a loro.”
Ci pensai un po’ su.
“Allora non si può nascondere nessuno a Venezia”, dissi.
Ci pensò anche lui.
“Non si può nascondere nessuno” Disse poi.
Cominciai a studiare il suo viso minuziosamente, com’ero abituato a fare con i compiti di scuola. Non tralasciai nulla, ma a differenza dei paragrafi sugli antichi Egizi o delle proiezioni ortogonali, non riuscivo a capire. Eccolo là, mio zio, un drogato che faceva a pugni con suo padre; ed eccolo là, mio zio, che mi raccontava di una città che pareva uscita da una fiaba, una città in cui aveva vissuto.
Mi misi a sedere contro la spalliera del letto.
“Quando cresco voglio essere come te.”
Lui mi guardò per un po’. Mi aiutò a rimettermi sotto le coperte. E imma¬ginai, addormentandomi, palazzi meravigliosi di vetro, dove in qualche modo tutta l’acqua che c’era in giro non sarebbe mai entrata; e il sole che, al tramonto, esplodeva su tutta la città.
Dopo un paio di mesi, andò a Milano e lì morì, bruciato dal di dentro da un’overdose di eroina, come un viet-cong sorpreso da un bombardamento di napalm. Da allora, e per dieci anni, mia madre ha smesso di parlare con i nonni, e per tutto quel tempo loro per me sono stati degli estranei.
Quando cominciai a crescere, e a fare domande più precise, il racconto possente della vita meravigliosa di mio zio venne ridotto a una serie di morsi imbarazzati, come qualcosa di indigesto che risaliva su per l’esofago e a forza si faceva ritornare giù, insieme alle brutte sensazioni.
Oggi che tutto sembra essere tornato alla normalità frugo nella raccolta di dischi di mio zio.
Please, allow me to introduce myself / I’m a man of wealth and taste/ I’ve been around for a long, long year…

Nel suo borsellino, mia madre ha una fotografia. È in bianco e nero. C’è mia nonna, con gli occhi e la sua carnagione da sudamericana, che sorride. C’è mio nonno, sulla quarantina, in canottiera scura e bermuda chiari, che sfida l’obiettivo. Sulla destra c’è mia madre, avrà undici o dodici anni, è in maglietta e pantaloncini; a sinistra, mio zio, di due anni più grande, a torso nudo. Anche loro guardano l’obiettivo, sfidandolo dal basso verso l’alto. Sono su un balcone, che si affaccia sulla periferia di Milano.
Non ho mai chiesto a mia madre come sia andata esattamente, a lei e alla sua famiglia, quando sono saliti al nord per cercare la fortuna. Ma sono uno a cui piace inventare storie. Ho ritagliato dagli album di famiglia tutte le figure in bianco e nero che potessero in qualche maniera ricondurmi a quegli anni, e le ho appiccicate sull’asfalto crepato di una Quarto Oggiaro che sta sì nella mia mente, ma che ho intravisto nei pianti silenziosi di mia madre, tanti barlumi taglienti come lame con cui ho imparato a giocare nel tempo.
Prendo tra le dita la figura minuta di quella ragazzina di dodici anni. Adesso è sola, su quel balcone, in un’estate qualunque di Quarto Oggiaro. Tutto il quartiere è immobile e respira a malapena. L’asfalto delle strade, il ce¬mento armato dei casermoni e la ruggine delle pan¬chine sprigionano ondate di calore, costringendo l’aria a solidificarsi, e poi a liquefarsi, e poi di nuovo a solidificarsi. Nello spiazzo non c’è anima viva, e i cani vanno a morire vicino alle fontane prosciugate.
