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Lo Stato della follia. Un film sugli OPG

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E allora io penso che, e voi pensate che, e tutti pensano che.

E tutti dicono che. E anche le buone signore che propongono le controriforme dicono che:

“Ma che cavolo ci fanno ancora in piedi i manicomi criminali?

Bisogna chiuderli tutti quanti. E subito.

Dialogo di Marco Cavallo con il Drago di Montelupo

“Caro Socrate tu sapevi di non sapere,  io non so perché mi stanno facendo morire in carcere”.

Roberto G.

“L’uomo è un animale che può provare a abituarsi,  qua viene messo a dura prova”.

Ci sono queste due frasi: la prima scritta su un muro di un OPG, un ospedale psichiatrico giudiziario, la seconda pronunciata da un uomo che in quello stesso OPG è rinchiuso. Entrambe denunciano quello che è chiaro fin dalle prime immagini del film di Francesco Cordio, Lo Stato della follia: uno, gli ospedali psichiatrici giudiziari vanno oltre ogni immaginario detentivo, due, una volta che ci sei entrato puoi scordarti la vita fuori, puoi scordarti di uscire, perché venti anni trent’anni lì dentro ce li passi, stai tranquillo, e se tranquillo non ci stai nessun problema perché tanto ti imbottiscono di farmaci et voilà. Ma cosa c’è che non torna, cosa c’è che lascia perplessi guardando un film che riproduce le stesse situazioni, gli stessi volti, gli stessi luoghi che sembrano appartenere a un’epoca ormai lontana, immagini che richiamano alla mente quelle girate da Frederick Wiseman in Titicut folies. I manicomi in Italia non li hanno chiusi? E la legge Basaglia? E la psichiatria democratica? La risposta è semplice: negli OPG non sono arrivati, la storia lì è ferma al 1978, così tutto si spiega.

Di manicomi giudiziari ce ne sono sei in Italia. E allora contiamoli, gli OPG:

Montelupo Fiorentino che contiene più di 200 persone, mentre la sua capienza massima è di 188. Aversa, in provincia di Caserta, che ne contiene più di 200 sulle 150 previste. Napoli più di 150 su 150. Reggio Emilia più di 200 su una capienza di 190. Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, più di 200 su 194 posti. Castiglione delle Stiviere, Mantova, l’unico ad avere anche un reparto femminile che contiene circa 200 persone, delle quali meno di 100 sono donne. Un elenco che fa anche Luigi Rigoni che de Lo Stato della follia è il narratore:Ad Aversa e Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Messina, Castiglione delle Stiviere Mantova, l’unico dove ci stanno anche le signore. Poi Reggio Emilia e Montelupo Fiorentino. Li Ho contati tutti? E più di mille persone ci stanno chiuse dentro. Poche? Tante?”. Rigoni legge le parole di un dialogo, quello fra Marco Cavallo e il Drago. Un dialogo scritto per i detenuti di Montelupo, nella speranza, del 2003, che l’OPG chiudesse.

Rigoni ricorda, ricorda e racconta sul palcoscenico del teatro di Lodi, i suoi 25 anni in un OPG. Per aver aggredito la moglie, e la figlia, ubriaco e sotto effetto di psicofarmaci. 25 anni.

La sua voce nel film tesse la trama che sorregge altre voci: un internato italo algerino “Questi sono talebani mascherati, gli altri si vedono. La differenza è che qui ti uccidono piano piano”. Un altro, giovane: “Io ho le parole per dirlo, ma chi non lè ha? Volete sentire cosa dice? Pennino vieni, come ti trovi qui? Bene. Si trova bene”. Lo sguardo si sposta su quello che questi due uomini hanno intorno: strutture fatiscenti, letti di contenzione. O farmaci o la camicia di forza: non ci sono alternative.  “Non ci piace praticare la contenzione, ma se non ci sono risorse?” dice un operatore sanitario. Il tempo non conta in un OPG: “Ero qui per due anni- dice un altro detenuto- e invece sono passati dieci. Guardate la mia foto, ero un bambino normale”. “Per quale reato è dentro?, domanda qualcuno, “Non ha commesso reati, solo un disturbo della personalità”. Si chiama ergastolo bianco, la proroga infinita di misure cautelari. Così è possibile passarci venti anni in un OPG per una rapina di settemilalire. Perché nel frattempo cambiano i medici, i primari che devono aggiornare le terapie, firmare le perizie, che poi, spesso, vanno perse. Detenuti, malati, in mano a uno Stato che negli ultimi 40 anni non ha saputo cosa fare.