I terroni si fanno aria con le riviste, ancora una volta stremati e sconfitti, mentre sognano il fresco di un tormento notturno e tendono l’orecchio a una finestra, da cui Celentano promette, forse a Claudia Mori, un amore eterno nonostante tutto. A mezzanotte sai che io ti penserò/ ovunque tu sarai sei mia…
La figura snella e nervosa di mia nonna è in cucina, seduta su una sedia, e ha la testa appoggiata sulle braccia, che tiene conserte sul tavolo. Con l’indice e il pollice scuoto la figura, tagliata malamente, di mio nonno, disteso nella sua camera da letto: russa forte e il suo alito sa di vino.
Mia madre si tasta il braccio, e prova a premere più forte, per control¬lare se il dolore si è un po’ attenuato, ma questa volta suo padre è stato più violento del solito. Dà un altro sguardo a sua madre, che ora sta piangendo.
Manca ancora la figura di mio zio, che adesso sbuca dalla cameretta, e mia madre lo intravede mentre entra in bagno. Lei entra in cucina, e sta per appoggiare una mano sulla spalla di mia nonna, ma non lo fa, preferisce il silenzio a qualche battuta di circostanza, tipo: “Non piangere, tutto passerà.” O forse sono io, con le mie figurine strette tra indice e pollice, a non voler mettere nella loro bocca battute di circostanza.
Mio zio esce dal bagno cambiato e pettinato. Mia nonna si accorge di mia madre e l’avverte: “Non svegliare tuo padre, Natascia.”
Natascia segue suo fratello in cameretta, e nel frattempo dà un’occhiata a suo padre, attraverso la porta socchiusa.
È sempre sdraiato sul letto, come una sigaretta lasciata a spegnere nel posacenere, come il Cristo del Mantegna, deposto sul suo sudario dopo essere finito braccia a croce. Braccia a croce come quando stramazza a terra per il vino, e come il Cristo in miniatura crocifisso per sempre sulla crocetta d’oro attaccata alla catenina di quell’uomo che russa squassato dall’ubriacatura, riproduzione fedele di una serie di terroni sconfitti dalla ricchezza, falliti senza speranza, abbattuti da vini tutti uguali, deposti sui loro letti tutti uguali, in stanze da letto tutte uguali (letto a due piazze, mobili in finto ciliegio, tappezzeria marrone). Accanto al letto, la sua camicia bianca sistemata ordinatamente sulla spalliera della sedia perché non si stropicci, sembra un pugile a riposo, seduto al suo angolo, dopo una ripresa in cui le ha prese di brutto.
Natascia sente che potrebbe odiare quell’uomo, ma si rende conto che non è ancora il momento. Suo fratello sta uscendo dalla cameretta. Ha sul naso i suoi Aviator.
“Esci?”, gli chiede lei.
Giuseppe non risponde, e infila il corridoio che porta all’ingresso. Natascia sa che sta andando sotto i portici. O a casa di Gino Pugliese. Si aggiusta una ciocca di capelli die¬tro un orecchio e lo segue, mentre quello esce di casa senza salutare.
Sulla strada il caldo è ancora più violento. La luce è così intensa che deve tenere gli occhi chiusi per un po’. Poi lo vede.
“Giuseppe. Giuseppe!”
Lui si volta un attimo, la guarda e riprende a camminare.
“Giuseppe.”
Natascia accelera il passo.
“Giuseppe!”
“Non rompere, Natascia, tornatene a casa.”
Si fermano. Giuseppe è in mezzo allo spiazzo. È Lou Reed, la sua sagoma scura smangiata dal giallo della luce.
“Non rompere, vattene”, le dice.
“Dove vai?”
“Fatti i cazzi tuoi.”
Lei lo raggiunge.
“Dove vai?”
“Vado da Gino.”
“E che ci vai a fare?”
“Fatti i cazzi tuoi, Natascia, t’ho detto”
“Vengo anch’io.”
Il viso di Giuseppe si rilassa. Sorride. Natascia si prepara alla battuta. Giuseppe stravolge i lineamenti, strabuzza gli occhi, fa la voce tra l’ubriaco e il matto. Enzo Jannacci.
“No, tu no!”
Ridono entrambi. Una nuvola va a suicidarsi contro la cupola di smog e di calore, sciogliendosi tra i palazzoni grigi.
“Torna a casa, Natascia. Vai a stare con la mamma.”
“Giuseppe, a me mi fa schifo stare qua.”
“E allora vai a prepararti per l’esame.”
“Anche a te fa schifo stare qua”, dice Natascia.
Giuseppe non risponde.
“Però tu le medie non le hai nemmeno finite”, continua Natascia.
“Vai a studiare per l’esame, ti ho detto. Muoviti a tornare a casa. Non prendere questo caldo”, dice Giuseppe.
Non si sente nemmeno un clacson. Passa il 15, vuoto.
“Torna a casa, Natascia. Se no ti ammazzo di botte, e dopo ti ammazza di botte anche papà.”
Giuseppe fa per riavviarsi.
“Che vai a fare da Gino, vai a bucarti?”, dice Natascia e nemmeno un refolo di vento ha la pietà di alzarsi in quello spiazzo assolato, nemmeno la pietà di un fruscio che possa coprire la sua voce mentre gli dice “vai a bucarti?”
Giuseppe si ferma di nuovo.
“Tanto lo so. Lo sanno tutti”, dice lei.
“La mamma lo sa?”, chiede lui.
“Secondo te?”
“E papà?”
“Non credo”, Natascia fissa Giuseppe. Poi dice: “Vuoi che lo viene a sapere, vero?”
Giuseppe le si avvicina veloce, e lei prova un brivido. Si sfila gli Aviator e la prende per le spalle.
“Sì, voglio che lo viene a sapere. E vuoi saperla un’altra cosa? Voglio morire, voglio morire presto, voglio che papà sa quanto mi fa schifo, voglio che quando si guarderà allo spec¬chio dovrà pensare che è un uomoo schifoso. Hai capito? Tutti i giorni che ha fatto Cristo quello deve alzarsi dal letto e la prima cosa che deve pensare sarà ‘mio figlio è morto perché io faccio schifo’. Hai capito?”
Giuseppe lascia le spalle di sua sorella e si allontana nell’aria densa. Natascia non si muove. Guarda in alto. Casermoni. Grigi, regolari, nudi. Asfissianti.
Pensa che non vuole tornare a casa. Se tornasse troverebbe la stessa aria elettrica di violenza di tutti i giorni, sua madre che piange, la televisione accesa che non parla più a nessuno, i risvegli di suo padre. Se tornasse, si chiuderebbe nella cameretta a fantasticare su una vita migliore.
In mezzo allo spiazzo crepato, Natascia allarga le braccia per abbracciare idealmente tutto il quartiere, e poi le chiude con violenza, battendo i palmi delle mani, facendo un unico, brutale applauso.
Da una finestra (sempre la stessa) dei violini fluttuano decisi nello spazio, drammatici e barocchi. Quindi Iva Zanicchi attacca: Prendi questa mano, zingara/ Dimmi pure che destino avrò…

Tre anni dopo, la figura di mio nonno sta guidando da otto ore la sua Volkswagen sulla A14 in direzione Bari. Tutti gli altri stanno dormendo.
Mio nonno ha realizzato che il nord significa solo fallimenti su fallimenti. Stanno tornando in Basilicata, al paese d’origine suo e di sua moglie. È lì che vuole rimanere per sempre. Tornare all’inizio e ricominciare daccapo. Si metterà a lavorare sul serio, e sua moglie sarà una donna felice, e Natascia troverà un buon marito. E Giuseppe la smetterà con quella merda. Maledetto nord. Tutta colpa del nord.
Mio nonno guarda mia nonna, guarda i suoi occhi da sudamericana. Le vorrebbe appoggiare una mano sulla spalla e dirle sottovoce una battuta di circostanza, tipo: “Non piangere, tutto cambierà”, ma preferisce tenere gli occhi sulla strada.