La malattia e il crimine. Nel 1982 la Corte Costituzionale, con la sentenza  n. 139 stabilisce che la pericolosità sociale “non può essere definita una volta per tutte, come se fosse un attributo naturale di quella persona e di quella malattia. Deve essere invece relativizzata, ovvero messa in relazione ai contesti, alla presenza di opportunità di cure e di emancipazione relative alla disponibilità di risorse e di servizi. Deve dunque essere vista come una condizione transitoria. E di conseguenza anche le misure di sicurezza vanno di volta in volta riviste e aggiornate”. Il decreto ministeriale 230/99 e in particolare il Progetto Tutela Salute Mentale in ambito penitenziario dispone, nell’ottica dell’equità e del diritto alla cura, che i Dipartimenti di Salute Mentale operino anche all’interno delle carceri, con gli stessi obiettivi e con le stesse modalità utilizzate per tutti i cittadini di quel territorio. Tale decreto non ha avuto una sua piena applicazione. Il 1 aprile 2008 viene promulgato il decreto del presidente del consiglio dei ministri che ha determinato il passaggio delle competenze sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse sanitarie e delle attrezzature e dei beni strumentali dalla sanità penitenziaria al sevizio sanitario nazionale. L’allegato C del decreto prevede le tappe per il superamento degli attuali OPG. Ma così non è andata. (qui un approfondimento di StopOPG)

La Commissione. Francesco Cordio, autore e regista de Lo Stato della follia, è entrato negli OPG a seguito della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale, presieduta dal Senatore Ignazio Marino. La Commissione durante il 2010 ha effettuato ripetuti sopralluoghi a sorpresa nei 6 OPG: quello che ha trovato sta nella relazione finale dalla quale emerge che la situazione dei Servizi psichiatrici sia fortemente in sofferenza, ma che, tuttavia, non ci siano giustificazioni rispetto a luoghi definiti ospedali nei quali non è presente neanche un medico. A luglio 2011 la Commissione dispone la chiusura di alcuni reparti di Barcellona Pozzo di Gotto perché contro la costituzione. A gennaio 2012 in Senato si discute il decreto ribattezzato svuota carceri, la commissione presenta un emendamento che prevede il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari entro il 31 marzo 2013. Favorevoli 175, contrari 66 (Lega), astenuti 27. Il decreto diventa legge il 14 febbraio 2012: dal 31 marzo 2013 il ricovero è previsto entro strutture sanitarie. La legge 9 del 2012 dispone finanziamenti per affrontare la trasformazione delle strutture e l’assunzione di personale. Ma il decreto per rendere utilizzabili i fondi da parte delle regioni a cui è stata delegata la gestione del sistema sanitario è stato emanato solo il 7 febbraio del 2013 e il termine ultimo per la chiusura è stato proprogato al 31 marzo 2014. Pochi giorni dunque? No, perché la conferenza delle regioni nel gennaio 2014 ha chiesto un’ulteriore proroga al 1 aprile 2017.

Chi è Stato? Un uomo dietro a un vetro mostra un dente: “Signori del Senato guardate, mi tirano via i denti”. “Oddio un dente”, dice una voce femminile. Un membro della Commissione? Lo stupore impotente dei senatori negli OPG lascia senza parole, e si ritrova, identico, nelle parole usate durante il dibattito parlamentare: Michele Saccomanno, del PDL, dice: “Persone dimenticate da 25 anni, detenute e non curate, perché dire ospedali psichiatrici giudiziari è un eufemismo. Di psichiatrico abbiamo trovato solo la follia di chi mantiene in vita questi luoghi. Io so di essere legislatore ma di fronte a uno specchio che mi rimanda un immagine così vergognosa di me delle mie funzioni … Ad Aversa abbiamo incontrato  un uomo che poi purtroppo è deceduto, lui ci ha detto. Siete uomini di legge? Ecco ci siamo vergognati. E io mi sono vergognato ancora di più perché sono medico”. Vergognato. La disperazione di Saccomanno è sincera, o così appare, la sua indignazione pure: ma allora se alle Istituzioni è consentito vergognarsi la domanda è: lo Stato cosa è? dove è? Non è una domanda retorica.