O forse sono io, e la realtà prende il sopravvento sul gioco, perché io so già tutto quello che c’è da sapere. Mio zio continuerà a essere un drogato, e continuerà la sua vita di drogato.
Going from this land here to that/ In a sailor’s suit and cap/ Away from the big city/ Where a man can not be free/ Of all of the evils of this town/ And of himself, and those around/ Oh, and I guess that I just don’t know…

Dopo vent’anno tormentati, mio zio tornò su a Milano. E, quasi subito, morì di overdose. Il giorno che arrivò la notizia della sua morte, l’unico a non piangere fu mio nonno. Rimase seduto tutto il tempo su una sedia, e disse una cosa, una cosa soltanto.
“Se l’è voluta”
Fu allora che vidi mia madre guardarlo con odio, e fu da allora che decise, e tenne fede a quella decisione per dieci anni, di non rivolgere più la parola a lui e alla nonna.

Ma i rancori stingono. Un giorno mia madre mi ha preso in disparte e mi ha detto:
“Io e i tuoi nonni siamo tornati a parlarci”. Sembrava fosse ancora sorpresa dalla cosa. È stata un attimo in silenzio, guardandomi. Poi mi ha detto:
“Vorrebbero tanto che tu andassi da loro. A pranzo. Ti va?”
Non mi andava granché.
“Vorrebbero parlarti. Stare un po’ con te. Sono quindici anni che non vi dite niente.”
Be’, era stata lei che mi aveva impedito di parlare con loro.
“Non è più così. Adesso siamo una famiglia normale.”
Fantastico.
“Sei il loro nipote. Ci andrai? Ti hanno invitato per domani. Fallo per me.”
Le ho detto che ci sarei andato.
“Va bene”, ho detto.

“Va bene un cazzo”, ho pensato, mentre parcheggiavo davanti a casa loro. Non mi sembrava vero che dopo tanti anni potessi rivolgere la parola ai miei nonni. Ma non ero felice. Ero preoccupato. Che ci saremmo detti? Come sarebbe an¬data avanti la conversazione dopo gli inevitabili “come stai?”, “cosa stai facendo adesso?”, e cose del genere? Le persone in carne e ossa non sono figurine ritagliate. Non avrei potuto assegnare loro le battute che volevo. Ho tirato il freno a mano e sono rimasto un po’ den¬tro l’auto, con le mani appoggiate l’una sopra l’altra sul volante. Dallo specchietto retrovisore potevo vedere la strada da cui ero arrivato incurvarsi verso destra, e per¬dersi dietro una collinetta coperta di erbacce. Più oltre, dietro la collinetta, le case del centro storico si ar¬rampicavano sui due pendii e convergevano al vecchio castello, che dominava il paese.
Erano le dodici e quarantacinque. Ho guardato fuori. Tutt’intorno c’erano le case popolari del quartiere, compresa quella dei miei nonni. Ho immaginato la folla che dieci anni prima si assiepava nel cortile, per assistere ai match all’ultimo sangue in cui il vincitore e lo sconfitto portavano lo stesso cognome, e si spartivano la stessa posta di niente.
Sono sceso dall’auto. Il marciapiede accanto al quale avevo parcheggiato costeggiava un palazzo in costruzione. Mi sono ricordato che lì, dove le impalcature salivano su per i pilastri di cemento nudo, c’era stato un parchetto. Lì portavo Lola, la cagnetta dei miei nonni, quando ancora mi era permesso essere un nipote normale.
Ho alzato lo sguardo. C’era un vento leggero, e le reti di protezione verde scuro si gonfiavano e si sgonfiavano, respirando. Il palazzo sembrava un animale a riposo dopo una lunga corsa, un enorme pesce che apriva e chiudeva le sue branchie, inquieto. Quello squalo verde di metallo e cemento dalla pelle di plastica traforata stava fluttuando perfettamente immobile a diversi metri da terra, come una gigantesca mongolfiera, e il sole è diventato un bagliore luccicante e liquido, diluito in metri di profondità marine. Lo squalo si era accorto di me, lì fermo a osservarlo. Cominciai a sentirmi minacciato da un pericolo imminente. Avrebbe attaccato? Sarebbe crollato su di me? Ciononostante mi ipnotizzava. Lo scrutavo negli occhi, che presumevo essere lì in alto. Io piantato a terra, inghiottito dalla sua ombra, lui che galleggiava incombente: era come se stessimo per dirci qualcosa.
Ma il sole, quello vero, fermo sullo zenit, si è preso di nuovo tutto il cielo, e mi ha accecato, perciò ho scrollato la testa e sono tornato alla realtà, e a concentrarmi su quel pranzo.
Sapevo come erano invecchiati i miei nonni. Il mio è un paese molto piccolo. Anche se non mi era permesso di rivolgere loro la parola, sapevo che quel signore e quella signora, che intravedevo al supermercato, o a braccetto per il Corso, erano i miei nonni. E anno dopo anno, li avevo visti invecchiare: mio nonno che diventava sem¬pre più magro e dimesso nel vestire (ma sempre digni¬toso e in un certo senso elegante), e mia nonna che al contrario era ingrassata e aveva lasciato il suo guardaroba elegante di una volta a galleggiare al largo dei rimpianti e dei ricordi di una bellissima ragazza dai tratti sudamericani.
Sono salito al primo piano. Ho inghiottito la saliva e ho suonato al campanello. Ho sentito uno scalpiccio rapido e una chiave girare nella serratura. La porta si è aperta. Mio nonno.
“Ciao, Marco”, mi ha detto.
Mi porgeva la mano.
Gliel’ho stretta, istintivamente. Era lui l’uomo che mia madre aveva odiato con tutte le sue forze per tutto quel tempo. Indossava un maglioncino a rombi e portava de¬gli occhiali dalla montatura massiccia. I capelli erano impeccabili, come sempre. Aveva il viso scavato, e perfetta¬mente rasato.
“Ciao”, ho detto io.
Ci siamo guardati. Non sorrideva, ma non sembrava an¬noiato, o arrabbiato, e non era scortese. Solo molto serio. Ha guardato alle mie spalle, verso il palazzo in costru¬zione. Poi ha alzato il mento e lo ha puntato in quella di¬rezione.
“Hai visto?”, ha detto “È cambiato assai, qua.”
Ho guardato anch’io il palazzo. Ho annuito. Lui ha fis¬sato un punto sulla mia fronte, poi ha sospirato. Ho visto un’ombra di sorriso, ve¬loce e timida. “Entra”, ha detto, e ha fatto un gesto con la mano “ché tua nonna sta mettendo già in tavola.”
Siamo entrati, e nella penombra ho riconosciuto la disposizione delle stanze. Nell’ingresso c’era mia nonna, con un grembiule bianco e le mani intrecciate. Sembrava un’attrice di una commedia anni ’50, mentre aspettava con apprensione l’ospite importante, il principale di suo marito, o il fidanzato della sua figlia diciottenne: cotonatura perfetta, trucco senza sbavature, e il bicchiere di martini era stretto da dita gonfie per l’artrosi, le calze di nylon lasciavano intravedere sentieri di vene varicose.
Quando ci siamo trovati faccia a faccia mi sono meravi¬gliato di come fossi molto più alto di lei. Era lei la donna che non aveva preso con sé mia madre e mio zio e non era scappata via da suo marito. Aveva scelto subire e basta.
“Ciao, Marco”, ha detto.
“Ciao, nonna.”
Mi ha abbracciato. Ha alzato lo sguardo sul mio. Il suo atteggiamento era cambiato: mi scrutava, seria, e mi te¬neva le mani.
“Sei mio nipote”, ha detto dopo un po’. Poi ha sorriso, e i suoi tratti duri e netti si sono ammorbiditi.