Marco Cavallo e il Drago: un frammento. Marco Cavallo: Io penso e tutti i miei amici pensano e anche esimi dottori ed illustri scienziati lo pensano e anche i ricercatori e gli studiosi lo pensano e anche i giudici e i giuristi lo pensano e anche i poeti e i teatranti e gli scrittori e gli artisti lo pensano e anche voi lo pensate: il manicomio criminale va soppresso, buttato giù, sfondato, disfatto, dismesso, distrutto, aperto, cioè chiuso. Insomma chiuso.

Drago: Ma come si fa ?

Marco Cavallo: Voi lo sapete molto bene…quello che i manicomi giudiziari sono.

Luoghi orrendi, sono. Istituzioni che vorrebbero curare la malattia e contenere la pericolosità e la malvagità degli uomini. Ma che invece, come tutte le istituzioni totali, tutte ma proprio tutte, la malattia la riproducono e la violenza e la malvagità la moltiplicano.

Perché invece di essere posti di cura, sono fabbriche di malattia.

Perché in manicomio matto sei e matto resti. In carcere criminale sei e criminale resti.

I manicomi giudiziari riproducono il peggio del peggio del manicomio e il peggio del peggio della galera. A Trieste, proprio perchè abbiamo rotto i muri, abbiamo scoperto che dietro quei muri c’erano tanti uomini e donne. E che si può ascoltarli. E abbiamo scoperto che perfino le medicine, fuori dal recinto, possono essere buone. E che le parole e gli sguardi e le mani permettono di avvicinare le persone. Per sentire il loro male. Per sperare di guarire, di stare bene. O almeno di stare meglio.

Invece, dietro le mura, tante storie tristi o disperate si confondono. E le persone, le loro storie le perdono.

Ma come si può pensare di vivere senza la propria storia? Io la mia ve la sto raccontando, se no cosa potreste capire, di me.

Insomma, non c’è verso. Bisogna aprirli, cioè chiuderli. Punto e basta.

 

Lo Stato della follia, con Luigi Rigoni martedì 25 marzo e mercoledì 26 è a Roma, al Nuovo Cinema Aquila.

 

28 marzo 2014                           Palermo – Cinematocasa

29 marzo 2014                           Roma – Teatro Scuderie Villino Corsini

29 marzo 2014                           Santa Ninfa (TP) – Sala del Consiglio Comunale

31 marzo 2014                           Milano – Cinema Beltrade

06 aprile 2014                           Catania – Zo Centro Culture Contemporanee

Vanessa Roghi è una storica del tempo presente. Fa ricerca sugli intellettuali e la loro storia: ha scritto di donne e preti, di Manzoni e Le Monnier, di diritto degli autori e della fatica di guadagnarsi da vivere con la scrittura. Le piace pensare che l’immaginario storico possa avere un posto nel dibattito storiografico, fa di tutto per portarcelo. Insegna alla Sapienza Visualità e storia. Fa documentari di storia per Rai tre. fa parte di SIM Storie in movimento, SIS Società italiana delle storiche, Iamhist International Association for media and History. Ha un progetto bellissimo con i suoi studenti della Sapienza su Immaginimmaginario @ on Youtube. Fa anche politica: è consigliere con delega alla cultura, centro storico e città dei bambini e delle bambine nel Comune di Anguillara Sabazia. Ha due bambine che si chiamano Alice e Anita. Pensava che dopo Nick Drake e Fabrizio De Andrè la musica avesse poco da dire poi meno male sono arrivati i Radiohead.
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