Mio nonno mi ha fatto segno di en¬trare in sala da pranzo. La tavola era pronta.
“Avete messo il parquet”, ho detto.
“L’ho messo io”, ha detto lui.
“Tu?”
“Sono già tre anni che ho fatto i lavori.”
Ho fatto finta di osservarlo ancora un po’, mentre mi si¬stemavo al mio posto.
Lui si è seduto a capotavola, di fronte alla TV accesa, e ha cominciato a ma¬sticare una fetta di pane. Masticava lento, assorto, come se a ogni morso il pane avesse un nuovo sapore. Le sue mani (mani enormi, deformate e callose, da muratore di lungo corso) staccavano delicatamente un pezzo di mollica dalla fetta e lo portavano alla bocca con gesti misurati. Teneva tutti e due i gomiti poggiati sul ta¬volo e le spalle dritte e tese.
Ho iniziato a guardare anch’io la TV e non ci siamo detti niente fino a quando mia nonna è entrata dalla cucina te¬nendo una pentola fumante per i due manici.
“Pronto”, ha detto. E ha appoggiato la pen¬tola su di un angolo del tavolo, l’ha inclinata e ha preso a rigirarci dentro con un mestolo.
“Tagliatelle fatte in casa”, ha detto con un tono allegro. Poi, rivolgendosi a me “Dammi il piatto.”
“Precedenza all’ospite?”, ha detto mio nonno e le ha dato il suo piatto, prima che lei riempisse il mio. Mia nonna mi ha guardato per un attimo e poi ha riempito il piatto di mio nonno. Dopo, gli altri due. Abbiamo co¬minciato a mangiare.
“Allora”, ha detto mia nonna “ti piace?”
“Sì”, ho detto io, masticando “tanto.”
Ho guardato mio nonno. Era chino sul suo piatto e man¬giava in silenzio.
“Ah, ma vuoi un po’ di vino?”, ha detto lei.
“Ce n’è?”, ho fatto io.
“E che, non dovrebbe esserci? È una casa di signori, questa”, ha detto mio nonno. Doveva essere una battuta. Ho sorriso. Lui ha ricambiato, e ha ripreso a mangiare. Quando il vino è arrivato in tavola, me ne sono versato un bicchiere.
“Ne vuoi un po’?”, ho chiesto a mio nonno, e senza aspettare la risposta ho fatto per versargliene. Ma mi sono bloccato subito, con la bottiglia sollevata e tutto. C’è stato un attimo di silenzio.
“Nonno non beve”, ha detto lei.
“Ah. Non lo sapevo”, ho detto io.
“È stato male, un po’ di tempo fa.”
“Male?”
“Male”, ha ripetuto lei.
La voce di Pippo Baudo ha coperto per un attimo il silenzio. “Che entri l’ospite”, ha detto, e io ho immaginato che avesse sputacchiato un po’, mentre pronunciava ‘ospite’. Non ho riconosciuto la ragazza che era accanto a lui, ma secondo me non dev’essere stata molto contenta.
“Che c’è per secondo?”, ha fatto mio nonno.
“Carne”, ha detto mia nonna e si è alzata dalla tavola, di¬retta in cucina.
Mio nonno ha spostato in avanti il suo piatto vuoto e ha bevuto un bicchiere d’acqua. Anch’io ho finito. Mi sono guardato intorno. I mobili della sala da pranzo erano in¬tonati al parquet. C’era ancora il camino, e il grande specchio dorato, come dieci anni fa. Su di una mensola sistemata sopra al divano ho riconosciuto una fotografia di zio Giuseppe.
Mia nonna è entrata, questa volta portando una teglia.
“Ti piace l’agnello?”, mi ha chiesto.
“Sì, come no”, ho fatto io.
Mia nonna ha servito tutti e poi s’è messa a sedere. L’agnello era squisito, e abbiamo mangiato con gusto. Si sentiva il tintinnare delle forchette e dei coltelli, e i gomiti che strusciavano sulla tovaglia. Di tanto in tanto bevevo un sorso di vino, e anche mia nonna se n’è versato un po’. Dalla finestra aperta si sentivano le automobili che passa¬vano e due donne che parlavano da un balcone all’altro. Ogni tanto un refolo di vento finiva contro le veneziane, facendole ondeggiare piano. Mi è tornato alla mente lo squalo.
Ma un rumore mi ha distratto. Un suono flebile, ma costante, che ha cominciato a essere man mano più forte, e ancora più in¬sistente. Non era un rumore. Era un verso, come quello che fa uno stormo di uccelli, molto in lontananza. Iiiiiiii, iiiiiiii, iiiiiiiii.
Mia nonna ha smesso di mangiare. Ha poggiato la for¬chetta sul piatto e ha guardato mio nonno.
“Saverio”, ha detto.
“Lasciala stare”, ha detto mio nonno. Ma anche lui aveva già smesso di mangiare. Stava a braccia conserte e guar¬dava dritto davanti a sé. Io continuavo a masticare. Poi, di nuovo quel verso. Iiiiiiii, iiiiiii, iiiiiii.
Lui ha guardato di scatto verso la porta della sala. Non veniva da lontano, quel verso. Poi ha preso la bottiglia del vino.
“Saverio”, ha ripetuto lei.
Ho poggiato la forchetta sul piatto.
“Buonissimo, l’agnello”, ho detto a mia nonna.
Lei mi ha fatto un sorriso veloce, poi è tornata a piantare gli occhi su di lui. Mio nonno stava con il bicchiere a metà strada. E quel verso. Veniva dalla cucina; era chiaro, ormai.
“Ma che cos’è?”, ho detto io.
“È Lola”, ha detto mia nonna.
“Chi?”
“Lola. La cagnetta”, ha detto lui.
“No! È ancora viva? Ma com’è che non sta qui a rom¬pere e a fare casino?”, ho detto io.
“È vecchia”, ha detto mia nonna.
“Ma perché fa questo verso?”
“È vecchia”, ha ripetuto lei.
Eccolo, di nuovo, nitido. Iiiiiii, iiiiiii, iiiiii. Metteva i brividi.
“Sta male?”
“Non riesce a mangiare. Ha qualcosa allo stomaco, e quando mangia le fa male”, ha detto mio nonno.
Ho guardato mia nonna.
“Saverio”, ha detto “sono tre giorni che va avanti ‘sta storia. Se non la ammazzi tu, la porto io dal veterinario, a farla ammazzare.”
Mio nonno ha sbattuto il bicchiere sul tavolo.
“Non si ammazza nessuno, qui. È chiaro?”, ha detto.
Mia nonna quasi è saltata sulla sedia. Mio nonno la stava fissando. Stringeva la tovaglia con tutt’e due le mani. Poi ha guardato me. Ho distolto lo sguardo.
“Siamo tutti vecchi, qui, vero?”, mi ha detto.
Non sapevo cosa rispondergli.
“Ma no, nonno, no”, ho farfugliato.
“Sei uguale a lui, lo sai?”, ha detto.
“Saverio”, ha detto mia nonna.
“Gli stessi occhi.”
Gli fissavo le mani. Stringevano ancora la tovaglia. Ho immaginato quelle mani stringere le braccia di mia madre ragazzina, e poi il volante della Volkswagen sulla Milano – Bari. La stessa rabbia impotente.
“Te la ricordi, Lola, quand’eri piccolo e venivi qui a gio¬care con lei?”, ha detto lui.
“Sì.”
“Sono più di dieci anni che ce l’abbiamo, lo sai?”
Si è alzato. Ha guardato un attimo la TV e poi mia nonna e poi fuori dalla sala.
“Vieni con me”, mi ha detto.
Mi sono alzato. Ho lanciato uno sguardo verso mia nonna, ma non ho ricevuto rispo¬sta. L’ho seguito, allora. Siamo entrati in cucina.
“Eccola”, ha detto.
Ho guardato dove mi indicava. Lola, la cagnetta dei nonni, era proprio una peste in miniatura, Era aggressiva e famelica; ogni estraneo che metteva piede in casa era attaccato senza riserve e più la si pu¬niva più rispondeva ringhiando e mordendo. Era davvero un diavolo di pechinese.
E ora, eccola là. Stava distesa su di un fianco. Il suo pelo, più lungo sull’addome, era molto più chiaro di come ricordavo, ed era magra. Scheletrica. Tremava, e respirava affannosamente.
“Lola”, ha chiamato mio nonno.
Lola ha avvertito qualcosa, perché ha rizzato un orec¬chio. Ha provato a mettersi sulle zampe, ma ogni sforzo pareva costarle parecchio. Alla fine ce l’ha fatta, e, tremando ancora di più, si è alzata.
“Lola”, ha detto ancora mio nonno.
Ma lei è rimasta ferma.
“Non capisce più niente. Sente che la chiamo, ma non vede”, ha detto lui.
Lola si era di nuovo accasciata, e continuava a tremare. La sua testolina ballava a destra e sinistra, come se sen¬tisse altri richiami. Poi, quel verso. Iiiiiii, iiiiiii, iiiiiii.
“Non la faccio morire, io”, ha detto mio nonno.
Ho provato l’impulso di uscire da quella cucina, e da quella casa, così, senza salutare nessuno. Sen¬tivo una pressione che mi schiacciava a terra, lì a fianco di mio nonno, e per un attimo mi è venuto il desiderio di gridare a squarciagola, di prendere per le spalle quel vecchio e scuoterlo fino a far¬gli cadere la testa dal collo.
L’ho fissato. Stava ancora guardando Lola. Che senso avrebbe avuto? Aveva più di settant’anni, ormai. Mia madre mi aveva detto che soffriva di ulcera. E che cominciava a tre¬mare, a una certa ora della sera. Che senso avrebbe avuto, schiaffeg¬giarlo e rinfacciargli il sogno infranto di una famiglia?
Siamo rimasti in piedi, in silenzio, a fissare quell’animale che provava un dolore lan¬cinante e che sarebbe morto di lì a poco. Il suo re¬spiro rauco era l’unica cosa che si sentiva, adesso. Il suo petto andava su e giù, regolare.
E poi, dalla finestra, il vento. E con lui, il respiro dello squalo verde. Inspirazione, espirazione. Inspirazione, espirazione. Inspirazione, espirazione.
La stanza aveva cominciato a restringersi e dilatarsi. Inspirazione, espirazione. Contrazioni lente e regolari. Il pavimento si incurvava, i muri diventavano concavi e poi convessi, le credenze si aprivano e si chiudevano, i piatti cadevano a terra frantumandosi, il tavolo si spostava di qua e di là, il lampadario ondeggiava impazzito. Lo squalo respirava profondamente, mentre nuotavamo con lui per i mari del mondo. Ci trovavamo tutti nella sua immensa, umida cassa toracica. Io, Lola, mio nonno, mia madre, mia nonna. Zio Giuseppe.
Ci siamo abbracciati, per evitare di cadere.

Oh It’s Such A Perfect Day/ I’m Glad I Spent It With You./ Oh Such A Perfect Day,/ You Just Keep Me Hanging On,/You Just Keep Me Hanging On.

Commenti
2 Commenti a “Lo squalo”
  1. serena scrive:

    dopo un anno e alla terza lettura è ancora bello come la prima volta.
    bravo bravo bravo.

  2. giovanni scrive:

    Caro Mimmo, ho letto molto volentieri la tua storia e mi è piaciuta molto. Bravo! Spero di rivederti presto.
    Buone cose.

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